Posts Tagged ‘Ungaretti’

Ercole de Maria, o del successo

aprile 10, 2017

ercol

Una volta Tiziano Scarpa mi ha deluso, scrivendo delle cose che non mi aspettavo da lui. Ho pensato: sarà lo Strega. Si è montato la testa e si sente diverso dagli altri. Ma lui non è così. Tutta la sua vita testimonia il contrario. È uno che non è mai andato all’incasso. Anzi, se scorge qualche causa persa se ne invaghisce subito come di una bella gnocca. Forse è l’unico Premio Strega che non scrive stabilmente su un grosso giornale, e regala le sue perle sul blog del Primo amore, come questa per il centenario di Mattina. E poi sperimenta sempre nuovi linguaggi: testi per fumetti, per fiabe, per piece teatrali, per canzoni, per cataloghi di artisti contemporanei, tutte attività che lo entusiasmano ma di scarsa remunerazione, tanto che ultimamente in alcuni suoi versi è parso quasi preoccupato per il suo futuro economico (“come affronterò la vecchiaia senza pensione?“, “tiz datti da fare“). Quindi sono io ad aver equivocato, sicuro. (more…)

castelli in Spagna

marzo 19, 2017

tempesta east coast

Non lo sapevo. L’ho scoperto a cinquant’anni, leggendo un libro su Baudelaire. “Castelli in Spagna” è un modo di dire comune in francese, e pure antico, infatti risale al Roman de la rose. Un po’ l’equivalente del nostro “castelli in aria”.

Chissà perché proprio in Spagna, come se non potessero esistere dei castelli lì. Ad ogni modo l’espressione “castelli in Spagna” per i francesi allude ai progetti chimerici, e quando lo lessi mi suonò una campanella, come se all’improvviso qualcosa andasse a posto da solo, s’incastrasse alla perfezione con un altro pezzo spaiato che avevo accantonato tempo addietro. (more…)

scoprire gli altarini

novembre 25, 2016

alt

Questo altarino della memoria si trova a Roma, appeso a una rete metallica che avvolge un pilone del cavalcavia di corso Francia, di fronte all’Auditorium Parco della Musica. L’hanno fatto per lei, Anna Maria Ziroli, che in quel punto morì un giorno d’estate del 2009, poco prima di compiere 67 anni. Chissà che cosa la uccise. Se fu un incidente, oppure venne investita da una macchina o da un autobus mentre attraversava distrattamente la strada. Io ci passo davanti quasi tutte le notti portando a spasso il cane. Non so perché lo faccio. Forse mi piace il fatto che sia la testimonianza di una morte violenta non reclusa in quei lager che sono i cimiteri, ma disseminata nella quotidianità, dove camminiamo tutti i giorni, e poi mi piace la sua discrezione, l’assenza di enfasi, e che mi lascia libero d’immaginare che storia c’è dietro, chi era quella persona, cosa faceva, come è morta. Non è vicinissimo a casa mia e a quell’ora c’è un’aria losca, sembra il tipico angolo buio e malfamato dove battono i trans o vivono i barboni. È curioso. Non vado mai a trovare i miei al cimitero e poi visito spesso la lapide di una sconosciuta sotto un cavalcavia. Questa di Anna Maria è un po’ trascurata, sporca, però i fiori sono sempre freschi, come se una mano pietosa si premurasse di cambiarli prima che lo smog li impolveri e rinsecchisca. Per saperne di più ho cercato in rete, ma non ho trovato nulla sul suo conto. Sono riuscito solo a sapere che quel cognome non è molto diffuso ed è presente soprattutto nel Lazio. Dalla faccia sembrava una persona semplice, forse una pensionata con la minima. Probabilmente, tranne i suoi parenti, “sono l’unico che sa ancora che visse“, per dirla con Ungaretti. Ieri ho visto che qualcuno le ha accostato la foto di un uomo, che presumo fosse il marito. Uno accanto all’altra fanno uno strano effetto: lei sorride anche con gli occhi, come fosse molto felice di rivederlo, lui invece è triste, quasi seccato.

il quinto quarto

novembre 4, 2016

Francoforte, Germania

Sette mesi durò l’avanti e indietro fra Milano e Roma. Un weekend scendevo io, il weekend dopo saliva lei, finché un bel giorno lanciai il cuore oltre l’ostacolo e traslocai definitivamente nella capitale. In mezzo tanti treni, sigarette, bed & breakfast (che a casa sua c’era il bambino), messaggini e cene fuori. Le cene per me erano ogni volta una sofferenza. Io speravo in qualche bella trattoria ignorante, e invece appena sbarcavo a Termini lei aveva già prenotato in un ristorante etnico, tipo il vietnamita, l’indiano, o l’etiope. Il mio esotico era la cucina burina dell’agro romano, il menu della metropoli paesana, cioè la carbonara, l’amatriciana, la gricia, la cacio&pepe, e poi la lingua, la pajata, la coratella, la coda alla vaccinara.

