Tipi di blu

agosto 9, 2015

docciadi Vera Behles

Giorgio si era chiuso in bagno e cagava, con lo sguardo basso, chino sul cellulare. Elena bussò:

  • Posso farmi la doccia? – chiese di là dal vetro smerigliato.
  • Anche stamattina sei voluta entrare mentre cagavo. Aspetta che finisca, no? –

Elena ignorò le sue rimostranze, ci era abituata. La loro storia da tempo arrancava come il macinino di Paperino in salita. Lei era un po’ muoiasansone, e se doveva finire che finisse. Non aveva la raffinatezza dei silenzi, non l’opportunità delle assenze. Pazienza, si diceva, sono così. Eppure pochi anni prima avevano arredato la casa con entusiasmo, dipingendo il soffitto del bagno di blu klein. Ora si faceva la doccia calda, insaponandosi tutta, con il sedere di fronte alla faccia di Giorgio, se non fosse stato chino sul cellulare. Dal vetro reso opaco dalle gocce Elena vide il blu facebook, che ormai aveva soppiantato nel cuore di Giorgio il blu klein, e cominciò a strofinarsi languidamente per vedere se si accorgeva di qualcosa, se gli veniva voglia. Ma lui non distolse gli occhi dal cellulare, immerso nella sua vita virtuale, più luminosa di quel bagno merdoso.

la formazione dello scrittore

luglio 8, 2015

tg5

Tutti ce l’hanno su con l’imprinting, come le oche di Lorenz. Si parte sempre da lì: la biblioteca paterna, l’aura sacrale dei libri, il bimbo piccolo che spia i genitori assorti nella lettura. A ben vedere, anche le poche esperienze di segno opposto, cioè le storie di chi è diventato scrittore in case prive di libri, sembrano comunque ricondurre tutto a una volontà di riscatto familiare, quasi che fosse impossibile non rapportarsi in qualche modo ai propri genitori. Per quanto mi riguarda, io ho cominciato a scrivere per scommessa. Con l’impegno, la determinazione e soprattutto la spericolatezza a cui si fa ricorso quando s’intende vincere una scommessa. Una scommessa in primis con me stesso, per mettermi alla prova e con l’unico premio della soddisfazione personale, ma anche col mondo, per vedere se riuscivo a farla in barba agli altri. Io partivo da un assunto molto skinneriano, nel senso di Burrus Frederic Skinner, lo psicologo comportamentista americano che sosteneva che l’educazione e l’ambiente sono tutto, e che d’innato abbiamo poco o niente. Datemi dieci bambini piccoli, e fra vent’anni vi restituirò un ingegnere, un avvocato, un calciatore, un cantante, cioè saranno creta nelle mie mani, ne farò quello che voglio io; così diceva. Basta metterli sotto a studiare e a praticare assiduamente una cosa e i limiti congeniti spariranno. Ecco, io sono stato lo Skinner di me stesso. A un certo punto della mia vita mi son detto: posso farcela. Se mi ci metto d’impegno la do a bere a chiunque. E cosa c’è di più innato e sacrale della letteratura? L’ispirazione, lo spirito che soffia dove vuole? No, io lo farò soffiare a comando, e poi tutti diranno “lo sapevo”, “era nato per quello”.

