Posts Tagged ‘Roberto Saviano’

il motore immobile dell’invidia

ottobre 14, 2016

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La prima regola del book club è non parlare male di quelli più famosi di te. È una cosa che s’impara subito, appena entrati. Il contrappasso pavloviano sarà l’accusa d’invidia tirata in faccia come una sberla. Inoltre, ricorrendovi ormai tutti, sarebbe più elegante non unirsi al coro, ma come ogni riflesso pavloviano qui non è questione di scelta, si replica istintivamente e basta. Pensavo almeno che nei casi di palese estraneità le critiche fossero ammesse, ma mi sbagliavo. Tempo fa osai esprimere qualche riserva su un’antologia dei migliori narratori degli anni zero, cioè gli esordienti dal 2000 al 2010, e lo feci perché non rientravo in quella categoria neanche a forza, avendo pubblicato per la prima volta solo nel 2011, eppure mi beccai del rosicone lo stesso, forse perché inconsapevolmente lo consideravo un’ingiustizia. Capitava lo stesso anni fa con Saviano. Chiunque non amasse il suo libro o i suoi articoli in relatà era geloso del suo successo planetario, qualità per la quale si presume non esista individuo al mondo che non si svenerebbe. (Ma poi si invidia solo la fama? E se Saviano critica Renzi, non può essere che sia invidioso della sua chioma fluente? O della sua maggiore altezza?). Senza contare l’arroganza di schiacciare qualsiasi discussione sulla contrapposizione manichea fra invidiosi ed obiettivi, salvo poi indignarsi non appena “l’invidioso” insinui anch’egli la mancanza di buona fede dell’altro, accusandolo di piaggeria. Il risultato è che alla fine tutti elogiano o criticano non per un convincimento profondo, ma per un motivo personale (la frustrazione di non avere successo o la speranza di ottenere qualche beneficio). D’altronde, non si può veder riconosciuta la propria buona fede più di quanto si sia disposti a riconoscerla agli altri. Ci si raffigura un mondo paranoico abitato unicamente da vermi striscianti che secernono bile? Ebbene: lì si dovrà abitare. E poi l’invidia come motore immobile del mondo è un’ipotesi infalsificabile, e quindi, popperianamente, inservibile ai fini della costruzione di un qualsiasi discorso che aspiri ad avere un senso. In quanto infalsificabile, l’invidia riguarda tutti, nessuno escluso, e poiché nessuno può provare di non essere invidioso, tutti lo sono a prescindere. Baricco del Nobel per la letteratura a Bob Dylan, per esempio, ma l’ho sentito dire pure di Enrico Mentana per lo stesso motivo, dato che anche lui si era dichiarato perplesso per la scelta dell’Accademia svedese. È un vizio biblico insomma, un peccato originale che risale alla notte dei tempi. Si prenda Giobbe. Ricco, felice, devoto, sano e prolifico, chi sta meglio di lui? E perché Dio lo colpisce così duramente, non è il suo servo prediletto? Forse ne è invidioso? Jung avanza questo sospetto in Risposta a Giobbe. E se non sfugge l’Onnipotente, figuriamoci un povero scrivente qualsiasi.

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la formazione dello scrittore

