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Il cortile di casa Caravaggio

febbraio 28, 2019

IMG_20190226_123339Eccolo qua, uno dei cortili più segreti, anonimi e inaccessibili di Roma. Ci sono passato davanti tante di quelle volte sperando di trovarlo aperto; un giorno ho pure citofonato a un inquilino dicendo che ero un giornalista e chiedendogli il permesso di entrare ma niente, non c’è stato verso, mi hanno lasciato fuori. Ieri però sono stato fortunato. Ho incontrato una ragazza che ci lavorava, il mio racconto l’ha impietosita e mi ha concesso di starci un po’ e scattare qualche foto. Siamo in centro, a Campo Marzio, precisamente in vicolo del Divino amore, la strada più bella della capitale secondo Cristina Campo. Al civico 19 non c’è alcuna targa che lo segnali, sembra per l’opposizione del proprietario dello stabile, ma si sa per certo che ci abitò Caravaggio. Di più, questa, per quanto ci è dato di sapere, è l’unica casa esistente in cui lui visse da solo, cioè non ospite di altri, fossero i suoi mecenati nobili o cardinali oppure amici e colleghi. Non ci restò a lungo, poco più di un anno, dai primi di maggio 1604 al 29 luglio 1605, quando scappò a Genova per paura di finire in galera dopo aver ferito il notaio Mariano Pasqualone ed essere stato denunciato. Fu allora che la padrona di casa, Prudenzia Bruni, chiese e ottenne il sequestro di tutti i suoi beni per morosità. Pare che non la pagasse da circa sei mesi, e in più la Bruni lo citò per danni avendo lui sfondato il soffitto per realizzare una finestra che facesse entrare luce nel suo studio. L’appartamento infatti era sia casa che bottega, qui Caravaggio visse e dipinse in compagnia di Francesco Boneri detto Cecco, il modello di tanti suoi dipinti, nonché garzone e compagno di avventure. Dal contratto di affitto sappiamo che l’abitazione era a due piani e disponeva di un portichetto che affacciava su un cortile dotato di pozzo e di un piccolo orto (salam cum duabus cameris ut diceret al piano cum suffittis et eorum stantis superioribus, ac cum cantina suptus dictam domum, cortile, et horto in ea existentes nec non cum usu et facultate abuendi aquam a puteo in ipso presente dictae domus existens). Molti elementi dell’esterno della casa menzionati in quel contratto sono ancora oggi presenti o intuibili. Per esempio la cornice in travertino posta dove un tempo sorgeva la vera del pozzo (il puteo) e oggi invece c’è un lampione. Poi  le quattro caditoie per convogliare l’acqua piovana nella cisterna sotterranea, perfettamente conservate e funzionanti, segnalate dalle quattro diagonali che dal lampione conducono agli angoli principali del cortile. E pure le leggere pendenze della pavimentazione in selci, inclinata verso le quattro caditoie e con il cerchio centrale a un livello leggermente rialzato. Sul fondo del cortile rettangolare inoltre, separato da un piccolo muretto e dalla figura inquietante del mio amico Paolo, c’è uno spazio con piante e alberelli che probabilmente è quanto resta dell’orticello in uso al Merisi.

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Infine, guardando verso l’accesso che dal vestibolo immette nel cortile, emerge la traccia dell’antico portichetto su due ordini (al piano terra e al primo piano), ampiamente rifatto e  ampliato, che corrisponde al discoperto domo sotto il quale fu stipulato il contratto di affitto tra Caravaggio e la signora Bruni in quel lontano giorno di primavera. Questo portichetto, originariamente della profondità di circa un metro e mezzo, corre lungo tutto il lato interno della casa (in parallelo al vicolo) e, con ogni probabilità, proseguiva formando una L lungo il lato sinistro del cortile, forse in corrispondenza della casa della proprietaria, che era adiacente a quella di Caravaggio. Il portico, impiantato su quattro robusti pilastri quadrati, regge un secondo ordine di colonne ugualmente quadrate, ma più leggere, che costituiscono il loggiato delle stanze al primo piano, protetto da ringhiere.

Giustapposizioni di luoghi e di vite diverse, una delle cose che più amo.

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il giudizio memorabile

maggio 18, 2016

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Questo è vicolo del Divino amore, la strada più bella di Roma secondo Cristina Campo. Al 19 non c’è alcuna targa che lo segnali, ma si sa per certo che ci abitò Caravaggio dai primi di maggio 1604 a fine luglio 1605. La struttura della casa è rimasta identica nei secoli: due piani, la scala, il giardino in cui il pittore teneva l’orto, il cortile con la vera del pozzo e il portichetto sotto il quale fu firmato il contratto di affitto. Era sia casa che bottega, infatti qui Caravaggio visse e dipinse in compagnia di Francesco Boneri detto Cecco, il modello di tanti suoi dipinti, nonché garzone e compagno di avventure. Si conosce perfino il contenuto della casa, compreso il numero di libri che Caravaggio possedeva (dodici), dato che ne fu fatto l’inventario, quando il pittore scappò a Genova dopo aver ferito il notaio Mariano Pasqualone, e la padrona di casa, Prudenzia Bruni, chiese e ottenne il sequestro di tutti i suoi beni per morosità. Nelle mie passeggiate domenicali in centro spesso torno sui suoi passi: Sant’Agostino, Piazza del Popolo, via della Pallacorda, San Luigi dei Francesi. In quest’ultima chiesa il Baglione narra che Federico Zuccari, l’illustre e temuto accademico di San Luca (una specie di Sainte-Beuve ante litteram), fu portato nell’estate del 1600 dai suoi allievi entusiasti ad ammirare le tre tele della cappella Contarelli, ma quando le vide scosse la testa ed esclamò: “Che rumore è questo? Io non ci vedo altro che il pensiero di Giorgione“.

Ecco, ogni volta che ripenso a quell’episodio mi tornano in mente la lettera dell’Università di BernaFB_IMG_1528311922223con cui bocciarono la candidatura di Albert Einstein a professore associato di fisica, e poi l’incipit della colonna infame di Manzoni, che riassume tutte queste memorabili castronerie:

“Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizione della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di piú, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile”.