Grande Bucchi

luglio 23, 2018

bucchi

Annunci

l’ultima casa di Giorgio Manganelli

luglio 22, 2018

20180602_184010

Ho visitato l’ultima casa di Giorgio Manganelli, in via Chinotto 8 (interno 8). Era da tanto che volevo farlo, forse per l’illusione di credere che queste case siano parte integrante dell’opera di chi ci ha vissuto, e che i grandi spiriti conferiscano un’aura sacrale ai luoghi che hanno abitato. Per me quell’indirizzo è una specie di metonimia, un po’ come le poesie di Peter Altenberg, che evocavano le donne amate con le semplici coordinate geografiche delle loro abitazioni. Via Chinotto si trova a Roma, in una bella strada alberata del quartiere Prati. Lui ci scherzava su quell’indirizzo dal triplo otto come fosse una filastrocca bislacca, un gioco di allitterazioni, e proprio quello scherzo mi ha permesso di identificare l’appartamento preciso dentro lo stabile, dato che il numero dell’interno è specificato anche sul citofono. Così una domenica pomeriggio ho vinto gli indugi e ho citofonato agli inquilini della casa, presentandomi come un giornalista interessato a vedere l’abitazione del grande scrittore, e questi, che sapevano del loro illustre predecessore, molto gentilmente hanno acconsentito a farmi entrare. Si son presi solo un po’ di tempo, forse per controllare su Google che fossi chi dicevo di essere, e poco dopo mi hanno telefonato concordando un appuntamento.20180602_184043

All’ora stabilita sono entrato, ho preso un vecchio ascensore che saliva lento ed esitante come una mongolfiera e sono sceso al terzo piano. La coppia dei proprietari era molto affabile e mi ha mostrato ogni stanza come fossi un immobiliarista venuto a fare una valutazione della casa. Era tutto lindo e in ordine, un appartamento elegante, ampio, luminoso, con grandi vetrate e tanti libri, pezzi di design abbinati a qualche mobile antico su pregiati tappeti orientali, sullo stile di quegli interni da riviste di arredamento come Architectural Digest. Dalle foto e dalle testimonianze di amiche come Patrizia Carrano allora era molto diverso, una casa fotofobica con le serrande perennemente abbassate. In ogni caso un appartamento signorile e costoso, il segno inequivocabile di quanto sono cambiati i tempi. Il prestigio sociale e il reddito di un intellettuale meno di trent’anni fa erano incomparabilmente superiori a quelli di oggi. Manganelli in vita fu un autore di nicchia, non vendette mai più di tremila copie dei suoi libri, e oggi un suo collega con le sue stesse tirature e le sue collaborazioni giornalistiche non potrebbe in alcun modo permettersi di abitare in una casa del genere.20180602_184715

I proprietari in tutto questo tempo non avevano fatto lavori di ristrutturazione significativi ed erano subentrati a Manganelli, che lì fu solo un affittuario. Loro stessi ci vissero in affitto per anni, dato che la proprietaria, figlia del costruttore che aveva edificato la palazzina, all’inizio non intendeva venderla. Poi siamo usciti sul balcone e mi ha colpito tutto quel verde, dalle piastrelle vetrificate alle frasche dei tigli odorosi che sfioravano le finestre del soggiorno. Pare che a fianco ci fossero gli uffici della casa editrice Nuova Italia, che ogni tanto chiamava a raccolta gli scrittori più eminenti del tempo per dei convegni, un po’ come fa oggi Laterza nella sua villa ai Parioli. Chissà se Manganelli vi partecipava, ma ne dubito, data la sua proverbiale ritrosia.20180602_184854

Nello studio, le mensole che ospitavano i libri e la sua collezione di Pinocchi erano ancora lì. I traslocatori le avevano risparmiate e i nuovi proprietari se l’erano tenute. A parte i mobili, lo spazio del cucinotto non era cambiato, era sempre lo stesso locale angusto da single che non sa cucinare e mangia spesso fuori, come raccontò Pietro Citati in un necrologio ispirato apparso su Repubblica. Quello era l’ambiente che mi incuriosiva di più. Le camere da letto erano tre, vai a capire in quale dormisse, ma sicuramente in quella piccola cucina Manganelli morì all’età di 67 anni. Lì lo trovò la governante Attilia la mattina di lunedì 28 maggio 1990. Non riusciva ad aprire la porta perché il suo corpaccione pingue, che lo scrittore definiva “non proprio antropomorfo“, giaceva esanime per terra ostruendola. Sul tavolo, una tazza di camomilla non consumata. Forse si era sentito male di notte e aveva provato a calmarsi bevendo qualcosa di caldo. Chissà. Le mute disgrazie sulla fine casalinga delle persone sole autorizzano qualsiasi congettura. Il certificato di morte lo stilò un medico che era il nipote della sua compagna ufficiale, Ebe Flamini. Manganelli non ebbe un attacco di cuore, come affermarono alcuni giornali, ma fu stroncato dalla miastenia gravis, una malattia neurologica di cui soffriva da tempo. Descrivendone i sintomi più preoccupanti, disse che “talvolta il capo mi crolla come fossi una marionetta a cui hanno improvvisamente tagliato i fili“. Ancora Pinocchio, ma senza lieto fine. Certo a debilitarlo contribuì anche il dolore per la scomparsa due mesi prima di Fausta Chiaruttini, l’ex moglie che non vedeva da quarant’anni ma alla quale era rimasto molto legato, al punto da confidare pochi giorni prima all’amica Giulia Niccolai: “il mio psicanalista (non il mitico Ernst Bernhard, morto nel ’65 N.d.r.) dice che non ho più voglia di vivere, e forse ha ragione“.