luglio 8, 2015

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Tutti ce l’hanno su con l’imprinting, come le oche di Lorenz. Si parte sempre da lì: la biblioteca paterna, l’aura sacrale dei libri, il bimbo piccolo che spia i genitori assorti nella lettura. A ben vedere, anche le poche esperienze di segno opposto, quelle dei self read men, di chi è diventato scrittore in case prive di libri, sembrano comunque ricondurre tutto a una volontà di riscatto familiare, quasi che fosse impossibile non rapportarsi in qualche modo ai propri genitori. Per quanto mi riguarda, io ho cominciato a scrivere per scommessa. Con l’impegno, la determinazione e soprattutto la spericolatezza a cui si fa ricorso quando s’intende vincere una scommessa. Una scommessa in primis con me stesso, per mettermi alla prova e con l’unico premio della soddisfazione personale, ma anche col mondo, per vedere se riuscivo a farla in barba agli altri. Io partivo da un assunto molto skinneriano, nel senso di Burrus Frederic Skinner, lo psicologo comportamentista americano che sosteneva che l’educazione e l’ambiente sono tutto, e che d’innato abbiamo poco o niente. Datemi dieci bambini piccoli, e fra vent’anni vi restituirò un ingegnere, un avvocato, un calciatore, un cantante, cioè saranno creta nelle mie mani, ne farò quello che voglio io; così diceva. Basta metterli sotto a studiare e a praticare assiduamente una cosa e i limiti congeniti spariranno. Ecco, io sono stato lo Skinner di me stesso. A un certo punto della mia vita mi son detto: posso farcela. Se mi ci metto d’impegno la do a bere a chiunque. E cosa c’è di più innato e sacrale della letteratura? L’ispirazione, lo spirito che soffia dove vuole? No, io lo farò soffiare a comando, e poi tutti diranno “lo sapevo”, “era nato per quello”.

Nella mia vita precedente facevo l’arredatore, quello era il mio posto nel mondo, la mia occupazione. Arredare le case degli altri, avere una competenza su tessuti, mobili e imbottiti. A me la gente si rivolgeva per quello. Poi arrivò la crisi, durissima, e non ci misi molto a capire che non era una congiuntura temporanea, che non bastava stringere la cinghia: dovevo cambiare vita, mollare tutto e inventarmi qualcos’altro. Sapendo di non avere talenti particolari, e neppure capitali da investire, ho provato con la scrittura, la cosa più economica del mondo. In fondo serve solo una biro e dei fogli, se non hai neppure un pc. E poi a uno scrittore si perdona tutto. Puoi essere un poveraccio, uno che non si può permettere manco di vivere da solo in un monolocale in affitto, ma se scrivi libri e articoli sulle pagine culturali non sei un pezzente come tutti gli altri, il 740 non misura più il tuo valore, il tuo peso nel mondo. Perché non si sa mai. Sai quanti scrittori in vita non se li cagava nessuno e sono stati scoperti dopo morti? L’importante è che qualche copia sopravviva nelle biblioteche pubbliche, e la fama postuma a quel punto è possibile. Il fatto che ci sia una probabilità su un milione di essere il Kafka (o il Walser, o il John Williams) del XXI secolo non conta, così come chiunque spera di vincere al superenalotto. Ci vuole un po’ di pazienza, e un Max Brod che ti resusciti. Il talento, quello è opinabile. Io ero certo di non possederlo, ma allo stesso tempo ero convinto che con un po’ di esercizio e un po’ di tempo a disposizione avrei sfornato anch’io qualcosa di degno, che non sarebbe passato sotto silenzio. E così mi son messo di buzzo buono e ci ho provato. È come la simpatia. Io non sono mai stato simpatico a nessuno, di primo acchito. Forse conoscendomi un po’, dopo un po’ di tempo, quando mi lascio andare e mi fido di chi ho di fronte, posso risultare simpatico, ma all’inizio no. Allora ho fatto come il protagonista del romanzo di Ishiguro, il maggiordomo di Quel che resta del giorno. Mi sono allenato, tanto non mi correva dietro nessuno. Non avevo scadenze da rispettare, solleciti o particolari aspettative, perché nessuno si aspettava da me niente in quel senso, e quindi potevo lavorare in tranquillità. Allora sono partito da due punti fermi, due punti di forza. Il primo è che so cogliere il bello, capire quando una cosa funziona, e a quel punto si tratta solo di replicarla, adattarla al nuovo contesto. E il secondo è che il materiale non mi mancava, avendo vissuto parecchie esperienze fuori dall’ordinario. Così mi sono iscritto a un corso di sceneggiatura della Rai, ho imparato le tecniche di base della narrazione per immagini, l’arco di trasformazione del personaggio, gli scarti, i punti di svolta, e poi mi son messo sotto. Il primo punto di forza era raccolto in diversi taccuini. Tutto ciò che avevo visto, sentito o letto di ammirevole l’avevo trascritto lì, e ora mi sarebbe tornato utile. Il secondo punto di forza l’avrei sfruttato raccontando ciò che conoscevo meglio, le storie di cui ero stato protagonista, gli alti e bassi che il destino mi aveva procurato con generosità.

