Posts Tagged ‘Robert Musil’

consigli di libraio

luglio 9, 2019

martinflinker

“Chiunque nel corso dei prossimi dieci anni verrà interpellato sui libri tedeschi più pregevoli e più convincenti dovrà citare le opere di Thomas Mann e di Robert Musil, che rendono doppiamente superflua, ben al di là di quell’intervallo di tempo, gran parte di una letteratura comunque superflua”.

Così scriveva Hermann Broch nel dicembre del 1933 per il catalogo natalizio della libreria Martin Flinker, situata al 2 di Wiedner Hauptstraße, a Vienna. E pensare che Musil considerava “una copula indecente” l’accostamento del suo nome a quello di Mann.

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Gli artisti-medici

marzo 29, 2019

cons

Io ho un debole per gli artisti-medici. Non so, secondo me hanno una marcia in più rispetto agli altri. Vedi Burri, Céline, Cechov, Lobo Antunes. Deve essere per una caratteristica peculiare che ha studiato molto un critico-medico, e cioè la cenestesi, cioè quella forma di autocoscienza che ci permette di percepire il nostro corpo attraverso i segnali che ci giungono dagli organi interni. Il critico-medico che si occupò di queste cose era Jean Starobinski, morto di recente, e in molti suoi saggi la cenestesi ha un posto di riguardo. Penso a la Scala delle temperature, un libriccino edito dal Melangolo il cui sottotitolo, che purtroppo nell’edizione italiana si è perso, era Lecture du corps dans Madame Bovary, perché analizzava il capolavoro di Flaubert attraverso la dominante calorica, le sensazioni di calore o di freddo provate dai protagonisti.

Ma cos’è la letteratura, se non un’elaborata auscultazione di sé? Alla base di tutto c’è il bilinguismo arte-scienza, una naturale vocazione multidisciplinare, e in Starobinski anche un posto che l’ha favorito, la sua città, Ginevra, luogo di confine, centro cosmopolita ma insieme ai margini delle usuali tratte turistiche (tanto che non esiste una guida specifica che la riguardi), nonché sede della prima cattedra di letteratura comparata della storia della letteratura. Battiti, palpitazioni, vertigini, brividi, sono indagati come indizi di una personalità, espressioni di un linguaggio più profondo e privo di infingimenti, non contaminato dalle convenzioni, che estende il terreno di studio alla dimensione “intracorporea” come se la sensazione, rifluendo sul soggetto, cercasse di percepirsi incorrotta alla fonte.

Non fa qualcosa del genere anche Mauro Covacich, in Di chi è questo cuore, riferendo ogni accadimento della sua vita alla coscienza elementare del corpo, che gli ricorda i propri limiti? Sarà per questo, e per il mio bisogno compulsivo di “collocare” le scritture, di assegnargli delle precise coordinate spaziali, che ora sento un gemellaggio ideale tra il Villaggio Olimpico di Roma, dov’è ambientato il romanzo del triestino, e rue de Condelle 12 a Ginevra, dove viveva Starobinski? Ricordo che da ragazzo mi colpiva tanto l’abitudine del giornalismo politico televisivo di parlare per indirizzi: Piazza del Gesù per dire Democrazia Cristiana, via delle Botteghe Oscure per il PCI, come se in quei toponimi si celasse una formula magica e misteriosa che mi sforzavo di decifrare. La Renault 4 rossa col corpo di Moro parcheggiata dai brigatisti in via Caetani, proprio a metà strada dei due interlocutori più intransigenti, come un atto d’accusa topografico alla linea della fermezza. 

E poi da adulto l’amore per i libri di Peter Altenberg, la cui proverbiale asciuttezza espressiva lo aveva portato a scrivere della donna amata solo il nome e l’indirizzo, e per i romanzi di Mercè Rodoreda, in cui l’indirizzo acquista il rango di titolo, come Piazza del Diamante, o Via delle Camelie. E infine i brividi miei, nello scoprire gli aneddoti apparentemente senza senso che “legano” due autori amati solo perché i loro destini si sfiorarono in un momento e in un luogo preciso. Come il padre di Starobinski, medico, che constatò il decesso di Robert Musil, suo vicino di casa a Ginevra, il 15 aprile 1942, o la madre di uno dei migliori amici e compagno di classe del piccolo Jean che si chiamava Felice Bauer (“Purtroppo lo seppi tardi, dopo aver tradotto e commentato La colonia penale. E pensare che ci aveva preparato tante buone merende”).

