Posts Tagged ‘Raboni’

contro il Nobel a Dylan

ottobre 13, 2016

dylan

Nel rissoso parlamento dei miei io confederati, la parte più conservatrice, cioè quella che governa stabilmente la maggioranza dei miei pregiudizi, considera un’orribile iattura, un ominoso segno della decadenza dei tempi, l’assegnazione a Bob Dylan del Premio Nobel per la letteratura. L’equivalente, in pratica, della consegna delle chiavi della città assediata ai barbari accampati fuori le mura. Giusto per non darla vinta a Baricco, che a questa icastica immagine s’è affezionato, preferisco ascoltare la mia opposizione, che questa sciagura invece un po’ se l’augurava.

Alla base di tutto c’è una semplice constatazione, ossia che l’arte si è sempre nutrita di sensi di colpa. Chi ha qualcosa da farsi perdonare cerca in ogni modo di alleggerirsi la coscienza promuovendola e finanziandola. Enrico Scrovegni pagò lautamente Giotto per scontare il peccato di usura, e il Nobel non è altro che il rito di espiazione del ricchissimo inventore della dinamite (diffidare sempre dei filantropi: sono squali pentiti).

Bob Dylan, in questo senso, è il vincitore ideale dell’ambìto riconoscimento svedese. Incoronare d’alloro un cantante come il massimo poeta del nostro tempo sancisce da un lato il suicidio della poesia ufficiale, la cui voce sempre più flebile e oscura pare ormai rivolgersi a un pubblico di pochi adepti, e dall’altro ingenera una tale quantità di sensi di colpa, in chi l’ha ridotta in questo stato, da sperare di farla rinascere presto a nuova vita.

Niente a che vedere, dunque, con la tesi avanzata da molti commentatori come Pier Vittorio Tondelli, secondo il quale “il contesto rock ha prodotto i più grandi poeti degli ultimi decenni”. E neppure il trionfo definitivo della popolarità, che premia il maggior consenso dei cantautori rispetto ai poeti, ma piuttosto una scommessa volta a dimostrare che l’eutanasia in certi casi può funzionare da cardiotonico.

Ma tutto questo, sia chiaro, ribadendo che qui non si fanno gerarchie: tutte le espressioni artistiche hanno pari dignità. Semmai è a leggere le tante biografie di Bob Dylan (tipo quella di Robert Shelton edita da Feltrinelli), che s’insinua il fondato sospetto che a soffrire di un complesso di inferiorità siano proprio gli estimatori della canzone d’autore, con quei continui e insistiti riferimenti a Rimbaud, Eliot e Yeats come patenti di nobiltà.

La canzone d’autore – e quella di Bob Dylan è uno degli esempi migliori – ha una sua poesia, il che però è ben diverso dall’affermare che sia poesia. Sarebbe come scambiare il sostantivo per l’aggettivo. Il testo di una canzone può essere poetico come un tramonto, un addio, un arcobaleno, una danza, un viso lavorato dal tempo, ma vive simbioticamente con la musica che l’accompagna e lo giustifica.

La poesia la musica ce l’ha dentro, è musica verbale di suo, basta a se stessa. La poesia canta e danza nell’orecchio da sola, senza bisogno del supporto del pentagramma e dell’ausilio di un microfono, mentre i testi delle canzoni appaiono vuoti e spogli in assenza del loro abito di note.

La poesia è appannaggio esclusivo dei poeti, di chi opera unicamente col linguaggio, perfino in assenza di un suo pubblico, “che non per questo smette di cercare”, come ha scritto il critico Andrea Cortellessa. Forse aveva ragione Raboni, quando, in uno dei suoi ultimi articoli, disse che “la poesia in sé, non esiste – esiste soltanto, di volta in volta, e ogni volta inaudita, ogni volta imprevedibile e irrecusabile, ogni volta identica solo a se stessa, nelle parole dei poeti”.

