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collegamenti (di New York)

agosto 25, 2018

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Tanti anni fa i collegamenti da New York, nel telegiornale serale della Rai, erano fatti da un ufficio su un piano alto di un grattacielo. L’inquadratura fissa dall’alto in basso riprendeva il mezzobusto che parlava e sullo sfondo, alle sue spalle, grazie al fuso orario si scorgeva un incrocio di Manhattan in pieno giorno molto trafficato. Io guardavo sempre con attenzione quei collegamenti. Non sognavo di vivere nella Grande Mela, m’incuriosivano solo quelle vite parallele, quel presente negletto e differito composto da tante figurine che si agitavano per strada: la calca dei pedoni sui marciapiedi, gli autobus e le macchie gialle dei taxi che attraversavano l’incrocio, quelli ignorati dal giornalista in primo piano e sbirciati distrattamente dagli spettatori in diretta. Avrei voluto saperne di più, prenderne una a caso, magari la cabriolet che svoltava l’angolo in quell’istante ed entrava nel cono d’ombra, per seguirla, scoprire chi la guidava, come si chiamava, dove stava andando. Pensavo fosse ingiusto che la stragrande maggioranza dell’umanità esistesse solo ai margini del campo visivo generale, considerata giusto in termini statistici di numero, di specie, come formiche e non come singoli individui ciascuno con le sue irriducibili peculiarità e la propria storia. La mia era un’attenzione interessata perché sapevo di appartenere a quella massa anonima, ma in qualche modo sentivo che se avessi prestato attenzione a una di quelle storie, quell’attenzione mi sarebbe stata restituita, e oltre alle sorprese che ogni storia porta con sé, forse avrei anche scoperto che quella persona apparentemente estranea e lontana da me migliaia di chilometri in realtà mi riguardava. Come nel film I tre giorni del condor, che vidi con mio padre una domenica pomeriggio del 1976. Nel buio della sala mi ero identificato con Robert Redford, avevo desiderato di diventare come lui, idealista ma anche scaltro, tanto da sfuggire a un sicario esperto che aveva ammazzato tutti i suoi colleghi, facendo una cosa rischiosa che però poteva salvarlo: salire sull’auto di una sconosciuta incontrata per caso in un negozio ed entrare nella sua vita.

 

Novembre

novembre 15, 2017

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Ogni storia è anche una geografia, un intreccio di luoghi e paesaggi che ci raccontano descrivendoci. Lo spazio interno entra in contatto con quello esterno e lo modella e lo evoca, come nel celebre epilogo de L’Artefice di Borges:

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, di isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.

Il mio autoritratto arcimboldesco è più urbano, si sviluppa come un reticolo di strade occidentali che hanno qualcosa di Milano, Parigi, Barcellona, Ginevra, Praga, New York. Tranne il paesaggio di Valle Muria a Lipari, con la vista sui faraglioni e l’isola di Vulcano, dove i miei avevano acquistato un rudere su cui era stata costruita un casa tutta rivolta all’esterno, circondata da grandi terrazzi azzurri come una piscina di piastrelle, una casa che sembrava finalizzata unicamente al godimento del panorama, 4oc

tranne in quel caso il mio mindscape è costituito perlopiù da abitazioni private di persone che mi sono care, siano familiari o artisti, ma a volte anche da luoghi di finzione, luoghi creati dall’arte. Di uno di questi, la villa di Ginevra in cui abitava il giudice interpretato da Jean Louis Trintignant in Film Rosso, avevo già parlato in precedenza, ma oggi me n’è venuto in mente un altro.

E’ un edificio di New York. Si trova al 9 di Cranberry Street, a Brooklyn, nei pressi del ponte omonimo. Qui, nel sottoscala, c’era la casa di Kathy Hale. In quell’appartamento seminterrato, nel lontano 1975, furono girate alcune scene decisive de I tre giorni del condor, con Robert Redford e Faye Dunaway, e Kathy Hale era appunto il personaggio interpretato dalla Dunaway. Mi è venuto in mente ora perché per me questo indirizzo rappresenta novembre, grazie alle foto in bianco e nero scattate dalla proprietaria, incorniciate e appese al muro. Colpirono molto anche Redford. Osservandole con attenzione, chiese alla Dunaway quale fosse il soggetto, e quando lei rispose che ritraevano l’inverno lui precisò: “Not quite winter. They look like November. Not autumn, not winter, in-betweenI like them“. IMG_20180824_175419

E’ un’agnizione, l’attimo del riconoscimento. Kathy è stupita. Lui l’ha capita, l’ha vista dentro. Lui, un perfetto sconosciuto, all’improvviso sente l’appello di quello sguardo malinconico e lo fa proprio, e quello sguardo che fissa strade vuote, panchine deserte, alberi senza foglie, evoca un tempo spurio, che non è né autunno né inverno ma sta a cavallo delle due stagioni: il mese di Novembre, il mese della solitudine.

La cartografia è il modo migliore per studiare una biografia, diceva Agamben. Indagare il rapporto tra una vita e i luoghi dov’è trascorsa, anche col pensiero, significa andare al nocciolo dell’essere, perché prima di essere una visione cosciente ogni paesaggio è una visione onirica, come se i luoghi che amiamo ci appartenessero perché li abbiamo già sognati. Quando riusciamo a vederli nell’altro allora cadono tutte le difese e le diffidenze, ci sentiamo accolti e protetti. Quella è la nostra querencia, come nel gergo della tauromachia è chiamato il punto dell’arena in cui il toro si sente al sicuro. robert-redford-e-faye-dunaway-in-i-tre-giorni-del-condorLì dentro, nel riparo notturno di una camera da letto, i corpi estranei di Robert Redford e Faye Dunaway si cercano e si trovano, e quelle foto novembrine fanno da contrappunto alla danza della loro passione, tradiscono un vuoto e insieme un desiderio permeato di speranze e di paura, perché anche lì dentro il toro intuisce quale destino lo attende.