Posts Tagged ‘Vincent Van Gogh’

Saul Steinberg nel ventennale della morte

luglio 18, 2019

saul

Che tipo, Saul Steinberg. Strano che di un personaggio come lui non si sia parlato molto sui giornali in questi mesi in cui ricorreva il ventennale della sua morte. A me è sempre piaciuta la sua cartografia interiore, al punto che suggeriva di  sostituire la parola “autobiografia” con “autogeografia”, come se la vita fosse essenzialmente una questione di luoghi, di collocazioni e prospettive, come nella celebre copertina del New Yorker che mostrava il mondo visto dalla Ninth Avenue. NYorkSteinberg non offrì l’indicazione precisa dell’incrocio in cui aveva fissato il suo punto di vista, cioè con quale street di Manhattan s’intersecava la Nona avenue. All’inizio avevo pensato che potesse essere l’indirizzo di casa sua, anche se ulteriori ricerche lo hanno collocato altrove, sulla 75esima fra Park e Lexington,casasaulsteinberg  ma la copertina è del 1976, e quello poteva essere un indirizzo di casa precedente. Poi ho pensato che magari in quell’incrocio c’era la sede del New Yorker, la rivista che commissionò l’illustrazione, ma anche quell’ipotesi si rivelò sbagliata. Forse in fondo speravo che fosse qualcosa di personale, come se quel disegno testimoniasse il suo amore per un angolo di mondo al quale finalmente sentiva di appartenere, dove lui, ebreo errante nato in Romania, passato dall’Italia e approdato negli States, avesse messo radici e avesse voluto dichiarare la centralità, al pari del crocevia di Brooklyn fotografato tutte le mattine da Harvey Keitel nel film Smoke scritto da Paul Auster, e che poi ho scoperto essere l’indirizzo di casa proprio di Auster (o quasi, come spiega Raffaella De Santis in un’intervista allo scrittore americano pubblicata su Robinson).smoke_keitelSteinberg visse anche a Milano dal 1933 al 1940, e se ne andò in USA solo a causa della promulgazione delle leggi razziali, per le quali prima fu anche rinchiuso in un campo di detenzione a Tortoreto, in Abruzzo. A Milano giunse dal natio borgo selvaggio in Romania per studiare al Politecnico, alla facoltà di architettura, e prese alloggio a Città Studi, in una camera in affitto sopra il bar del Grillo in via Pascoli 59, vicino all’università. Anche di questo suo angolo di mondo ci ha lasciato dei disegni, sia dell’esterno, bargrill cioè la vista sulla strada, che oggi sembra molto cambiata, come se quell’edificio fosse stato demolito e rimpiazzato poco dopo da un palazzone razionalista, che dell’interno, la sua cameretta disordinata con la scrivania ingombra di matite e righelli e la vista sul “Cremlino”, il palazzo art decò chiamato così  per le sue forme fantastiche con cupole e pinnacoli, che fu costruito negli Anni 20 e oggi è la sede della Facoltà di ricerche chimiche e biomediche.bargrilIl disegno sembra fondere insieme la celeberrima cameretta di Van Gogh ad Arles, ed anche il suo dipinto con la vista sui tetti di Montmartre che eseguì dalla stanza in rue Lepic dove era ospite del fratello Theo. lepicMa a guardare le sue illustrazioni con attenzione si scoprono molti dettagli incongrui, per questo parlo di cartografia interiore, come se in realtà fossero metafore o simboli di qualcos’altro (la copertina del New Yorker intitolata View of the World from 9th Avenue rappresenta il mondo come se fosse solo le propaggini vaghe e indistinte di Manhattan). Il tempo stesso nei suoi disegni ha una disposizione spaziale, di attraversamento, come una terra incognita da esplorare che riserva sempre sorprese steinb. Ma il tratto leggero, ironico e svagato della sua matita non deve trarre in inganno. Al fondo c’è un cuore nero che si manifesta con quelle figurette allucinante tra Hieronymus Bosch e George Grosz IMG_20190727_194012e che probabilmente in parte ha reminescenze personali, come nei disegni di quelle famiglie che si gettano unite dal tetto di grattacieli, e che non possono non ricordare la triste fine di Sigrid Spaeth, la proto hippy con cui ebbe una tempestosa relazione durata trentacinque anni, alla fine della quale lei si gettò dal tetto del palazzo dove lui le aveva comprato un appartamento. Che ne è stato di quell’uomo che in un famoso fotomontaggio teneva per mano un sé stesso bambino spaurito e confuso, quell’uomo consacrato dalla critica come uno dei graphic designer più importanti del XX sec.? Un ebreo che durante il fascismo si manteneva disegnando per due periodici satirici sostanzialmente conniventi col regime, come il Settebello (dove collaboravano Campanile, Zavattini e Maccari) e il Bertoldo (dove collaboravano Guareschi, Marcello Marchesi e Fellini), e che disegnò il mondo come  se stesse facendo il suo autoritratto? Forse la vera natura di Steinberg la colse solo la moglie Hedda Sterne, anche lei di origine romena, la sola donna artista che comparve sulla copertina di Life nel 1951 assieme ai protagonisti dell’Espressionismo Astratto americano. Un bel giorno, dopo vent’anni d’infedeltà a volte anche sfacciate, Hedda gli disse: «Sai perché siamo rimasti amici così a lungo noi due?». E di fronte al suo silenzio scocciato e condiscendente si rispose da sola: «Perché siamo le due persone che ti amano di più al mondo».