Ci misi poco meno di un anno a finire il primo libro, e pur non avendo avuto il successo sperato quel romanzo non passò inosservato, tant’è che mi fruttò un contratto per il secondo. Ricordo che mi giunsero voci da parte di alcuni parenti e amici che dubitavano fortemente che fossi in grado di ripetermi. “Ci ha messo tutto se stesso nel primo, che scriverà ora?”. Io invece non avevo alcun dubbio in quel senso. Le idee non mi sono mai mancate. Semmai mi è mancata la fiducia, il credere che valessero qualcosa. Esemplare è stato il mio secondo libro, l’antologia Lui sa perché. Fenomenologia dei ringraziamenti letterari, pubblicata da ISBN. Era tutta la vita che in un libro guardavo per prima cosa i ringraziamenti. Ero arrivato perfino a formulare la teoria secondo la quale la lunghezza dei ringraziamenti fosse inversamente proporzionale al valore dell’opera, tant’è che nel mio primo romanzo li ridussi ai minimi termini per non smentirmi. Però non avevo mai pensato che fosse qualcosa di significativo, solo una mia fissa un po’ bizzarra. Finché un giorno, su facebook, dopo aver postato i ringraziamenti involontariamente comici del libro Zero zero zero di Roberto Saviano, fui contattato da Carolina Cutolo. Mi disse di essersi vergognata molto sentendomene parlare a un festival letterario, dato che lei aveva scritto dei ringraziamenti lunghissimi, e mi propose di farne insieme un ebook autoprodotto. Solo a quel punto, dopo che lei mi fece capire che poteva essere un libro interessante, un fenomeno da studiare, rilanciai proponendo di presentarlo a un editore per farne un libro cartaceo, e così fu. Mentre raccoglievamo i vari ringraziamenti e li suddividevamo in categorie, pensai che quella era un’idea che sarebbe potuta piacere a Umberto Eco, e gli scrissi una lettera che illustrava il nostro progetto chiedendo se era disposto a farci una prefazione. Ventiquattr’ore dopo, per email, Eco mi rispose così: “Entusiasta del suo progetto, le regalo una mia vecchia bustina di Minerva dell’87 per darmi atto della mia idea pioneristica”. Non era una prefazione nuova, fatta ad hoc per quel libro, ma era pur sempre un suo testo sul tema, e neppure molto conosciuto, dato che non figurava nell’omonima raccolta di Bompiani e non si trovava neppure in rete.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’antologia sui ringraziamenti uscì pure il mio secondo romanzo. Era il 4 settembre di quest’anno, ed io ero molto emozionato. Ci avevo messo quasi due anni a scriverlo, ma alla fine ce l’avevo fatta, la scommessa l’avevo vinta. Un nuovo romanzo, con un’altra storia, stavolta molto poco autobiografica. Come ogni autore, riponevo grandi speranze nel mio libro, ero certo che avrebbe venduto più del mio romanzo precedente, ma quando chiesi al mio editor la tiratura rimasi di stucco, fu una doccia gelida. L’avevano stampato con un numero di copie molto inferiore al precedente, quasi un terzo. E infatti il libro non c’era, non esisteva. In molte librerie non figurava neppure, e nelle più grosse se ne trovavano al massimo un paio di copie, quasi sempre impilate di dorso negli scaffali alfabetici a parete, quelli che si consultano solo se si ha già idea di cosa comprare. In queste condizioni era molto difficile, se non impossibile, venderne più del precedente. Mi spiaceva un casino, soprattutto perché questo romanzo aveva degli atout commerciali di cui il primo era privo. Un titolo più accattivante, una copertina più attraente (grazie al disegno di Lorenzo Mattotti), una fascetta di Tiziano Scarpa, che mi considera “una delle penne più felici oggi in Italia”, e infine una storia più lineare, meno frammentaria, con un linguaggio depurato dagli sfoggi muscolari del primo. Le ragioni addotte dall’editore erano quelle economiche. Dal 2011 ad oggi erano cambiate molte cose nell’editoria. In soli tre anni un quarto delle librerie aveva chiuso, si vendevano molti meno libri, ergo la tiratura del precedente era impensabile. Insomma, mentre ero avvolto in pessimi presagi e il libro era appena uscito ricevetti una notizia sorprendente. La notte del 7 settembre, solo tre giorni dopo l’uscita del romanzo, ero a casa con la mia compagna. Dato che non c’era nulla d’interessante in tivù accesi il pc e controllai il mio blogghettino. Non aveva molto senso che lo controllassi, dato che negli due anni l’avevo trascurato parecchio per scrivere il libro e il numero dei suoi visitatori era crollato a cifre risibili, circa 20 persone al giorno, ma lo feci lo stesso e notai subito un’allerta di wordpress, una spia che mi segnalava un insolito picco di accessi. Guardai le statistiche e c’era una torre che svettava in mezzo al deserto. Un migliaio di persone nel giro di un’ora era passato dal mio blog. Controllai da dove arrivavano e risultava che provenivano tutti da twitter. Lo dissi subito alla mia compagna e sbirciando dal suo profilo su twitter, dato che io lì non c’ero, mi accorsi che il responsabile era nientepopodimeno che Jovanotti. Aveva scritto che gli era piaciuto molto, e ci aveva messo pure la foto della copertina. Un endorsement di Jovanotti, su twitter, dove vantava più di due milioni di followers, non ci potevo credere! Eccolo, il punto di svolta che attendevo, il mio treno! Ora tutto sarebbe stato diverso. Mi chiamarono subito molti amici per congratularsi. Uno di loro mi disse: “in confronto, con La Lettura del Corriere ci s’incarta il pesce”. Insomma, io e la mia compagna ci abbracciammo, eravamo al settimo cielo, tanto che faticai ad addormentarmi, cullato da mille sogni di gloria, ma nei giorni successivi purtroppo non cambiò nulla. L’editore non ristampò e non cambiò neppure la fascetta. Quell’endorsement produsse una piccola fiammata di vendite, come mi disse l’editor, ma non convinse Ponte alle Grazie a rimpolpare le poche copie distribuite. Neppure un mese dopo, quando apparve un video di Jovanotti della durata di 10 minuti sul mio libro, si smosse, e presto anche i miei entusiasmi si spensero.