20180602_184650

il toro bianco fuggito dal mattatoio

luglio 21, 2018

20180720_103129

Due anni fa circa lessi su Repubblica.it un trafiletto con foto che mi colpì. Parlava di un toro bianco scappato da un mattatoio mentre veniva condotto al macello. L’animale era ritratto in un momento di pace, immobile in un giardino incolto, come se si stesse riposando. Il fatto era avvenuto a Lecce, e inutili erano stati i tentativi di bloccarlo effettuati dal personale dell’azienda e poi dalla polizia nel giardino dell’emittente televisiva Telerama in cui si era rifugiato, tanto che alla fine gli agenti avevano dovuto abbatterlo con le pistole d’ordinanza.

L’animale era fuggito dal mattatoio intorno alle 11 dopo aver divelto i camminamenti in ferro che delimitano il percorso obbligato verso la macellazione. Aveva poi varcato il cancello dell’azienda cominciando a correre terrorizzato sul vialone dell’area industriale fra gli automobilisti increduli e impauriti. I poliziotti avevano delimitato l’area e chiesto l’intervento del Servizio veterinario dell’Asl nella speranza di sedare l’animale, ma il personale specializzato non era intervenuto in quanto “privo della strumentazione necessaria”, così, dopo averlo ferito in modo lieve, avevano deciso di abbatterlo.

Lo so che con tutte le tragedie che succedono in giro per il mondo queste storie di animali sono quisquilie, ma lo sguardo di quel toro sotto l’ulivo poco prima di essere ucciso non l’ho più dimenticato. Forse ora che ne ho scritto riuscirà a passarmi di mente, o forse questo succederà solo quando avrò smesso di mangiare carne.

idem con patate

luglio 20, 2018

mc

Oggi ero in coda in un McDonald’s dietro a uno sconosciuto, e quando è arrivato il mio turno alla cassa ho detto “idem con patate”.

segui il capo

luglio 19, 2018

IMG-20180517-WA0029

Della mia infanzia ricordo poco, non più di una decina di episodi sparsi che stanno lì tipo paletti catarifrangenti in un mare di nebbia. Un paio di questi riguardano le estati che passammo a Castelldefels, una località balneare vicina a Barcellona. Rivivo l’inconfondibile odore di resina riarsa della pineta. Mia mamma con l’abito azzurro a girasoli, che esce di casa sentendomi arrivare e ride agitando le braccia. E un gioco che facevamo sempre in giardino con papà. Si chiamava “segui il capo”, ed era una cosa un po’ stupida che consisteva nel comporre una fila indiana e nel seguire fedelmente i passi del capofila, che però faceva di tutto per indurci in errore muovendosi con passi difficili e assurdi. Quanto mi faceva ridere. Non avrei più smesso di farlo.

la truffa della memoria

luglio 18, 2018

monica

Lasciatemi l’emozione e tenetevi pure la memoria. Io non la voglio, perché è una truffa, e non la si può nemmeno portare in tribunale perché vincerebbe lei. La memoria non è con me, è contro di me. Sono anni che provo ad allontanarla, cancellarla, l’ho anche presa a schiaffi, a spintoni, e lei subisce tutto pur di restarmi in testa come un cappello di carta velina. Io non la voglio e lei lo sa. Ma qualche volta mi cade in braccio, e mi tocca cullarla. L’ho sentita anche ridere, ieri.”

Maria Luisa Ceciarelli – in arte Monica Vitti.

