Posts Tagged ‘Vivian Maier’

il soffio

agosto 10, 2017

coup

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Antonia Pozzi, Prati

zelig

marzo 25, 2017

vi

Osservavo questo cartellone oggi, pensando che forse domani ci faccio un salto, ma anche che di questo autoritratto famosissimo, quasi un’icona dell’artista misconosciuto, mi incuriosisce soprattutto il dettaglio dell’uomo di colore che sta attraversando dietro di lei, vestito con una specie di tuta, guardando dall’altro lato della strada. Con le foto di Vivian Maier mi capita spesso di essere attratto da queste figure anonime e marginali che abitano lo sfondo, che occupano per un momento e del tutto inconsapevolmente uno spazio di notorietà postumo diventando puri pretesti per riflessioni estemporanee. La grazia ruvida delle sue immagini mi risveglia la mia natura camaleontica che sogna ad occhi aperti di incarnare altre vite e possibilità, come potrebbe essere mettermi nei panni di un estraneo, assumere il suo nome, cambiare città, aspetto, modo di parlare, diventare in tutto e per tutto un altro. Non tanto chiedersi chi è e cosa stava facendo in quel momento quell’uomo, ma essere lui, vivere al suo posto, fare il suo lavoro, amare sua moglie, tutto il pacchetto insomma, magari solo per un giorno, per vedere l’effetto che fa, come diceva la canzone. Che poi non doveva essere facile, intendo essere un uomo di colore negli Stati Uniti degli anni 50, dato che quella foto di Vivian Maier è di quel periodo lì. (more…)

ritornare sui passi degli altri

febbraio 27, 2017

23L’ultima volta che è uscita dalla Spagna fu nel 2015. Andò qualche giorno a Milano, ospite di mia sorella, e io le raggiunsi per il weekend. Un sabato di maggio freddo e ventoso coi nuvoloni scuri visitammo l’EXPO. Era verso il tramonto, cenammo nel padiglione spagnolo con una paella scipita dopo un po’ di coda, e poi vedemmo i giochi d’acqua e di luce dell’albero della vita. Lei era felice. Si sentiva bene e ci vedeva tutti assieme; io sempre con la faccia sofferente e scocciata, non so neanche perché. Domenica girammo per il centro, fino a San Lorenzo, e davanti alle colonne mia sorella ci scattò questa foto.

Ci sono tornato poi a Milano. A fine settembre 2016, due mesi dopo la sua morte. E fra le varie cose sono andato anche lì, in corso di porta Ticinese. Cercavo il punto esatto della foto, controllavo con l’immagine che avevo sullo smartphone, volevo posizionarmi nello stesso luogo di allora. Non era difficile, avevo i punti di riferimento del tombino, i pilastrini con le catene, le piastrelle sul marciapiede e la prospettiva delle colonne. Insomma, alla fine l’ho trovato. Ho atteso due minuti che una giovane coppia che chiacchierava e fumava se ne andasse e poi mi ci sono installato, ho occupato la stessa porzione di spazio, identica, precisa, le gambe divaricate, il piede sulla giuntura della piastrella, la mano sinistra in tasca, tutto come allora, tranne lei ovviamente. I pedoni mi guardavano strano, non capivano le ragioni di quella sosta dato che non stavo telefonando o altro, e per giunta guardavo un muro, davo le spalle al monumento importante, finché dopo un paio di minuti ho lasciato perdere e mi sono spostato. Non sentivo niente. Non so neanche cosa mi aspettassi di sentire stando lì fermo, ma in ogni caso non sentivo niente.

La verità è che non c’è traccia del passaggio delle persone nei luoghi che hanno attraversato. Lo spirito dei luoghi, il famoso genius loci, sono tutte puttanate new age. Non ci si bagna due volte nello stesso fiume, e neppure si è due volte la stessa persona che si immerge, per fortuna o per disgrazia. L’oblio è un mostro vorace che non risparmia niente, o un prete compassionevole che concede l’assoluzione a chiunque. Eppure, nonostante questa consapevolezza, continuo a visitare i luoghi delle persone care. Ogni volta li cerco, siano dei miei familiari o degli scrittori che ho amato, sperando sempre di invertire la lancetta, di rivivere qualcosa del passato. A volte lo faccio pure con gli estranei, gente di cui non so nulla, ma che per qualche motivo mi ha colpito, e di solito è uno sguardo e la sua relazione con un luogo quello che mi attrae; come ad esempio questa pescivendola romana del 1895 che osserva con diffidenza il fotografo Alinari che la sta immortalando in largo Monte d’oro, vicino all’Ara pacis.

