l’arte della stroncatura 2

dicembre 6, 2016

rab

“Non c’è pagina, ma che dico? non c’è frase, non c’è parola (così come, d’altra parte, non c’è situazione o personaggio) del breve ma interminabile romanzo che non sia intrisa d’ovvietà, che non sia, anzi, l’ovvietà stessa fatta a suono e grammatica, l’incarnazione, la discesa in terra del più puro concetto di ovvietà”.

(Giovanni Raboni su Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro)

l’originalità a tutti i costi

dicembre 5, 2016

solitudine

In questa serata di exit poll e previsioni per il referendum mi è tornata in mente Norma. Norma è una chimera, il sogno dei sondaggisti, una casalinga di mezza età che abita in una cittadina dell’Ohio, cioè uno degli stati eternamente in bilico fra repubblicani e democratici il cui voto spesso decide l’elezione del Presidente USA. Questa donna incarna alla perfezione il pensiero, i gusti e le idiosincrasie dell’americano medio, al punto che un bel giorno se ne rendono conto anche gli istituti di ricerche e analisi di mercato, e da allora invece di telefonare a un campione di persone rappresentativo chiamano sempre e solo lei. Così, dalla mattina alla sera, Norma riceve un sacco di telefonate per conoscere le sue preferenze in fatto di programmi televisivi, detersivi, cibi, libri, film, partiti politici. Il motivo è semplice: sapere chi voterà lei alle elezioni presidenziali, significa sapere con sicurezza chi vincerà. Stesso discorso per gli articoli dei supermercati o per quelli che non sono ancora presenti nei supermercati, cioè se sia meglio puntare sulla produzione di un sapone per lavatrice con la profumazione alla lavanda oppure di uno al limone. Con Norma non si sbaglia, non c’è incertezza, quello che ama lei piacerà anche alla maggioranza dei suoi concittadini. Il problema è che presto si stufa di essere importunata così tanto dai sondaggisti, e giustamente se ne lamenta, finché un giorno uno di loro le rivela le ragioni di quel pressing telefonico. Tutti vogliono sapere le sue preferenze perché Norma è l’americano medio, quella maggioranza silenziosa a volte così difficile da interpretare proprio per i suoi giudizi istintivi e irrazionali che somigliano molto a dei sommovimenti biliari. La rivelazione la sconvolge, come avesse visto Bellerofonte. Ma come? Lei così comune, così media? Figuriamoci. No, non può essere. Allora si arrabbia, protesta col sondaggista, rivendica la sua unicità, la sua diversità da tutti gli altri, e alla fine l’altro ritratta per compassione.

Perché mi piace la storia di Norma? Perché spiega benissimo la stupidità e l’arroganza di una superstizione molto diffusa in tutti i campi, e che in letteratura è uno dei tratti distintivi degli scribacchini (Cortazar diceva:”el prurito de originalidad a toda costa que cualquier buen escritor ignora olimpicamente“).

Faccio un esempio. Ottobre 2011. Torno a Milano dopo un anno e mezzo dal mio trasloco a Roma. L’occasione è la presentazione del mio primo libro, Il nome giusto, e ne approfitto per vedere alcuni vecchi amici. Uno di loro è un ricercatore di filosofia. Sin dai tempi della laurea si specializzò nello studio di un filosofo-scienziato tra Sei e Settecento, una figura minore ma corrispondente epistolare di tutti i grandi pensatori europei dell’epoca, come Leibniz. Il mio amico è il massimo esperto al mondo di quel filosofo minore, e sta curando l’edizione critica del suo sterminato epistolario. Il progetto editoriale prevedeva cinque volumi complessivi, e in trent’anni ne ha pubblicati tre, quindi si può proprio dire che è il progetto di una vita, qualcosa che durerà quanto lui.

