Come si seducono le donne

settembre 28, 2016

vene

La tradizione vuole che Filippo Tommaso Marinetti e Gabriele D’Annunzio si detestassero reciprocamente, tant’è che del loro rapporto oggi restano soprattutto i brillanti insulti che ognuno riservava all’altro. In privato, D’Annunzio definì Marinetti “una nullità tonante”, “un cretino fosforescente”, e Marinetti ricambiò considerando il Vate un noioso passatista, la “Montecarlo della letteratura”, ma a denti stretti, in pubblico, si scambiarono sempre grandi attestati di stima e perfino doni. Sulla guerra e sulle donne però la pensavano allo stesso modo: entrambi eroici interventisti e impenitenti tombeur de femmes, vissero ogni rapporto sessuale come una “conquista” esaltante e scrissero testi sulla guerra dall’inequivocabile sapore di sperma (come osservò D’Annunzio nel suo Libro segreto). Ma è con Come si seducono le donne, l’opera di maggior successo di Marinetti, ristampata poco dopo la pubblicazione, che le affinità fra i due emergono con maggior evidenza. In questo divertente manualetto, che ottenne anche l’approvazione della Duchessa d’Aosta («C’est le livre d’un compétent»), dettato oralmente dall’autore a un commilitone durante una pausa della Grande Guerra, Marinetti equipara la dialettica amorosa alle manovre belliche. E a un certo punto, quasi divinando la residenza del Vittoriale e i suoi arredi damascati, raccomanda al lettore: “mai su un divano a tinta unita!”, da cui si ricava la ragione eminentemente tessile del celebre motto d’annunziano memento audere semper.

metamorfosi

settembre 27, 2016

ka

Com’è cambiata la Praga di Kafka, sembra una città in forma di biografia. Neanche un secolo dopo la morte dello scrittore, in ogni angolo della capitale ceca riecheggia il suo nome e campeggia il suo volto malinconico, icona della bellezza e della purezza dell’insuccesso, a partire dalla sua casa natale, che oggi ospita il caffè Kafka, col suo ritratto come insegna. Ma per i fan più esigenti c’è la camera 214 dell’hotel Century, in cui si può soggiornare provando l’ebbrezza di stare fra le stesse mura in cui lui passò quattordici anni della sua vita, dato che quello era il suo ufficio all’Istituto di Assicurazioni. Chissà che penserebbe Franz, di questa stanza con la foto bromurica dei genitori appesa sopra il letto, e soprattutto di chi ci vuol dormire, tanto da prenotarla con largo anticipo? Uno scrittore la cui fama in vita varcò a stento i confini boemi, ora è diventato un’attrazione turistica internazionale e un pilastro del canone novecentesco occidentale. Ma il colmo è la libreria Kafka a Palazzo Kynski, dove un tempo c’era la merceria del padre. Hermann, l’omone che badava solo ai soldi e alla reputazione, che direbbe adesso nel vedere che tutto il mondo celebra l’opera del suo primogenito, quello che considerava un buono a nulla? Sembra una domanda retorica, ma la risposta non è così scontata. Lo dimostra il fatto che i c.d. cugini americani, i figli dello zio Philipp, emigrati negli USA e fra i pochi sopravvissuti dell’intera famiglia, rinnegarono ogni parentela col defunto e ormai celebre Franz.

l’esergo di un libro di Hrabal

settembre 26, 2016

hrabal

sono le avvertenze di una lavanderia.

 

Le stelle cadenti che nessuno guarda

settembre 24, 2016

bola

Bisogna immaginarsi Roberto Bolaño felice, nonostante la povertà, l’anonimato, la solitudine. Lui stesso ci invita a farlo, quando ricorda che da giovane visse “esposto alle intemperie e senza permesso di soggiorno come altri vivevano in un castello”. Eppure fu ignorato per tanto tempo, durante il suo esilio catalano, e fece i mestieri più umili, come il lavapiatti e il vigilante notturno del camping Estrella de mar a Castelldefels.

Anch’io trascorrevo l’estate a Castelldefels in quegli anni, e infatti lì nacque mio fratello il 9 agosto 1965. Ci passavo le ferie coi miei, in una bella villa sul mare che in Italia non ci saremmo potuti permettere. La Spagna era molto conveniente, e agli occhi dei parenti catalani eravamo come gli zii d’America, ricchi e liberi, tanto che un giorno mio nonno José si commosse vedendo sul Corriere la pubblicità elettorale del PCI col simbolo della falce e martello in grande evidenza. Da loro una cosa del genere era impensabile, si andava in galera anche solo a disegnarlo su un quaderno.

