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Un brutto quarto d’ora

ottobre 16, 2009

andy

Aveva ragione lui. Sembrava una sparata, una provocazione arguta, un folle paradosso e invece l’utopia è diventata realtà e si è trasformata in incubo: ora per tutti c’è la possibilità di avere il proprio quarto d’ora di celebrità.

La scorsa settimana sono andato al solito ciclo di reading poetici, quello che presi a frequentare come una specie di ansiolitico letterario appena mi separai, più o meno per la stessa ragione per cui il protagonista di Fight club partecipava ai gruppi di sostegno per malati terminali. Ma questa volta non c’era il solito sparuto pubblico di viziosi. Questa volta la saletta coi neon e il perlinato era gremita. Una delle organizzatrici mi si è avvicinata chiedendomi se avrei letto anch’io perché mi si doveva inserire in scaletta, così ho scoperto che erano tutti lì per declamare i propri versi, pubblicati o scritti su un quadernetto. L’uovo di colombo, in pratica. Per racimolare un degno pubblico alla poesia non bisogna invitare gli appassionati di poesia, bensì i poeti, cioè gli appassionati della propria poesia. E in questo modo a ognuno, a turno, sarebbe stato garantito un quarto d’ora di celebrità.

Tornato a casa ho acceso la tv e c’era Maurizio Costanzo che pubblicizzava la ripresa del suo show. Affermava che in 25 anni di messa in onda aveva presentato 33.000 ospiti. 33.000. Una città. Eccolo, mi son detto, l’elitismo di massa, falso come un grande amore. Ma forse la realizzazione dell’utopia  di Warhol annuncia l’imminente fine di quel modo di porsi e relazionarsi agli altri; similmente alle mode, che declinano nello stesso momento in cui si diffondono troppo. Forse siamo vicini a una crisi di rigetto, non per niente al reading collettivo tanti sembravano solo attendere con impazienza il proprio turno. Forse il basta di “Basta apparire”, il sottotitolo del film Videocracy, significa alt, stop, e nel prossimo futuro ognuno aspirerà ad almeno un quarto d’ora di anonimato. Forse.

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