Bene, con lui ed altri due amici stiamo andando a piedi in un ristorantino di via Paolo Sarpi. C’è un bel sole, si chiacchiera del più e del meno. All’altezza di via Bramante mi fermo un attimo per fotografare con lo smartphone un anonimo altarino della memoria fissato a un cartello stradale. Sono solo dei fiori e la foto sbiadita di un ragazzo, niente di più. Il mio amico ricercatore mi chiede che faccio e allora gli racconto la mia fissa per questi tabernacoli stradali, il fatto che li fotografo da tanti anni, da prima ancora che ci fossero i cellulari, infatti ho pure alcune polaroid della fine degli anni 80. Non so spiegare bene le ragioni di questa fissa. Forse mi piace il loro camuffarsi per strada, il fatto che sono testimonianze di morti, anzi di morti violente, non recluse in quei lager appartati che sono i cimiteri, ma disseminate nella quotidianità, e mi piace la loro discrezione, l’assenza di enfasi, e poi che mi lasciano libero d’immaginare che storia c’è dietro a ognuno di loro, chi erano quelle persone, cosa facevano, come sono morte. Lui mi guarda perplesso, poi si avvicina all’orecchio e, scusandosi, mi dice con imbarazzo, come se mi stesse avvertendo che ho un residuo d’insalata fra i denti, che aveva già letto da qualche parte di questa ossessione, insomma che ne ha già parlato qualcun altro. Non è solo mia la passione per gli altarini, non sono il primo ad interessarsene. E accenna a una mostra fotografica, che in seguito scoprirò su Google essere stata allestita nel bergamasco poco tempo prima. Gli rispondo che non m’importa, che ciò che conta è lo sguardo, e passiamo oltre. Più tardi, in albergo, mi ricorderò che il protagonista del mio primo romanzo aveva una passione simile, cioè quella di ascoltare varianti degli standard jazzistici, tipo venti versioni diverse di Night and day, o di What a difference a day makes. È come si riesce a modulare in tanti modi diversi la stessa nota, la cosa che più mi affascina. E c’è pure la fidanzata del protagonista, che gioca a posare come le Madonne annunciate del Rinascimento: quella seduta, quella in piedi, quella ritrosa, quella spaventata, quella che non s’è accorta dell’irruzione dell’angelo…

A Roma, a palazzo Altemps, in questi giorni c’è una mostra che vorrei vedere. È su Antinoo, il bel ragazzo greco amato dall’imperatore Adriano. Sono esposti tre suoi ritratti scultorei. Un’altra mostra che mi attirava era quella su San Sebastiano che organizzò Vittorio Sgarbi. Dal san Sebastiano di Jusepe de Ribera, che sembra un ragazzo di vita pasoliniano, al languido efebo di Raffaello, fino allo scugnizzo in slip di Antonello da Messina, quanti modi esistono per rappresentarlo? Io ne vidi di recente uno vestito in una catacomba e quasi mi scandalizzai. Sono la stessa cosa perché sono tutti San Sebastiano? Sono poco originali gli artisti che vollero cimentarsi con quel soggetto dato che lo avevano già fatto tanti altri in passato?

Insomma, l’originalità è il come, non il cosa, o meglio il come è il cosa, e occuparsi per tutta la vita di un filosofo minore non è un elemento di distinzione sufficiente, così come non c’è bisogno di protestare a gran voce la propria originalità se qualcuno ci accusa di avere gusti comuni e banali, perché nessuno è fatto con lo stampino e non esistono al mondo due impronte digitali uguali. Perfino la povera Norma, dal nome così emblematico, era a suo modo speciale, anzi unica, nella sua capacità di parlare a nome dei più.

happiness

dicembre 5, 2016

toto

Totò a san Vigilio, finalmente libero di correre nella neve.

sex, lies and writings

dicembre 4, 2016

schelerter

Max Scheler, incontrato in un bordello dal rettore di facoltà, disse che i filosofi sono come i cartelli stradali, indicano il cammino, ma non è detto che debbano seguirlo. E qui si capiscono la gelosia della prima moglie e lo scandalo della laison con l’allieva, mentre si apprezza di più il nostro Camillo Sbarbaro, che parlava del casino di Vico Crema a Savona come una specie di mitico Eldorado infantile (e lo stesso nome evocava qualcosa di goloso), quasi un parco a tema sui piaceri della carne.

di spalle

dicembre 3, 2016

miles

Mi piacciono le persone ritratte di spalle, come i personaggi di Caspar David Friedrich, o certe donne di Salvador Dalì, l’interiorità nascosta, protetta dallo sguardo altrui. Affascinavano anche Junger, che lo annota nei suoi diari. Secondo me era per quello che Miles Davis suonava dando le spalle al pubblico, non per snobismo o senso di superiorità.

chi disprezza fa vendere

dicembre 2, 2016

antonio-moresco-810138

Di recente Aldo Busi s’è lamentato delle recensioni entusiastiche ricevute dal suo ultimo libro, a suo dire “tutte disinnescate e inefficaci”, ed ha auspicato che “qualcuno si decida finalmente a stroncarlo”. I futuristi avrebbero senz’altro approvato. Nel 1905, la prima di un dramma di Marinetti venne voluttuosamente fischiata dal pubblico e pure dal suo autore, perché “ciò che viene subito applaudito è mediocre e banale”. Forse a lui si sono ispirati i Wu Ming, quando hanno messo sulla fascetta di Altai il giudizio di Libero, che lo definiva “una boiata”, rimarcando la contrapposizione ideologica col quotidiano conservatore e appuntandosi quella liquidazione come una medaglia. Pure Antonio Moresco non nascose i suoi attriti con la critica ufficiale, e infatti le sue prime pubblicazioni parlavano dell’impossibilità di pubblicare. In fondo bastava leggere Gli Esordi, che narra di un tizio penosamente indeciso tra il farsi prete, la militanza politica e la vocazione letteraria, per mangiare la foglia. La critica lo caricò di fischi, mentre se l’avesse caricato di fiori forse ce la saremmo cavata con una festante cucciolata di piccoli drammi introspettivi. Invece il mantovano gettò la spugna, si leccò le ferite e, incarognito, inaugurò senza meno la sua fase maggiore: fioretti da mille pagine come dio li manda (tipo Canti del caos e Gli increati), così, tanto per rallegrare le sessioni di italianistica; al punto che la bocciatura di Angelo Guglielmi (“un libro illeggibile”) finì direttamente in fascetta come un’onoreficenza.

