Dov’è la mia cheesecake?

febbraio 14, 2019

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Letteratura canora

febbraio 8, 2019

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Reger

febbraio 5, 2019

reger

A volte mi vien voglia di parlare dei difetti di ciò che amo. Lo so, potrei risparmiarmelo, è un’attitudine da stronzo cui non va mai bene niente, non a caso Mauro Covacich mi chiama Cattivik nel suo ultimo, bellissimo libro (Di chi è questo cuore, La Nave di Teseo). Eppure mi prende lo stesso ‘sta mania alla Reger, il protagonista di Antichi maestri di Thomas Bernhard, che ogni giorno andava alla Pinacoteca di Vienna per studiare i difetti dei capolavori, e sento il bisogno di farlo con l’illusione che in qualche modo sia utile, solo perché non lo fa nessun altro. Forse così facendo ricordo l’apologo di Gadda sul critico e la bella ragazza bionda. Questi fu talmente colpito dal suo aspetto che le si avvicinò e le chiese un capello. Allora lei diventò tutta rossa, pensò che lui si era innamorato e ne fu lusingata, tanto che un po’ già ricambiava quel sentimento. Ma essendo insicura cercava conferme, desiderava sentirselo dire, così porgendogli il capello gli chiese con un soffio di voce: “Per che farne?”. E il critico rispose come fosse un’ovvietà, e senza sospettare minimamente che la fanciulla si era fatta un film: “Per spaccarlo in quattro!”

Ecco, io sono un po’ così. Ma la bellezza si può spaccare in quattro, e che senso ha quel cavillare? Con lo spirito di chi cerca tracce di forfora, oltretutto? Va beh, che Dio mi perdoni (in fondo è il suo mestiere).

Un esempio. Ho appena finito di leggere Sogni e favole di Emanuele Trevi, e mi è piaciuto parecchio. E’ un gran bel libro, uno dei migliori in circolazione, sicuramente quello suo più maturo. La cosa non mi sorprende, seguo Trevi da vent’anni, lo considero lo scrittore più talentuoso della mia generazione assieme a Scarpa, Covacich e Pincio, ho letto tutti i suoi libri e penso che sia un maestro di stile, tanto che da ragazzo cercai di carpire invano i segreti di quella sua scrittura così leggera e profonda. Inoltre pratichiamo lo stesso genere, quell’ibrido che va sotto il nome di autobiographical essay, scriviamo senza le pezze d’appoggio della trama, mischiamo arte e letteratura, amiamo la flanerie delle passeggiate fra le case dei grandi artisti; insomma abbiamo innumerevoli punti in comune. Poi basta leggere le recensioni del libro uscite finora: è impossibile trovarne una che non sia ammirata, ma in generale non credo che esista qualcuno che parli male di Trevi scrittore, lui stesso non è mai polemico o tranchant con nessuno. Come raccontava nelle Istruzioni per l’uso del lupo, lui è uno che quando insegnava all’università dava a tutti i suoi studenti 30, chi può aver voglia di criticarlo? (L’unica riserva che io ricordi riguardava I cani del nulla, il suo esordio narrativo, che un recensore definì “una casa Vianello spinellata”, mentre a me la giovane coppia col cane ricordava più gli Arnolfini).

E quindi, chi può? Io, Cattivik.

Piccoli appunti, giusto perché come ogni capolavoro ha le sue incontinenze. Qualche piccolo vezzo lessicale, che fa un po’ poetese, tipo il verbo abitare applicato a tutto ciò che non è una casa. Abitare un discrimine, abitare un’ossessione, abitare nella possibilità, come l’illustre ascendente che lui stesso dichiara a un certo punto (I Dwell in Possibility di Emily Dickinson), ma che oggi suona facile, abusato, lirico a buon mercato. E poi un vezzo compositivo, che riguarda la struttura della sua pagina, con lo schema fisso che si ripete del sapido aneddoto della memoria (vedi il bellissimo racconto dell’incontro col barbone anticastrista a pag. 46) subito accompagnato dalla “spiegazione”, cioè dalla morale della favola, che seppur sottilissima, ricercata, scritta da Dio e mai banale nell’analisi psicologica (non per niente suo padre era un grande psicanalista allievo di Ernst Bernhard) finisce per irrigidire il tutto come fosse una lezioncina. L’autobiographycal essay funziona un po’ così, si sa, il tono sentenzioso, il registro gnomico spesso sono inevitabili, ma la sfida sta nell’inventarsi delle forme nuove, nel farle somigliare più alle conclusioni di un ragionamento che a degli aforismi.

E infine l’eccesso dei corsivi, di cui le sue pagine sono piene. Corsivi intesi come sottolineature di ricercatezze psicologiche o retoriche; e quando si sottolinea si sottolinea sempre troppo. Non è questione di vanità, ma di consapevolezza. L’eccesso di consapevolezza nuoce al canto, lo soffoca, come dice lui stesso in una delle “spiegazioni” più belle di tutto il libro, quando parla di Wile E. Coyote e Gatto Silvestro, che cadono nel burrone solo nell’istante in cui “la coscienza li riafferra”, perché “il vero movimento della saggezza consiste in un improvviso precipitare nella verità” (pag. 101).