 

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Ecce Gerstl

novembre 4, 2018

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Centodieci anni fa, oggi, questa persona decideva di farla finita. Si chiamava Richard Gerstl, viveva a Vienna ed era un pittore giovanissimo con tutta la vita davanti. A quel tempo e a quelle latitudini il suicidio non era infrequente, soprattutto fra gli artisti, gli intellettuali e le personalità eminenti, non a caso in tedesco suicidio si dice freitod, cioè libera morte, come se fosse la più alta e nobile espressione del libero arbitrio, appannaggio degli spiriti eletti. Vi ricorsero, per citare solo i casi più illustri, Otto Weininger, Georg Trakl, Max Steiner, tre dei quattro fratelli Wittgenstein, oltre a Maria Vetsera e l’arciduca Rodolfo. Gerstl aveva un grande talento ma era ancora poco conosciuto nell’ambiente. La sua arte era insieme vecchia e modernissima, quella di un fauves che s’ispirava a Vincent Van Gogh e anticipava certi stilemi dell’Espressionismo tedesco, in opposizione alla raffinatezza trasognata dei secessionisti come Gustav Klimt, che nell’augusta Cacania andavano per la maggiore e dettavano legge in fatto di gusto. Basta guardare il lampo dell’occhio azzurro in questo autoritratto disperato e beffardo, eseguito poco prima della fine, per capire lo scarto, anzi l’abisso che li separava, ma non fu per questo che si uccise. Più banalmente, Gerstl s’ammazzò per un amore non corrisposto. Lei era Mathilde Schonberg, la moglie di un suo caro amico oltre che vicino di casa, passato alla storia della musica come il padre della dodecafonia. Agli Schonberg Richard stava impartendo delle lezioni di disegno quando tra lui e Mathilde divampò una passione bruciante. Cominciarono allora una relazione clandestina che presto fu scoperta dal compositore nel peggiore dei modi, spingendola così ad abbandonare il tetto coniugale, anche se pochi mesi dopo lei si pentì e ritornò sui propri passi. Gerstl la prese malissimo, e dopo ripetute minacce e suppliche di ripensarci si arrese all’evidenza e si convinse che non avesse più senso andare avanti senza di lei. Così, la notte del 4 novembre scelse d’impiccarsi davanti a un grande specchio nel suo studio in Lichtensteinstrasse 20, non prima però di aver cancellato ogni traccia della sua arte presente in quelle stanze. B1900802T9967103

Forse anche per questa ragione il riconoscimento arrivò tardi, grazie alla determinazione e all’insistenza del fratello Alois che, persuaso del genio di Richard, nei primi anni 30 convinse il mitico gallerista viennese Otto (Nierestein) Kallir ad organizzare nella Neue Gallery la sua prima mostra postuma che lo impose all’attenzione della critica. Infine, con l’esposizione alla XXVIII Biennale di Venezia del ’56, giunse la consacrazione internazionale come uno dei protagonisti dell’arte del suo tempo, tanto che oggi i suoi autoritratti sono considerati tra gli ecce homo più potenti e originali del Novecento.

Un’esplosione di colori

febbraio 22, 2018

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il fuoco dentro

aprile 6, 2017

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Uno ha un grande fuoco nell’anima e nessuno viene mai a scaldarsi, i passanti non scorgono che un po’ di fumo in cima al comignolo e se ne vanno per la loro strada. E allora che fare, ravvivare questo fuoco interiore, avere del sale in sé, attendere pazientemente – ma con quanta impazienza -, attendere il momento in cui, mi dico, qualcuno verrà a sedersi davanti a questo fuoco, e magari vi si fermerà?” (Vincent a Theo Van Gogh, 22-24 giugno 1880)

il fuoco dentro

settembre 16, 2016

vincenttheo-van-gogh

«Uno ha un grande fuoco nell’anima e nessuno viene mai a scaldarsi, i passanti non scorgono che un po’ di fumo in cima al comignolo e se ne vanno per la loro strada. E allora che fare, ravvivare questo fuoco interiore, avere del sale in sé, attendere pazientemente – ma con quanta impazienza –, attendere il momento in cui, mi dico, qualcuno verrà a sedersi davanti a questo fuoco, e magari vi si fermerà».

(Vincent Van Gogh al fratello Theo, 22-24 giugno 1880)