Non sapevo che questi secondi piatti si chiamassero “il quinto quarto”. Quando me lo dissero fu una rivelazione. Non avevo ancora messo a fuoco del tutto ma già intuivo la potenza di quell’espressione. Il quinto quarto mi ricordava un po’ lo standard jazzistico Take five, basato su un anomalo ritmo in cinque quarti inventato dal batterista Joe Morello; o il dipinto di Pelizza da Volpedo Il quarto stato, che voleva dare corpo a un ceto sociale emarginato e non rappresentato; o ancora il film di Spike Lee La venticinquesima ora, che parla del tempo dell’illusione e della speranza, di qualcosa che è costitutivo e che eccede, come un gesto che ti appartiene e insieme ti trascende.

Il quinto quarto alimentare che scoprii a Roma sono le frattaglie, le parti meno nobili della bestia, quello che normalmente si butta perché considerato senza valore. Poi un giorno qualcuno, ma un qualcuno molto in là nel tempo, perché l’usanza pare risalire addirittura agli etruschi, e agli antichi romani con certezza, quel qualcuno per risparmiare s’inventò dei piatti con gli scarti degli altri, e alla fine uscirono pure buoni e saporiti.

Oggi di carne ne mangio poca, e spero di riuscire a rinunciarci del tutto prima o poi. Però la passione per il quinto quarto non mi ha abbandonato, e mi accompagna da quando neppure conoscevo quell’espressione, che per me è una specie di filosofia di vita, una visione del mondo. Per orientarsi servono i quattro punti cardinali, le città sono spartite nelle griglie rassicuranti dei quartieri, ma poi c’è tutto quello che sfugge alla topografia ordinaria, al bisogno di collocarsi e di significare.

Il quinto quarto è la collezione tessile patchwork, che negli anni Novanta realizzavamo con i campionari di tessuto che i produttori buttavano quando rinnovavano le loro collezioni, l’unica buona idea che ebbi da arredatore. Il quinto quarto è Stoner, lo scialbo personaggio cucinato con maestria da John Williams, un professore universitario talmente anonimo e passivo che solo “pochi dei suoi studenti serbarono di lui un ricordo nitido“. Il quinto quarto è Il povero suonatore di Franz Grillparzer, che si stupisce quando gli chiedono di raccontare la sua storia perché non pensa di averne una, non crede che il succedersi dei suoi giorni sia qualcosa di sensato e interessante come “una storia”. Il quinto quarto è il pedinamento del fantasma di Dora Bruder, che Patrick Modiano riesce a scrivere in bianco e nero, come fosse l’interrogazione di un vuoto. E’ Mohammed Sceab, il giovane egiziano che si tolse la vita nella stanza della pensione parigina che condivideva con Ungaretti, e del quale quest’ultimo diceva “forse io solo so ancora che visse”. Il quinto quarto sono le mani in negativo dipinte nelle grotte rupestri del Paleolitico, quelle che non s’imprimono ma si tolgono, che invece di affermare una presenza alludono a un destino d’ombra che è loro e anche nostro, ma che soltanto noi possiamo dire. Il quinto quarto sono Olga Kraus, Bianca Kovacs, Etelka Kisfaludi, le ignote pazienti del sanatorio di Kierling che divisero la stanza con Kafka durante le sue ultime settimane; è quello che succede quando non succede nulla, come diceva Perec; e sono tutte le vite inavvertite, la mia, la tua, quella di mia madre che finì ad agosto e tutte quelle che scompaiono ogni giorno nell’indifferenza generale ma dureranno lo stesso nel tempo, al di là dell’encomiabile sforzo di ricordarle e salvarle dall’oblio, perché come diceva Vladimir Jankélévitch “colui che è stato non può più non esser stato, e proprio questo è il suo umile viatico per l’eternità“.