Detto questo, assolto il compito antipatico del puntiglioso scassaminchia, ribadisco che Favole e sogni è un libro meraviglioso e che la scrittura di Emanuele Trevi merita sempre tutta l’attenzione che gli si dedica, anche perché come intreccia le storie e il mondo lui, ce ne sono davvero pochi.

paesi non allineati

gennaio 25, 2019

lino_banfi

Membri delle Commissioni nazionali UNESCO:

– Austria: Sabine Haag, anglista, americanista e storica dell’arte. Direttore generale del Kunsthistorisches Museum di Vienna.
– Regno Unito: Colin McInness, massimo esperto di sonde spaziali a vele solari, membro dell’Ordine dell’Impero britannico, premiato nel 2014 con il Queen’s Birthday Honours per le sue ricerche sullo spazio, scienze e tecnologie, è professore di Engeneering Science all’Università di Glasgow.
Francia: Daniel Janicot, Membro del Conseil d’administration de la bibliothèque publique d’information del Centre Georges-Pompidou; vicepresidente della Bibliothèque nationale de France; delegato generale dell’Union centrale des arts décoratifs; delegato generale dell’American Center a Parigi; presidente del consiglio d’amministrazione del Centro nazionale d’arte contemporanea di Grenoble; guida i progetti di restauro dell’Ermitage di San Pietroburgo e a Mosca del teatro Bolshoi e della Biblioteca nazionale.
– Germania: Christoph Wulf, professore di antropologia e filosofia dell’educazione e co-fondatore dell’Interdisciplinary Center for Historical Anthropology alla Freie Universität Berlin. Membro dell’International Research Training Group “InterArt”, del Collaborative Research Center “Performing Cultures” and the Cluster of Excellence “Languages of Emotion” at the Freie Universität Berlin; professore honoris causa all’Università di Bucarest; Vicepresidente della Società di Antropologia storica; fondatore della commissione di Educational Anthropology nella German Society for Educational Science; membro del Conseil scientifique dell’Institut National de Recherche Pédagogique (Paris/Lyon) e dell’International Research Centre for Cultural Sciences (Vienna).
Italia: Lino Banfi

Un uomo pieno di se

gennaio 23, 2019

Credi in te steso

gennaio 20, 2019

Mia madre era spagnola. Per la precisione di Barcellona, quindi catalana, ma non secessionista o indipendentista, e infatti con tutti si presentava così, come una spagnola e basta. Nonostante l’italiano e il castigliano si somiglino molto e sebbene lei vivesse a Milano da tempo, quando parlava o scriveva nella sua lingua di adozione commetteva parecchi errori, come per esempio certe voci del verbo avere con l’acca davanti, il “que” al posto del “che”, o “ll” invece di “gl”. Ma gli sbagli più frequenti riguardavano le doppie, che non riusciva a distinguere bene finendo per toglierle o, più raramente, per metterle a casaccio. Così ogni tanto capitava che mi vergognassi di lei, come quando a scuola dovevo presentare alla maestra una giustificazione per un’assenza scritta di suo pugno. Ricordo che sul mio diario scriveva cose tipo che il giorno prima ero rimasto a casa perché avevo avuto “la febre”, e in quei frangenti temevo che la mia insegnante la considerasse un’analfabeta, ma ero così timido che tacevo il fatto che fosse spagnola. Mia madre mi spronò per tutta la vita a osare di più, a buttarmi nelle cose, ad aver maggior fiducia nelle mie capacità. Di fronte alle mie titubanze mi ripeteva spesso un proverbio spagnolo che dice “El no ya lo tienes”, che significa “il no già ce l’hai”, nel senso provaci, buttati, tanto cos’hai da perdere? Ma siccome ero cocciuto e fifone, e una dimostrazione logica non ha mai convinto nessuno a cambiare carattere, continuavo a non darle retta. Un giorno tornai da scuola in lacrime a causa di un brutto voto, e mi chiusi nella mia cameretta rifiutando ogni contatto con l’esterno. Mamma insistette a lungo perché la facessi entrare, ma io non volli sentire ragione. Dopo un po’, mentre stavo sdraiato sul letto a piangermi addosso con la faccia affondata nel cuscino, avvertii uno strano fruscio provenire dal corridoio. Sollevai il capo e vidi sbucare un biglietto da sotto la porta. L’aveva scritto lei. Diceva che non dovevo prendermela, che quelle cose capitavano a tutti, che mi voleva bene e che dovevo solo imparare a credere di più in me “steso”.

Attrazioni

gennaio 15, 2019

Testate

gennaio 14, 2019

Case senza persone, persone senza case

gennaio 4, 2019

Le vite degli altri nei libri usati

dicembre 5, 2018

Luisa, in L’impero dei segni, di Roland Barthes, edito da Einaudi. Luisa 1991, l’anno in cui è morto mio padre. Chi eri? Perché ora il tuo libro sta qui? Che fine hai fatto? Le macchie di caffè sulla costa sono tue? Luisa.