Un sabato mattina, che scesi a portare il cane passando davanti all’edicola dove compravo sempre gli inserti letterari del weekend, decisi di non comprare più Tuttolibri de La Stampa. In fondo mi aveva ignorato fino a quel momento, perché spendere dei soldi per leggere recensioni di libri altrui? Rincasai, e mentre la mia compagna si stava facendo la doccia sentii il trillo del suo cellulare. Le era arrivato un sms. Mi chiese dal bagno di leggerlo e vidi che un suo amico torinese, assiduo lettore de La Stampa, le comunicava che oggi quel giornale aveva incensato il mio libro. Mi precipitai giù a comprarlo e lo lessi correndo verso casa. Angelo Guglielmi, l’arpagone degli elogi, diceva delle cose bellissime. “Una scrittura che ha introiettato una consapevolezza, un’attitudine critica che le conferisce una splendida purezza e agilità. L’autore spinge avanti la trama del racconto guardandola a distanza, mettendole a disposizione, come un dono, il suo sguardo. Uno sguardo reso sapiente dalla lettura degli straordinari autori cui Garufi esclusivamente si dedica – certo Cortazar, ma prima Flaubert, Kafka, Céline, Cioran e soprattutto Perec”. Ero commosso. Dopo il celebre cantante pop, il mio libro era piaciuto pure a un critico colto ed esigente come lui, cosa potevo pretendere di più? Il successo, solo quello mi mancava, e quello non è arrivato. Ancora non conosco i dati di vendita degli ultimi due libri, ma è quasi certo che non supereranno le tremila copie, cioè quanto vendetti all’esordio. Questo significa che la scommessa l’ho persa, che non sono uno scrittore. Al pubblico non l’ho data a bere. Su questo punto la penso come Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, quando chiede a George Peppard: “Ma sei uno scrittore vero?”, e lui risponde “in che senso?”, al che lei replica: “ci campi con quello che scrivi?”. Ecco, io non ci campo. Se non vivessi con la mia compagna, che ha una casa di proprietà tutta pagata, non potrei mai permettermi un affitto da solo, neppure mettendo insieme i guadagni delle traduzioni e delle collaborazioni giornalistiche. E a 50 anni non è un gran risultato. Anche lei, la mia compagna, ha perso la sua scommessa, quando ha creduto in me, nella possibilità che io diventassi uno scrittore. Se penso che una delle categorie del libro sui ringraziamenti s’intitolava “febbre da cavallo”, e prendeva in giro gli scrittori che ringraziavano chi aveva scommesso su di loro, capisco quanto il destino possa essere beffardo e vendicativo. Ma pure la mia famiglia ci aveva creduto, e ora è un po’ delusa. Viviamo tutti lontano. Mia madre e mio fratello minore in Spagna; mio fratello maggiore in Brasile, dove fa l’export area manager per la Perfetti, la multinazionale dei chewing gum, e infine mia sorella a Milano, col suo bel negozietto in centro. Mi seguono tutti con affetto, seppur distanti, s’informano sull’andamento delle vendite e delle recensioni, speravano che almeno uno di loro diventasse famoso. A volte, quando ci riuniamo a Natale, gli leggo in volto la delusione, e io stesso mi sento un po’ Calimero, quello che non possiede nulla e guadagna meno di tutti. Poi per consolarmi penso che non è stato tutto vano, che qualcosa mi è rimasto, che la stima di Guglielmi, l’apprezzamento di Umberto Eco, di Jovanotti e di Tiziano Scarpa non me lo toglierà nessuno finché campo. E non è cosa da tutti i giorni. Certo non ci paghi l’affitto, ma riscalda il cuore.