il tempo sospeso

dicembre 1, 2016

shara

Quando mi fecero il contratto per il secondo romanzo non avevo ancora scritto una riga ed ero pieno di dubbi, ma una cosa l’avevo ben chiara, in qualche modo avrei parlato delle lettere di Julio Cortázar. Quell’epistolario mi ossessionava da mesi, non parlavo d’altro, mi sembrava la cosa più bella che avessi mai letto. E in più era solo per me, migliaia di pagine sconosciute in Italia perché non ancora tradotte. Così finì che il mio protagonista divenne il traduttore di quel libro e l’argentino una sorta di spirito guida. Poi, terminato di scrivere il mio romanzo, un editore italiano comprò i diritti dell’epistolario e mi affidò la revisione della traduzione, giusto per ribadire la proverbiale ironia della sorte. Infine, a settembre del 2014 uscì il mio libro e corsi subito in posta a spedirne una copia staffetta ad Aurora Bernárdez, la vedova di Cortázar. Lei aveva più di novant’anni e abitava nella stessa casa dove mezzo secolo prima lui aveva scritto Rayuela, il suo capolavoro. Ci tenevo a farle avere il mio romanzo, parlava anche di lei, ma non so se riuscì a leggerlo, dato che in seguito seppi che allora stava già in ospedale e che morì a novembre. Oltretutto le avevo spedito il pacco con l’affrancatura ordinaria, perché quel giorno allo sportello delle raccomandate avevo trovato un cartello che avvisava: “A causa di un guasto ai terminali il tempo reale è momentaneamente sospeso”. Come scrisse Cortázar in una lettera all’amico Manuel Fantin: “il fantastico non è che il quotidiano visto sotto una luce di rivelazione”.

piccoli sabotaggi

novembre 30, 2016

lombr

Se avessi molti lettori, li inviterei a sabotare il comitato NO Lombroso. Costoro hanno lanciato una petizione per la chiusura del Museo di Antropologia Criminale dedicato appunto a Cesare Lombroso, inaugurato cinque anni fa nel Palazzo degli Studi Anatomici dell’Università di Torino, raccogliendo in pochi giorni diecimila firme. Le motivazioni addotte sono risibili. Secondo loro il museo celebrerebbe Lombroso, invece di documentare storicamente delle teorie scientifiche definitivamente superate, e inoltre queste ultime avrebbero ispirato addirittura la tragedia dell’Olocausto, a cui l’ebreo Lombroso scampò giusto per non commettere un evidente anacronismo. Da un lato confesso che inviterei al sabotaggio nella speranza di essere incriminato e di passare per martire della libertà d’espressione, così da rimediarci almeno qualche cinguettio tipo #iostocongarra, e dall’altro lo farei perché considero la spaventosa reputazione postuma di Lombroso, simbolo eterno di idiozia e oscurantismo, un equivoco marchiano. La verità è che lui non era uno scienziato, ma un artista. Come, che so, il neurofisiologo Charles Brown-Séquard, inventore di un ardito elisir orchitico a base di palle di sorcio e di cane ben macinate, che s’iniettò dissenatamente nell’incrollabile certezza di ringiovanire. Oppure il suo seguace Serge Voronoff, che pretese di ringalluzzire certi suoi pazienti decrepiti trapiantando loro i testicoli di una scimmia. Se non è arte questa.

niente favole

novembre 29, 2016

masa

Volevo intendere che qui non c’è una bella favola e vana, ma la vita comune d’ogni giorno, poveri riflessi umani ignari di accumularsi attorno a quelle grandi azioni […]”

(Roberto Longhi)

facce di bronzo

novembre 28, 2016

cop

Massimo Coppola, quello che ha fatto fallire ISBN edizioni non pagando decine di collaboratori, autori e traduttori (me compreso), e che ora fa il “consulente editoriale Rai per le strategie e prodotti di brand e reti” (qualsiasi cosa significhi) per la modica cifra di quasi 200.000 euro l’anno, perché da noi con i contatti giusti i fallimenti fanno curriculum, beh quel Coppola lì su twitter pochi giorni fa ha citato Donald Trump (“I’m rich, I don’t need to be paid to be your president“), per poi commentare ironicamente: “Forgive us father Donald, we have sinned. We need to be paid to do our job“.