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oblioteca

novembre 1, 2016

spre

Mia madre non ci ha lasciato niente di prezioso. I pochi oggetti di valore che le restavano li aveva regalati a noi figli o se li era venduti a suo tempo per integrare la modesta pensione di reversibilità di mio padre che morì a 55 anni, solo due più di quanti ne abbia io adesso. L’unica cosa sua che ora vorrei qui con me è lo spremiagrumi elettrico Scaroni. Quando le feci visita per l’ultima volta a Torrelles, a fine giugno, glielo trovai in cucina e mi venne in mente che una vita fa era stato mio. L’avevo preso nel 2000 coi punti al Gigantino di via Porta Lodi, un supermercato nel centro di Monza, vicino a dove abitavo e avevo il negozio. Andavo spesso a far compere lì con Nicole, la mia fidanzata dell’epoca. Quel supermarket era il più piccolo di una catena di enormi mall presenti in tutta la Lombardia, da cui il curioso ossimoro del nome, come se un tipo alto 1.55 lo si chiamasse “il nanone”. Ci piaceva la routine serale della spesa insieme, finita la giornata lavorativa, per scegliere cosa cucinare. A furia di andarci accumulammo parecchi punti e lo prendemmo senza pagare una lira. Ci sembrò di aver fatto un affare, uno spremiagrumi di plastica che valeva al massimo 10.000 lire, come regalo per aver speso almeno un paio di milioni nell’arco di un anno nello stesso negozio. Però lo usammo tanto, soprattutto io. In inverno quasi ogni mattina le facevo una spremuta di arance prima che andasse in ufficio, era il simbolo del nostro viver sano.

Non so come finì in Spagna. Probabilmente da lì lo portai nella casa di via Toti, e poi in quella di via Raiberti, dove venne a stare anche mia madre nel 2009 per la convalescenza dopo il primo ciclo di chemio, e da dove infine io partii per venire a Roma. A giugno, quando glielo trovai in cucina, le chiesi se le era utile, e mi disse di sì, che anche lei si faceva spesso la spremuta. Era ancora perfettamente integro. La sua misera plastica ne aveva viste tante in sedici anni e ben quattro traslochi.

Oggi non mi serve, ne ho un altro più nuovo, però mi piacerebbe tenerlo lo stesso. Non si merita la discarica, e poi è stato un testimone muto e fedele della mia vita e di quella di mia madre. Magari esiste la memoria degli oggetti, e questo spremiagrumi conserva un po’ dell’energia delle mani che lo usarono e degli sguardi che vi si posarono sopra. A me basterebbe guardarlo ogni tanto per ricordare. Ricordare significa richiamare al cuore.