pesciv

Sia la finestra dietro l’uomo col cappello che la vetrina del panettiere sono ancora lì, quei due palazzi e quell’incrocio sono cambiati poco in più di un secolo, compresi i sanpietrini sconnessi. Il punto esatto dove stanno loro non potevo più occuparlo, perché ora ci sono delle bancarelle di un mercato fisso, ma in ogni caso il segreto di quello sguardo da gitana resta impenetrabile. Le fotografie sono così, sembrano dirti tutto e invece ti tacciono l’essenziale. A un massimo di evidenza realistica, di oggettività, di eloquenza, corrisponde un silenzio profondo, enigmatico, esplicito nel suo mutismo, un silenzio che non si lascia neppure sondare, come se quelle figure riemergessero dall’ombra soltanto a patto di restare perpetuamente inespresse. Ogni immagine chiede di essere immaginata, perché raccoglie un istante perduto nel tempo, ma ci restituisce solo la sua carcassa inerte, il mero involucro. Tutto vi è sepolto per sempre per fare spazio a ciò che verrà, come pare che funzionino i sogni secondo le più recenti teorie scientifiche.

7755 North Sheridan road, Chicago, IL

settembre 22, 2016

northsheridanroad7755

L’ultima casa di Vivian Maier, a pochi passi dal lago Michigan, in un’immagine che ricorda la stradina di Vermeer.

ipotesi su Vivian

settembre 22, 2016

mai

Ora siamo qui solo come ricordi per i nostri figli”, dice Matthew McConaughey nel film Interstellar. E Vivian Maier, l’Emily Dickinson della fotografia, per chi era al mondo lei? Non aveva figli, né fidanzato, né amici, e in più con la sua famiglia d’origine ruppe ogni rapporto molto presto. Gli unici che l’ebbero a cuore furono tre ragazzi di cui si prese cura come tata, i fratelli John, Lane e Matthew Gensburg, che si ricordarono di lei nel momento del bisogno dandole una casa, e anche dopo la sua morte, pubblicando un necrologio sul giornale e spargendo le sue ceneri al vento in una mattina di primavera. Ma il suo Max Brod, chi prestò ascolto al sussurro di quella vita inascoltata e impedì che di lei si perdesse ogni traccia, fu un totale estraneo, il giovane rigattiere John Maloof, che acquistò per pochi dollari uno scatolone di negativi a un’asta e ne scoprì il valore artistico dopo la sua morte. Perché Vivian apparteneva a quel tipo di persona, quelli che nascono postumi e vivono in condizioni di estrema solitudine, ma sono animati da una passione divorante alla quale sacrificano tutto e dalla quale non si aspettano niente. È come se venissero al mondo in differita, dentro una bolla che preclude ogni contatto con l’esterno, mantenendo sei gradi di separazione da chiunque altro; e forse è proprio questo che rende il loro sguardo così partecipe e compassionevole, seppur distaccato, l’amara consapevolezza di vivere in un altro tempo e di non poter colmare la distanza che li separa dall’oggetto delle loro attenzioni. Ciò che sopravvivrà alla fine è il frutto di quello sguardo, nel caso di Vivian le sue fotografie, che oggi girano da sole per il mondo come i bambini che aiutò a crescere.

stardust

luglio 1, 2016

meier

Le foto di Vivian Maier sono dei grandi punti interrogativi. Chi è questa giovane coppia innamorata che si tiene per mano in un bar? Quali sono i loro nomi, la loro storia? Lui sembra un militare in licenza. Stanno bevendo qualcosa, per cui forse è l’ora dell’aperitivo, sicuramente non la colazione. La divisa pesante di lui e il soprabito e i guanti di lei fanno supporre che sia autunno, autunno o inverno. Chi l’ha sviluppata conosce di certo l’anno e la città in cui fu scattata, quindi New York o Chicago (dove Vivian visse) intorno agli anni Cinquanta, ma nessuno conosce le parole che si scambiarono guardandosi negli occhi. Si sono perse nel tempo, o forse si sono conservate in un luogo segreto dove tutto è salvo. Saranno rimasti assieme, saranno ancora vivi? Chissà. Di loro ci resta solo un dialogo muto intorno a una tavola imbandita, come quelle eternate da Spoerri. La giovinezza è una cometa splendente, la cui fine lascia dietro di sé una coda di inguaribile malinconia.