Nel ’77 Roberto aveva 24 anni, dieci più di me. Era appena emigrato dal Messico e trovò un paese in grande fermento, dopo la morte di Franco. Le afose notti d’estate le passava in questo gabbiotto in muratura, il suo castello, a controllare chi entrava nel camping, spesso suoi coetanei capelloni provenienti da mezza Europa col mito di Kerouac e di Jim Morrison. Appena poteva scriveva su dei taccuini, soprattutto poesie e racconti, e sognava di diventare uno scrittore famoso e di conquistare una ragazza bellissima che flirtava con tutti tranne che con lui. Rischiò di finire come l’esergo faulkneriano di un suo romanzo, che parla delle stelle cadenti che solcano il buio senza che nessuno le guardi, quelle che non servono neppure a esprimere un desiderio. Ma per fortuna qualcuno si accorse di lui prima che finisse nel dimenticatoio, e oggi lo studiamo a partire proprio da quegli esordi oscuri e spensierati, che lui non smise mai di rimpiangere.

 

7755 North Sheridan road, Chicago, IL

settembre 22, 2016

northsheridanroad7755

L’ultima casa di Vivian Maier, a pochi passi dal lago Michigan, in un’immagine che ricorda la stradina di Vermeer.

ipotesi su Vivian

settembre 22, 2016

mai

Ora siamo qui solo come ricordi per i nostri figli”, dice Matthew McConaughey nel film Interstellar. E Vivian Maier, l’Emily Dickinson della fotografia, per chi era al mondo lei? Non aveva figli, né fidanzato, né amici, e in più con la sua famiglia d’origine ruppe ogni rapporto molto presto. Gli unici che l’ebbero a cuore furono tre ragazzi di cui si prese cura come tata, i fratelli John, Lane e Matthew Gensburg, che si ricordarono di lei nel momento del bisogno dandole una casa, e anche dopo la sua morte, pubblicando un necrologio sul giornale e spargendo le sue ceneri al vento in una mattina di primavera. Ma il suo Max Brod, chi prestò ascolto al sussurro di quella vita inascoltata e impedì che di lei si perdesse ogni traccia, fu un totale estraneo, il giovane rigattiere John Maloof, che acquistò per pochi dollari uno scatolone di negativi a un’asta e ne scoprì il valore artistico dopo la sua morte. Perché Vivian apparteneva a quel tipo di persona, quelli che nascono postumi e vivono in condizioni di estrema solitudine, ma sono animati da una passione divorante alla quale sacrificano tutto e dalla quale non si aspettano niente. È come se venissero al mondo in differita, dentro una bolla che preclude ogni contatto con l’esterno, mantenendo sei gradi di separazione da chiunque altro; e forse è proprio questo che rende il loro sguardo così partecipe e compassionevole, seppur distaccato, l’amara consapevolezza di vivere in un altro tempo e di non poter colmare la distanza che li separa dall’oggetto delle loro attenzioni. Ciò che sopravvivrà alla fine è il frutto di quello sguardo, nel caso di Vivian le sue fotografie, che oggi girano da sole per il mondo come i bambini che aiutò a crescere.

