Posts Tagged ‘Shakespeare’

Mi sa anche Shakespeare

ottobre 9, 2017

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la letteratura ideale

marzo 7, 2017

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L’autore ideale è quello di cui si dubita perfino l’esistenza, come Omero e Shakespeare; e il libro ideale è quello che si conosce profondamente senza averlo letto, come il Don Chisciotte.

il museo degli amori sbagliati

novembre 16, 2016

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Una volta si diceva che solo gli amori che non sono successi durano tutta la vita. Ora anche quelli che sono successi hanno qualche speranza di eternarsi. L’importante è che siano finiti male, meglio se con recriminazioni e rimpianti, e soprattutto che un oggetto che li rappresenta sia esposto al Museum of Broken Relationships. Se sta lì, in bella vista, allora tutti i sentimenti che l’hanno accompagnato continueranno a vivere nel ricordo dei visitatori, e quella storia d’amore si ramificherà nella loro fantasia.

Questo museo curioso l’ho scoperto per caso su una guida turistica di Los Angeles. Chiara doveva andare in California per lavoro e voleva che le consigliassi qualche posto speciale, sapendo che ci avevo vissuto nel lontano 1997. Così, per aggiornarmi un po’, mi son messo a sfogliare un baedeker sui luoghi più cool della città, quel tipo di libro che dice che per conoscere un posto devi girovagare senza meta perdendoti nelle sue strade e al contempo ti propone un decalogo di cose imperdibili. Fra queste ce n’erano alcune molto note ma successive al mio soggiorno americano, come la Walt Disney Concert Hall progettata da Frank Gehry nel 2003, ed altre meno ovvie di cui non avevo mai sentito parlare, come appunto il Museum of Broken Relationships situato al 6751 di Hollywood boulevard.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la sua ubicazione, cioè il fatto che un museo simile, concepito come un omaggio ai sogni infranti, sia stato fatto proprio a Hollywood, nella fabbrica dei sogni per antonomasia. Ma l’idea stessa di un museo di questo tipo mi è sembrata brillante, originale e nuova, non a caso è stato aperto solo quest’anno. Mi piace il contrasto fra la pesantezza del contenitore e l’impermanenza del contenuto, la collaborazione del pubblico che deve prestare le opere e raccontare a cosa alludono, il suo potenziale infinito…

Per certi versi ricorda la banca della memoria che s’inventò Saverio Tutino, l’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, perché anche lì si custodiscono tante storie autobiografiche di persone anonime. Nel Museum of Broken Relationships c’è quel che resta degli amori sbagliati, una collezione di oggetti donati dai separati, ognuno col suo carico di dolore e speranze e ognuno accompagnato da un breve testo che spiega il senso di quella fine. L’allestimento è diviso per ambienti tematici. La prima stanza riguarda le relazioni a lunga distanza che non hanno funzionato, e ci sono fazzoletti, biglietti del treno, sacchetti per il vomito del tipo che danno in aereo, con le istruzioni su cosa fare in caso di emergenza, che è esattamente quello che manca nei rapporti sentimentali. La seconda stanza si intitola “capricci del desiderio”, e raccoglie feticci di relazioni interrotte presto, ancora nel fuoco della passione: sex toys fallici, manette pelose e pure un reggicalze mai messo, ma che “forse se l’avessi indossato a quest’ora staremmo ancora assieme”, come ha scritto la sua ex proprietaria. Poi viene la stanza “rage and fury”, la rabbia e il furore, quella delle separazioni tempestose, dove campeggia un’ascia appesa al muro simile a quella di Shining, che servì a una donna per distruggere il mobilio del fidanzato che la tradì e abbandonò. E qui il pensiero va a Lorena Bobbit, al coltello da cucina che usò per evirare il marito fedifrago, che però non c’è perché il museo non cerca la ribalta dei grandi casi di cronaca nera, ma preferisce le storie comuni, di tutti i giorni, invitando implicitamente chi si aggira fra quegli oggetti a pensare anche ai propri di oggetti, alle cose che suggellarono le proprie separazioni.

Io per esempio ci ho pensato su e credo che per il rapporto con Cinzia darei una videocassetta. L’aveva fatta fare mia sorella, e vi erano riversati tutti i filmini super8 di noi bimbi con papà e mamma, in vacanza al mare o in piscina all’Edilnord. Erano tanti spezzoni sgranati e muti, accompagnati da una musichetta anni 70 terribile, di quelle da ascensore. Durava circa un’ora ed era effettivamente noiosissima, ma quando una sera la vedemmo io e Cinzia, e poco dopo lei cominciò a russare sul divano, lì mi fu chiaro che non c’entravamo niente. Lei sapeva l’importanza di quel video, erano gli unici ricordi animati di mio padre, anzi gli unici ricordi animati della mia famiglia unita, e sapeva quanto ci tenevo, dato che era stata lei stessa a insistere per vederla insieme, e invece finì che la guardai da solo, giustamente, perché certi regolamenti di conti non si possono condividere.