Ringraziamenti

aprile 11, 2013

saviano roth“[…]Ringrazio Bono Vox, per aver ascoltato queste storie quando ne ero ancora avvolto e per un perenne invito aperto ai concerti degli U2. Ringrazio Salman Rushdie, che mi ha insegnato a essere libero anche blindato tra sette uomini armati […]”

(Roberto Saviano, ZeroZeroZero, Feltrinelli, pag.443)

La dittatura di Linneo

febbraio 27, 2013

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Linneo è il nume tutelare della letteratura italiana, tanto che il destino di un autore o di un libro, nel bene o nel male, ormai lo determina l’etichetta che gli viene affibbiata. Gomorra di Roberto Saviano fu l’incunabolo di questa ossessione tassonomica. Alla vigilia della sua pubblicazione, quando stava ancora venendo editato, il futuro best seller era considerato a ragione dai dirigenti di Segrate un reportage, quindi classificato nella saggistica. Lo scrittore Giuseppe Genna, sul blog Nazione Indiana, rivelò in quei giorni di aver “speso parecchia energia al telefono per perorare la causa del posizionamento in narrativa con gli amici editor di Mondadori”, riuscendo alla fine a convincerli. Il vantaggio sarebbe stato duplice. Da una parte il marchio di romanzo è reputato più nobile di quello di saggio, perché per il primo è necessaria la creatività, mentre nel secondo si espongono solo delle opinioni, e dall’altra ne garantisce un più facile accoglimento da parte del pubblico. Infatti statisticamente in Italia, tranne rare eccezioni (come La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) le classifiche di vendita sono dominate da opere di narrativa.