 

Le venature

luglio 17, 2018

20180716_141201

La lingua delle cose mute, la parola che il prigioniero di Borges cerca di decifrare nelle macchie del leopardo, parla attraverso figure bizzarre ed è una sorta di profonda venatura che “si scorge dappertutto: sulle ali, sui gusci d’uovo, sulle nuvole, nei cristalli e nelle formazioni rocciose, sulle acque che ghiacciano, nella struttura interna e nell’aspetto esteriore delle montagne, delle piante, degli animali, negli astri del cielo, sulle lastre di pece e di vetro che vengono toccate e colpite, nella limatura intorno a una calamita e nelle singolari congiunzioni del caso”; come una connessione che regola il loro disporsi e intrecciarsi, vedersi l’un l’altra e in qualche modo parlarsi, come dice Novalis nell’attacco del suo romanzo filosofico I discepoli di Sais.

come nel mezzo di una conversazione

luglio 16, 2018

Cristina Campo Im

Di mio padre continuo a ripetermi: “È morto con tale amabilità, come nel mezzo di una conversazione…” Tutta la sua grazia, tutto il suo ritmo era riaffiorato nelle ultime settimane: tratti deliziosi, di altri tempi, e nel mezzo del martirio una nonchalance mondana. Come baciava la mano della sua infermiera – una vecchia signora – dopo ogni crisi, scusandosi. Come lodava il mio viso quando lo vedeva vicino  (e i suoi occhi di un incredibile azzurro si restringevano in un’estrema, in una severa attenzione). Come anche il suo amore per mia Madre aveva ripreso le forme della giovinezza, di quel tempo elegante, ardito. Ricordava di continuo la sua bellezza, la sua innocenza – e certi motivi musicali che li avevano legati…Amore di morente cavaliere, che mi faceva rabbrividire. Mi scusi. A nessuno scrivo queste cose. Mi sento assai male ed è difficile anche, con il cuore a pezzi, resistere tutto il giorno per non contagiare chi già tanto ha sopportato. Vorrei scrivere: versi, credo… Ma debbo cambiare casa, cercare casa, al più presto. Ho girato tutto l’Aventino per il meraviglioso silenzio che vi regna e soprattutto per essere più vicina a quel punto – nell’Abbazia di Sant’Anselmo – dove i miei l’ultima volta si riposarono circondati di una bellezza e di un amore perfetti.Guido_Guerrini

[Ciò che amo e insieme ciò che a volte mi indispone nella scrittura di Cristina Campo sta tutto in questa breve lettera ad Alessandro Spina (edita da Scheiwiller), scritta una domenica del 1965. A tratti è irritante la sua eleganza rarefatta, da tarocchi, parlando di un’agonia col mignolo alzato, la morte con nonchalance del padre, “come nel mezzo di una conversazione”. Sarà che io l’ho vissuta in modi molto diversi, tutto tranne che eleganti. Poi però arriva la confessione, secca, dispiaciuta, che tradisce l’imbarazzo, il timore di aver ecceduto nella confidenza e di aver importunato il suo interlocutore con un’intimità eccessiva: “mi scusi. A nessuno scrivo queste cose”. Un’altalena di sentimenti, ammirazione ed estraneità, riconoscimento e sorpresa, quel pudore estremo che commuove come l’ammissione di una debolezza congenita, di un’incapacità umana, il rifugiarsi nella bellezza per proteggersi dalla violenza e dall’orrore del mondo; e poi il ricordo della giovinezza come di un tempo elegante e ardito, io che da ragazzo fui timidissimo e goffo come molti miei coetanei, e ancora il desiderio di stare vicino ai suoi, là dove furono felici, come un omaggio postumo e un voto, che è un po’ anche il mio assillo…]

La lingua degli incontri

luglio 13, 2018

20180709_140231

Quando sei in autobus e fai un tratto di strada insieme a una sconosciuta che ti attrae, e la guardi cogliendo il profilo del suo collo, l’arco delle sopracciglia, il movimento della sua spalla, i tuoi sensi vengono turbati per un istante. È l’incontro con la donna miraggio, la Dora Markus che si può conoscere solo in parte, destinata a non essere colta, ma a restare impressa ispirando con la sua sola parziale apparizione. Poi quella donna esce dall’autobus e dalla tua vita ma quello che hai provato in quei momenti, quell’occhiata a una completa estranea che non ti riguarda e che molto probabilmente non rivedrai mai più, quello è ciò che ti dice di scattare una fotografia.

(liberamente tratto da Cape Light, di Joel Meyerowitz, e da una scommessa fra Bobi Bazlen ed Eugenio Montale)

Una lettera d’amore

luglio 12, 2018

20180708_115517

Una lettera d’amore inedita di Tano Festa a tale Anna Maria, scritta con una calligrafia molto rigida, cartesiana, simile a quella di mio padre.