Riparti dal via

settembre 21, 2016

hopp

Milano ogni volta che mi tocca di venire / mi prendi allo stomaco, mi fai morire. Ecco, più o meno mi succede la stessa cosa, anche se io ci vengo sempre volentieri, e non perché mi tocca. Di solito incontro gli amici in qualche ristorante a pranzo o a cena, e nel mezzo vado un po’ a zonzo, cerco i luoghi della mia giovinezza. Questo ad esempio è il portone di viale Vittorio Veneto 20, vicino a piazza Oberdan. Qui c’era l’Oppenheimer, un liceo scientifico privato. Io lo frequentai nell’anno scolastico 1977-78, e ricordo che giovedì 16 marzo, il giorno in cui rapirono Aldo Moro, ci mandarono tutti a casa prima della fine delle lezioni. Non ero sicuro del numero civico, per cui al 24 di quella via sono entrato e ho chiesto al portinaio dove potessi trovarlo. Lui mi ha detto di proseguire ancora un po’ e poi ha commentato: “Io ho fatto l’Oppenheimer“. In quel momento l’ho sentito quasi fraterno, non tanto per il fatto di aver frequentato lo stesso liceo, o perché sembrava un mio coetaneo, ma per la fine mesta e ingloriosa. L’Oppenheimer era una scuola privata seria, selettiva, che godeva di una buona reputazione, perché a Milano molti istituti privati, tipo lo Studium, non erano altro che dei diplomifici a pagamento. Costava un po’ ma aveva degli ottimi insegnanti, e chi usciva da lì in genere faceva l’università e si preparava a un futuro da classe dirigente, mentre io e quel portiere eravamo una macchia nel suo curriculum, due sfigati che avrebbero potuto far risparmiare i genitori andando in scuole pubbliche meno pretenziose. Eppure anche quel portiere stava meglio di me. Leggi il seguito di questo post »

l’effetto di realtà

settembre 20, 2016

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Quando, in un romanzo, ci si ispira a fatti autobiografici, capita spesso che i diretti interessati, leggendolo, non si riconoscano, e giudichino falsa e di parte quella ricostruzione. A volte è solo questione di prospettive diverse, di versioni personali dello stesso episodio, perché ognuno lo vive e vede a modo suo, ma altre volte quello scarto può essere ricercato appositamente dall’autore. Per ottenere un effetto di realtà, cioè per rendere più credibile la storia, può essere necessario correggerla in alcuni punti, sottoporre a una torsione gli eventi narrati. Se Mantegna dipinse il Cristo morto con un modello di fronte (ma anche se lo fece a memoria), sono certo che modificò apposta la posizione dei polsi e del viso. Reclinare il viso appoggiandolo al cuscino, sollevare i polsi a quel modo, coprirlo in parte con un sudario umido illuminato obliquamente che forma delle pieghe orizzontali e parallele come piani secanti, erano tutte scelte compositive che avevano un solo obiettivo: graduare la penetrazione in profondità, rallentare la fuga prospettica, l’infilata che altrimenti avrebbe compresso il corpo fino a farlo sembrare un nano se fosse stato più naturalmente disteso.

 

che tempo fa

settembre 16, 2016

dondolo

Stamattina sono sceso a portare il cane e faceva freddo, il cielo era scuro e sembrava già autunno, allora ho pensato oggi chiamo mamma e le chiedo che tempo fa lì. Negli ultimi mesi parlavamo di queste cose al telefono. Le chiedevo come stava, che tempo faceva, cosa aveva mangiato, se era andata di corpo, i libri che stava leggendo, cosa combinava la gatta… La sua vita era poco altro, e le mie telefonate quotidiane cercavano di alleviarle il senso di solitudine, il fatto che non avesse nessuno con cui parlare. A volte mi rispondeva col cordless dal dondolo, dove nel pomeriggio amava riposarsi in compagnia della Culumeta, la gatta cui aveva dato il nome della protagonista del suo romanzo preferito, La plaça del Diamant. La veranda fiorita era la zona più fresca della casa, il suo orgoglio di pollice verde in quell’appartamento modesto, e ogni tanto me la immaginavo sdraiata lì, pensierosa, cullata da ricordi lontani, come in questa foto che le scattai a fine giugno l’ultima volta che la vidi, un mese prima che morisse. I sogni a occhi aperti, quelli impossibili e miracolosi che faccio spesso io, in cui ogni torto viene riparato e tutto si aggiusta, non riuscivo ad attribuirglieli, come se a ottant’anni e in quelle condizioni di salute subentrasse per forza un disincanto che non ammette più illusioni, e quello che è fatto è fatto. Leggi il seguito di questo post »

il fuoco dentro

settembre 16, 2016

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«Uno ha un grande fuoco nell’anima e nessuno viene mai a scaldarsi, i passanti non scorgono che un po’ di fumo in cima al comignolo e se ne vanno per la loro strada. E allora che fare, ravvivare questo fuoco interiore, avere del sale in sé, attendere pazientemente – ma con quanta impazienza –, attendere il momento in cui, mi dico, qualcuno verrà a sedersi davanti a questo fuoco, e magari vi si fermerà».

(Vincent Van Gogh al fratello Theo, 22-24 giugno 1880)