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Laika e l’ara pacis

marzo 5, 2012

I versi che amo di più di Francesca Genti sono: “sola come Laika nello spazio siderale“. Quella similitudine mi dà la precisa sensazione di una solitudine disperata, senza vie d’uscita, che sgomenta. Poi ho scoperto che sono falsi. La povera bestiola che fu spedita in orbita con lo Sputnik II il 3 novembre 1957 dal cosmodromo di Bajkonur, in Kazakistan, in realtà in orbita non ci arrivò mai, se non da cadavere. Dimitri Malashenkov, uno degli scienziati russi che partecipò al progetto e la seguì, lo ha rivelato poco tempo fa. La propaganda ufficiale parlava di alcuni giorni di sopravvivenza, ma la bastardina morì nel giro di pochi minuti dal momento dell’accensione dei razzi. Le erano stati applicati dei sensori che rilevavano la sua pressione sanguigna, la frequenza del respiro e il ritmo cardiaco. Il frastuono terribile dei motori unito alle vibrazioni accelerarono talmente i suoi battiti da farle scoppiare il cuore. Crepò di paura, e il suo corpo venne incenerito durante il rientro del satellite nell’atmosfera terrestre.

Fu un sacrificio inutile sull’altare del progresso“, ha dichiarato con rammarico ai giornalisti lo scienziato russo in pensione.

Quando mi chiedono cosa mi piace di Roma, parlo sempre della sua bellezza. Il cielo, il paesaggio, l’architettura. Uno dei miei luoghi preferiti è l’Ara Pacis. Mi capita spesso di passarci accanto, tornando in macchina verso casa sul lungotevere. Quando succede rallento un po’ e gli do un’occhiata attraverso le vetrate. Nelle giornate di sole il marmo bianco è abbacinante, con quelle forme rigorosamente squadrate, i fiori e i ghirigori a grottesca nella fascia inferiore e la processione di vestali e togati su quella superiore. Tutto quel candore sembra così puro e innocente, eppure quei piccoli fori in basso, le canaline di scolo, mi ricordano il fiume di sangue scorso nei secoli per il sacrificio dei tori e dei montoni. Tutta una teoria di vite spezzate, di animali ammazzati in quel bellissimo macello per ingraziarsi divinità oggi ridotte a folklore, dèi in cui non crede più nessuno.

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