Per la storia con Nicole invece darei una bottiglia di vino. Niente di prezioso o particolarmente raffinato, un semplice Santa Cristina oppure un Sangiovese da supermercato, cioè il tipo di vino che beveva la sera in casa, da sola, dato che io sono astemio. Sceglierei il vino perché quando la beccai con un altro – un piccoletto senz’arte né parte – e le chiesi incazzato cosa ci trovasse in quello sgorbio, lei rispose che con lui poteva bere vino, che considerava una specie di comunione mistica per spiriti eletti, da cui ovviamente io ero escluso.

L’unica cosa che non mi convince del museo è il logo, la scritta spezzata, troppo scontata e didascalica. L’avessi scelto io avrei indicato un fazzoletto, come quelli delle relazioni a lunga distanza, che si agitano alla stazione e con cui ci si asciugano le lacrime. Quello è il simbolo perfetto delle separazioni, non per niente è centrale pure nella storia di Otello e Desdemona, l’amore tragico per eccellenza. Una relazione che non aveva niente di sbagliato, e che tuttavia finì male lo stesso, per un equivoco fatale che portò alla rovina due sposi devoti e fedeli, alludendo così all’inevitabile ambiguità del linguaggio amoroso, che è l’espressione delle persone reciprocamente più vicine ed estranee del mondo: gli innamorati.

Punto.

febbraio 4, 2013

baricco21Ho seguito con grande interesse le Palladium Lectures di Alessandro Baricco. Si tratta di quattro lezioni che ha tenuto nell’omonimo teatro di Roma davanti a un pubblico numeroso e attento. Spesso la telecamera inquadrava gli spettatori, e nonostante la durata inconsueta delle lezioni, che superavano ampiamente l’ora, non si vedeva mai nessuno annoiato. Gli occhi erano fissi sull’oratore, la postura immobile, come ipnotizzati. Vi posso assicurare, avendo assistito a parecchi incontri letterari, che questo è anomalo. Non basta il carisma, il magnetismo, è necessario essere un affabulatore formidabile, saper raccontare le storie. Baricco non legge, improvvisa, dà l’impressione di costruire al momento il proprio discorso come una fitta ragnatela di citazioni, ti rende partecipe della fatica, e quindi sembra che si stia rivolgendo personalmente a ognuno dei suoi interlocutori. Poi quello che dice è opinabile, e spesso sono in disaccordo con le sue tesi, ma ti stimola comunque, magari a contrario. Fatta la tara a un egotismo ipertrofico che ogni tanto affiora (“questa neppure io sarei stato capace di scriverla”, riferendosi a una bella frase di Proust), Baricco conquista il suo uditorio perché oggi è il miglior monologhista in circolazione. E, come ogni vero monologhista, funziona solo in assenza di contraddittorio. Lo spazio scenico in cui si esibisce non ammette repliche. Di più, una qualsiasi voce contraria che si levasse per contestargli garbatamente qualcosa suonerebbe blasfema, né più né meno che durante una predica a messa; a tal punto che nelle rare dissonanze fra lui e gli spettatori, come quando accenna a ridere per una sua battuta e il pubblico non lo segue, l’effetto è quello di un’unghiata sulla lavagna. Ciò che non mi finirà mai di piacere in Baricco, al di là dei contenuti esposti con innegabile maestria, è proprio lo spirito del monologhista, che contempla soltanto il silenzio o l’applauso. Nell’ultima di queste quattro lezioni, forse la più interessante, quella dove discorre del tempo degli innamorati servendosi di una piantina della fuga di Luigi XVI, del racconto degli ultimi giorni di Tolstoj e di diverse citazioni (Cyrano de Bergerac, Romeo e Giulietta, L’amore al tempo del colera ecc.), Baricco a un certo punto riferisce le ultime parole di Tolstoj pronunciate prima di morire. Pare che il grande scrittore russo in quei momenti abbia detto al suo medico “svignamocela”, forse riferendosi alla moglie detestata da cui fuggiva e che lo aveva appena raggiunto. E aggiunge che quella parola, “svignamocela”, sembra sia la più usata nei dialoghi del cinema americano. Ecco, se applicassimo lo stesso criterio delle ricorrenze a queste lezioni, scopriremmo che Baricco adopera di frequente espressioni ultimative, parole che vanno a capo come “Punto.”, “Chiuso.”, “Fine.” So che lo spirito del tempo soffia in direzione contraria, ma io preferisco gli uomini del “forse”.