Stefano Bartezzaghi su Repubblica fu tra i primi a notare quanto contasse l’etichetta del genere letterario, sottolineando come nella prima apparizione al programma Che tempo che fa, sia Saviano che Fazio sembrassero “ansiosi soprattutto di evitare anche il minimo sospetto che potesse trattarsi di un saggio”, fino ad arrivare alle soglie del vietissimo “si legge come un romanzo”. In questo senso appare speculare la fortuna di Qualcosa di scritto, il bel romanzo di Emanuele Trevi che sfiorò la vittoria all’ultima edizione del Premio Strega, ma i cui dati di vendita non sortirono l’effetto desiderato, forse perché nella medesima trasmissione il libro venne azzoppato da Fazio, che lo presentò alla stregua di un saggio di critica letteraria su Petrolio di Pasolini.

Tornando a Gomorra, uno degli aspetti più curiosi di quella contesa classificatoria fu che i suoi estimatori più fanatici si ritrovarono alla fine d’accordo con i suoi peggiori detrattori. Successe durante il comizio con Fausto Bertinotti a Casal di Principe. Lì Saviano venne accolto dall’ostilità dei parenti dei boss camorristici, e riferì che alcuni guappi in motorino gli si erano avvicinati complimentandosi ironicamente per il fatto che aveva scritto “un bel romanzo”, ovviamente nell’accezione negativa di opera di pura fantasia, quindi priva di valore come atto di denuncia.

Ma la dittatura di Linneo va oltre le librerie, e ha colonizzato non poche pagine culturali dei quotidiani. L’etichetta giusta determina il destino di un libro ma anche di un autore, gli attribuisce un’identità e a volte gli impone un canovaccio. E’ il caso di Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somale la cui presenza sembra sollecitata dai giornali (come in suo recente articolo per “La Lettura” del Corriere) solo in virtù del suo ruolo di testimone della letteratura migrante, con un copione sempre identico che prevede che a quella chiamata lei debba rispondere per rifiutare recisamente l’etichetta, che in realtà è la sua ragione d’essere, il motivo per cui l’hanno interpellata. Basta scorrerne la bibliografia per rendersene conto. Nel 2003 vince il premio Eks&Tra degli scrittori migranti con il suo racconto Salsicce, e pubblica il suo romanzo d’esordio, La nomade che amava Alfred Hitchcock. Nel 2005 un altro suo racconto compare nella raccolta intitolata Pecore nere edita da Laterza. Due anni dopo cura assieme a Ingy Mubiayi la raccolta Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si raccontano. Dal 2007 al 2009 tiene per la rivista “Nigrizia” la rubrica di opinioni I colori di Eva. Sempre nel 2007 partecipa all’antologia Amori Bicolori; quindi nel 2010 scrive Oltre Babilonia. E infine nel 2010 La mia casa è dove sono, romanzo autobiografico che descrive una famiglia sparsa tra Somalia, Gran Bretagna e Italia.

Sorte non dissimile è quella di Gianni Biondillo, la cui etichetta di giallista milanese (a dispetto della sua nutrita e varia produzione letteraria) lo rende una firma appetibile del Corriere ogni qual volta si verifica nel capoluogo lombardo qualche delitto irrisolto, quasi che la sua abilità nel tessere trame criminali e investigative lo accreditasse come esperto in grado di svelare il nome dell’assassino. In un’epoca in cui ci si riempie la bocca con termini quali “ibrido”, “meticcio” e “anfibio”, e ci si dichiara a parole fieri paladini della letteratura no logo, sarebbe il caso di abbandonare questa libridine rubricatoria, perché la buona scrittura, se è tale, può far a meno di colori ed etichette.