 

il calco di un’assenza

giugno 10, 2017

shadow

A me piacciono le delocazioni di Claudio Parmiggiani, che ricordano gli aloni lasciati dai quadri tolti dalle pareti dopo un trasloco; Lost in la Mancha, il backstage di un film inesistente (ma pare che Terry Gilliam lo stia finendo dopo diciassette anni); la Prefazione alle mie opere future del medico-scrittore Giovanni Rajberti, fors’anche perché a Monza io abitavo nella via a lui intitolata; e l’Azione Parallela de L’Uomo senza qualità di Musil; le Confessioni di un ottuagenario che non diventerà mai, dato che Ippolito Nievo morirà molto prima; e il libro di George Steiner intitolato I libri che non ho scritto; poi il verso di e.e. cummingsMy life resembles something that has not occurred“, e gli artisti come Leonardo da Vinci, quelli più interessati ai progetti che alla loro realizzazione.

identificazioni

dicembre 12, 2016

musil

Se fossi il personaggio di un romanzo, sarei il protagonista del capolavoro di Musil nell’edizione spagnola

gli ossimori della domenica

ottobre 25, 2016

genius

Il pazzo è colui che ha perso tutto fuorché la ragione“. Con questa sentenza di G. K. Chesterton, pronunciata da Antonio Monda, si è concluso l’altra domenica l’incontro con Jovanotti alla Festa del Cinema di Roma, un incontro affollatissimo e per molti versi sorprendente, durante il quale Lorenzo si è raccontato attraverso quindici spezzoni di film celebri. Alcuni erano “generazionali”, come La febbre del sabato sera e Taxi driver, che rappresentarono anche per me e per molti coetanei dei piccoli spartiacque. Quello con John Travolta per esempio fu il primo film che vidi in coppia, mentre quello di Martin Scorsese lo guardai estasiato con due compagni di scuola, e ci sentimmo molto adulti e turbati di fronte alle scene crude di violenza e alle atmosfere torbide del mondo della prostituzione. Ma anche i film con Bud Spencer e Terence Hill, che non avrei inserito nella mia top fifteen, segnarono la mia adolescenza e li guardai con grande gioia, spesso identificando il mio babbo con quel gigante buono e forzuto, dato che entrambi erano degli omoni all’apparenza invincibili, esattamente come successe a Jovanotti con suo padre. Poi sia io che lui cerchiamo di trasmettere questa passione ai nostri figliocci, i quali hanno avuto delle reazioni simili di fronte a film da noi molto amati, a volte negative, come per i Blues brothers, evidentemente ai loro occhi datati, e a volte positive, come nel caso di Stand by me. Insomma, l’incontro è stato molto piacevole, primo perché la formula della proiezione dello spezzone seguito dal commento era azzeccata e non annoiava, nonostante sia durata ben due ore, e poi perché Lorenzo è un affabulatore nato e non si è spacciato per un cinefilo, pur dimostrando gusti non banali (vedi l’Andrej Rublev di Tarkovskij) e sapendoli spiegare anche con notazioni tecniche. La parte migliore dell’incontro resta comunque quella legata ai fatti di vita, i film vissuti più che spiegati. In questo senso la proiezione dell’ultima scena, quella di Amarcord in cui lo zio pazzo interpretato da Ciccio Ingrassia sale sull’albero e urla “voglio una donna!”, ha commosso tutto il pubblico perché Lorenzo l’ha messa in parallelo con la storia di una sua zia affetta dalla sindrome di Down, che proprio per le sue apparenti stramberie fu “una presenza che arricchì la vita” della sua famiglia. (more…)

immedesimazioni

maggio 19, 2016

hombre

Quando mi chiedono in quale personaggio letterario mi identifico, rispondo sempre nominando il protagonista de L’Uomo senza qualità, però quello dell’edizione spagnola.

proustiani vs. celiniani

marzo 19, 2012

In questi giorni mi capita spesso d’imbattermi in Proust. Il lungo articolo di Piperno apparso ieri  sull’inserto La Lettura, e stamattina, nella sala d’attesa della questura per la denuncia di furto della moto, mentre leggevo Io Donna del Corriere.  Qui, subito nelle prime pagine, c’era il famigerato questionario proustiano, in questo caso rivolto a Veronica Pivetti. Mi ero sempre chiesto le ragioni del successo di una tale idiozia, che potrebbe aver compilato chiunque e che somiglia in modo inquietante al test cui devono rispondere quelli che sbarcano negli Stati Uniti, dove, per appurare se sei un terrorista o un pedofilo, ti chiedono a bruciapelo: “ti piace confezionare bombe?”, oppure: “pensi che la cosa più bella al mondo sia il culo di un bambino?”.