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proustiani vs. celiniani

marzo 19, 2012

In questi giorni mi capita spesso d’imbattermi in Proust. Il lungo articolo di Piperno apparso ieri  sull’inserto La Lettura, e stamattina, nella sala d’attesa della questura per la denuncia di furto della moto, mentre leggevo Io Donna del Corriere.  Qui, subito nelle prime pagine, c’era il famigerato questionario proustiano, in questo caso rivolto a Veronica Pivetti. Mi ero sempre chiesto le ragioni del successo di una tale idiozia, che potrebbe aver compilato chiunque e che somiglia in modo inquietante al test cui devono rispondere quelli che sbarcano negli Stati Uniti, dove, per appurare se sei un terrorista o un pedofilo, ti chiedono a bruciapelo: “ti piace confezionare bombe?”, oppure: “pensi che la cosa più bella al mondo sia il culo di un bambino?”.

Non ci sarebbe niente di strano, per uno che ama leggere, d’imbattersi spesso in Proust; anche per chi, come me, non ama Proust e non ha mai letto la Recherche. La vera stranezza, semmai, è il mio interesse per l’argomento; un interesse ancora combattuto, ma che sicuramente fino a poco fa non avevo. E infatti il mese scorso ho preso due saggi su Proust. Uno era il Breviario proustiano edito da Einaudi e curato dalla vedova di Raboni, che volevo pigramente consultare tipo Reader’s Digest per vedere se il succo di quel librone famoso potesse interessarmi. E il secondo era La Parigi di Marcel Proust (di Henri Raczymow, excelsior 1881), più che altro perché aveva l’aria di una bella guida sulla ville lumière dei primi del ‘900.

Il primo mi ha riconfermato nei pregiudizi. Era pieno di sentenze, anche argute per carità ma chi se ne frega, l’intelligenza non è quello che io cerco in un romanzo; mentre il secondo lo consiglio proprio. L’autore è un suo fan, e come nelle migliori tradizioni lo tradisce; in fondo il fan per eccellenza era Giuda, che svolge un compito fondamentale: è quello che permette al suo beniamino di compiere il proprio destino. Difatti Raczymow raccoglie un’infinità di aneddoti biografici che cercano a tutti i costi un riscontro nell’opera – come a dire che confutano quanto Proust scrisse a proposito della distinzione fra autore e protagonista (nel Contre Sainte_Beuve).

Spulciando in mezzo a questi aneddoti ho appurato che il famigerato questionario non era opera sua ma di Antoniette Faure, la figlia di Felix, il futuro Presidente della Repubblica, che lo sottopose a Proust quand’erano ragazzini. Forse se lo si specificasse, invece di attribuirglielo così nettamente, gli si farebbe minor torto. Poi ho scoperto che Céline e Proust si sfiorarono al Passage Choiseul. Proust perché dal 1892 al 1893 scrisse per la rivista Le Banquet, che aveva sede al n°71 della medesima galleria, e Céline perché da bambino si trasferì al n°67 con la famiglia nel luglio del 1899 (cfr. Paris Céline, di Laurent Simon, éditeur Du Lérot).

Ecco, a me non sembra casuale questa cosa. Se si potesse fare un grafico degli spostamenti dei due autori a Parigi, come dei fili rossi che solcano la mappa della città, probabilmente non si troverebbe un solo punto in comune, e la cosa più vicina a un contatto risulterebbe appunto quella del Passage Choiseul. C’è niente da fare, Céline e Proust sono incompatibili. Patrizia Valduga, nella nota finale al Breviario, sosteneva di essere nata celiniana, e di essersi convertita successivamente grazie al marito, che l’avrebbe perdonata per aver a volte violato il sacro testo. In sé e per sé non c’è niente di male, l’ho detto che i fan tradiscono per natura. Però in questo caso il tradimento del capolavoro proustiano ha una finalità stupida, che è quella di farne capire la grande intelligenza (“dovevo estrarre quanto più pensiero possibile”).

Questo è il motivo per cui resto dove sto. I distillati d’intelligenza m’indispongono, anche se riguardano autentici mostri sacri. Céline lo ribadì sempre: “sono un uomo di stile, non di idee. Non trovo nulla di più volgare delle idee!” Lo diceva anche Walter Benjamin a Scholem, nella lettera del 1933 che accompagnava la restituzione de L’Uomo senza qualità: “Il Musil tienilo pure. Non provo più nessun gusto a leggerlo, e mi sono congedato da questo autore quando ho capito che è più intelligente di quanto sarebbe necessario”.