(pubblicato su l’Unità il 20/2/2013)

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luglio 24, 2012

“Altri menino vanto per ciò che hanno scritto. Il mio orgoglio stà in quello che ho letto.  J.L. Borges” (Saviano su twitter, alle 21 di oggi, 109 retweet e 37 preferiti, alle 23.30 cancellato).

l’ossessione della bella figura

febbraio 28, 2012

La foto che vedete è stata postata da Roberto Saviano su twitter il 19/12/2011. Lo ritrae insieme a Philip Roth nella sua casa di New York. Questo anche per specificare che l’ha scelta lui, gli piaceva, tanto da volerla mostrare ai suoi 155.000 seguaci (o followers, nel lessico sciamanico di twitter). A me ricorda certe immagini di Berlusconi al G8, in cui sta abbracciato sorridente a qualche potente, con la tipica espressione soddisfatta di chi cerca la luce riflessa, una legittimazione dall’esterno, forse perché intuisce che dall’interno non arriverà mai. In questo senso, quasi andando alle radici antropologiche dell’italianità, l’icona del meglio e quella del peggio si somigliano tanto, sono entrambe ossessionate dal provincialissimo desiderio di far bella figura, di mostrare prossimità col vip. Chi si sporge, chi si mostra felice e quasi incredulo per l’accostamento, quello è il provinciale. Niente, nessuna carica istituzionale, premio, lauree honoris causa, copertine di riviste, cittadinanze onorarie, traduzioni, soldi, flirt rotocalcheschi e quant’altro potrà mai saziare la fame di riconoscimento di un provinciale. Perché al fondo si tratta di convincere sé stesso, cioè il più ostinato detrattore. Come diceva mia zia spagnola: “Dime de que presumes y te diré de que careces”.

L’invidia

gennaio 21, 2010

La recente scomparsa di Beniamino Placido ha amareggiato molti, me per primo. Seguivo con attenzione sia la sua rubrica giornalistica sulla tv che il programma che condusse nel 1994 insieme a Indro Montanelli (Eppur si muove) sul carattere nazionale, in cui se dovevano criticare qualcosa dicevano sempre “noi”, “noi italiani”, non se ne tiravano fuori. Poi leggevo con interesse pure le sue recensioni su Repubblica, credo infatti di aver comprato e apprezzato I 15.000 passi di Vitaliano Trevisan dopo un suo articolo. E infine imparai quasi a memoria un suo densissimo saggetto edito dal Mulino, intitolato La televisione col cagnolino, in cui analizzava il celeberrimo racconto di Cechov per illuminare tanti piccoli fenomeni attuali. (more…)

Figure carismatiche

dicembre 19, 2009

Peccato per la foto, il primo piano stretto da pensatore che si tiene le tempie per il tanto rimuginare se no scoppiano. Avesse scelto una posa come quella di Feyerabend mentre lava i piatti, con la didascalia “il filosofo al lavoro”, ne avrebbe guadagnato parecchio. E peccato per certe tisanerie da oroscopo che ogni tanto gli scappano quando discetta di relazioni sentimentali nella sua rubrica settimanale su D di Repubblica. Peccato perché quando vuole, e parla d’altro, dice cose illuminanti. Sul ferimento del premier, per esempio, le parole più sagge sono state le sue, quando ha spiegato la natura delle personalità carismatiche, che producono consensi e dissensi a livello emotivo, e ha avvertito circa la pericolosità di un potere politico di questo tipo. Pericolosità per sé, nel senso che attira soggetti paranoici (vedi il caso di John Lennon) che lo identificano come un idolo o un bersaglio, insomma un oggetto fobico, e pericolosità per la democrazia, che si fonda sulla dialettica del confronto e sullo spirito critico. En passant, un discorso simile si potrebbe fare per la letteratura. Anche qui ci sono “figure carismatiche” (espressione di per sé neutra, e a prescindere dal fatto che quel carisma lo si cerchi ed ottenga deliberatamente attraverso gli strumenti del consenso oppure semplicemente càpiti), tipo Saviano e Moresco, intorno alle quali lo scontro emotivo spesso prevale sul confronto delle idee. Io resto dell’avviso che i termini fan e persecutore siano in fondo sinonimi dei quali è bene diffidare.