Non ci sarebbe niente di strano, per uno che ama leggere, d’imbattersi spesso in Proust; anche per chi, come me, non ama Proust e non ha mai letto la Recherche. La vera stranezza, semmai, è il mio interesse per l’argomento; un interesse ancora combattuto, ma che sicuramente fino a poco fa non avevo. E infatti il mese scorso ho preso due saggi su Proust. Uno era il Breviario proustiano edito da Einaudi e curato dalla vedova di Raboni, che volevo pigramente consultare tipo Reader’s Digest per vedere se il succo di quel librone famoso potesse interessarmi. E il secondo era La Parigi di Marcel Proust (di Henri Raczymow, excelsior 1881), più che altro perché aveva l’aria di una bella guida sulla ville lumière dei primi del ‘900.

Il primo mi ha riconfermato nei pregiudizi. Era pieno di sentenze, anche argute per carità ma chi se ne frega, l’intelligenza non è quello che io cerco in un romanzo; mentre il secondo lo consiglio proprio. L’autore è un suo fan, e come nelle migliori tradizioni lo tradisce; in fondo il fan per eccellenza era Giuda, che svolge un compito fondamentale: è quello che permette al suo beniamino di compiere il proprio destino. Difatti Raczymow raccoglie un’infinità di aneddoti biografici che cercano a tutti i costi un riscontro nell’opera – come a dire che confutano quanto Proust scrisse a proposito della distinzione fra autore e protagonista (nel Contre Sainte_Beuve).

Spulciando in mezzo a questi aneddoti ho appurato che il famigerato questionario non era opera sua ma di Antoniette Faure, la figlia di Felix, il futuro Presidente della Repubblica, che lo sottopose a Proust quand’erano ragazzini. Forse se lo si specificasse, invece di attribuirglielo così nettamente, gli si farebbe minor torto. Poi ho scoperto che Céline e Proust si sfiorarono al Passage Choiseul. Proust perché dal 1892 al 1893 scrisse per la rivista Le Banquet, che aveva sede al n°71 della medesima galleria, e Céline perché da bambino si trasferì al n°67 con la famiglia nel luglio del 1899 (cfr. Paris Céline, di Laurent Simon, éditeur Du Lérot).

Ecco, a me non sembra casuale questa cosa. Se si potesse fare un grafico degli spostamenti dei due autori a Parigi, come dei fili rossi che solcano la mappa della città, probabilmente non si troverebbe un solo punto in comune, e la cosa più vicina a un contatto risulterebbe appunto quella del Passage Choiseul. C’è niente da fare, Céline e Proust sono incompatibili. Patrizia Valduga, nella nota finale al Breviario, sosteneva di essere nata celiniana, e di essersi convertita successivamente grazie al marito, che l’avrebbe perdonata per aver a volte violato il sacro testo. In sé e per sé non c’è niente di male, l’ho detto che i fan tradiscono per natura. Però in questo caso il tradimento del capolavoro proustiano ha una finalità stupida, che è quella di farne capire la grande intelligenza (“dovevo estrarre quanto più pensiero possibile”).

Questo è il motivo per cui resto dove sto. I distillati d’intelligenza m’indispongono, anche se riguardano autentici mostri sacri. Céline lo ribadì sempre: “sono un uomo di stile, non di idee. Non trovo nulla di più volgare delle idee!” Lo diceva anche Walter Benjamin a Scholem, nella lettera del 1933 che accompagnava la restituzione de L’Uomo senza qualità: “Il Musil tienilo pure. Non provo più nessun gusto a leggerlo, e mi sono congedato da questo autore quando ho capito che è più intelligente di quanto sarebbe necessario”.