Nella mia vita precedente facevo l’arredatore, quello era il mio posto nel mondo, la mia occupazione. Arredare le case degli altri, avere una competenza su tessuti, mobili e imbottiti. A me la gente si rivolgeva per quello. Poi arrivò la crisi, durissima, e non ci misi molto a capire che non era una congiuntura temporanea, che non bastava stringere la cinghia: dovevo cambiare vita, mollare tutto e inventarmi qualcos’altro. Sapendo di non avere talenti particolari, e neppure capitali da investire, ho provato con la scrittura, la cosa più economica del mondo. In fondo serve solo una biro e dei fogli, se non hai neppure un pc. E poi a uno scrittore si perdona tutto. Puoi essere un poveraccio, uno che non si può permettere manco di vivere da solo in un monolocale in affitto, ma se scrivi libri e articoli sulle pagine culturali non sei un pezzente come tutti gli altri, il 740 non misura più il tuo valore, il tuo peso nel mondo. Perché non si sa mai. Sai quanti scrittori in vita non se li cagava nessuno e sono stati scoperti dopo morti? L’importante è che qualche copia sopravviva nelle biblioteche pubbliche, e la fama postuma a quel punto è possibile. Il fatto che ci sia una probabilità su un milione di essere il Kafka (o il Walser, o il John Williams) del XXI secolo non conta, così come chiunque spera di vincere al superenalotto. Ci vuole un po’ di pazienza, e un Max Brod che ti resusciti. Il talento, quello è opinabile. Io ero certo di non possederlo, ma allo stesso tempo ero convinto che con un po’ di esercizio e un po’ di tempo a disposizione avrei sfornato anch’io qualcosa di degno, che non sarebbe passato sotto silenzio. E così mi son messo di buzzo buono e ci ho provato. È come la simpatia. Io non sono mai stato simpatico a nessuno, di primo acchito. Forse conoscendomi un po’, dopo un po’ di tempo, quando mi lascio andare e mi fido di chi ho di fronte, posso risultare simpatico, ma all’inizio no. Allora ho fatto come il protagonista del romanzo di Ishiguro, il maggiordomo di Quel che resta del giorno. Mi sono allenato, tanto non mi correva dietro nessuno. Non avevo scadenze da rispettare, solleciti o particolari aspettative, perché nessuno si aspettava da me niente in quel senso, e quindi potevo lavorare in tranquillità. Allora sono partito da due punti fermi, due punti di forza. Il primo è che so cogliere il bello, capire quando una cosa funziona, e a quel punto si tratta solo di replicarla, adattarla al nuovo contesto. E il secondo è che il materiale non mi mancava, avendo vissuto parecchie esperienze fuori dall’ordinario. Così mi sono iscritto a un corso di sceneggiatura della Rai, ho imparato le tecniche di base della narrazione per immagini, l’arco di trasformazione del personaggio, gli scarti, i punti di svolta, e poi mi son messo sotto. Il primo punto di forza era raccolto in diversi taccuini. Tutto ciò che avevo visto, sentito o letto di ammirevole l’avevo trascritto lì, e ora mi sarebbe tornato utile. Il secondo punto di forza l’avrei sfruttato raccontando ciò che conoscevo meglio, le storie di cui ero stato protagonista, gli alti e bassi che il destino mi aveva procurato con generosità.

Ci misi poco meno di un anno a finire il primo libro, e pur non avendo avuto il successo sperato quel romanzo non passò inosservato, tant’è che mi fruttò un contratto per il secondo. Ricordo che mi giunsero voci da parte di alcuni parenti e amici che dubitavano fortemente che fossi in grado di ripetermi. “Ci ha messo tutto se stesso nel primo, che scriverà ora?”. Io invece non avevo alcun dubbio in quel senso. Le idee non mi sono mai mancate. Semmai mi è mancata la fiducia, il credere che valessero qualcosa. Esemplare è stato il mio secondo libro, l’antologia Lui sa perché. Fenomenologia dei ringraziamenti letterari, pubblicata da ISBN. Era tutta la vita che in un libro guardavo per prima cosa i ringraziamenti. Ero arrivato perfino a formulare la teoria secondo la quale la lunghezza dei ringraziamenti fosse inversamente proporzionale al valore dell’opera, tant’è che nel mio primo romanzo li ridussi ai minimi termini per non smentirmi. Però non avevo mai pensato che fosse qualcosa di significativo, solo una mia fissa un po’ bizzarra. Finché un giorno, su facebook, dopo aver postato i ringraziamenti involontariamente comici del libro Zero zero zero di Roberto Saviano, fui contattato da Carolina Cutolo. Mi disse di essersi vergognata molto sentendomene parlare a un festival letterario, dato che lei aveva scritto dei ringraziamenti lunghissimi, e mi propose di farne insieme un ebook autoprodotto. Solo a quel punto, dopo che lei mi fece capire che poteva essere un libro interessante, un fenomeno da studiare, rilanciai proponendo di presentarlo a un editore per farne un libro cartaceo, e così fu. Mentre raccoglievamo i vari ringraziamenti e li suddividevamo in categorie, pensai che quella era un’idea che sarebbe potuta piacere a Umberto Eco, e gli scrissi una lettera che illustrava il nostro progetto chiedendo se era disposto a farci una prefazione. Ventiquattr’ore dopo, per email, Eco mi rispose così: “Entusiasta del suo progetto, le regalo una mia vecchia bustina di Minerva dell’87 per darmi atto della mia idea pioneristica”. Non era una prefazione nuova, fatta ad hoc per quel libro, ma era pur sempre un suo testo sul tema, e neppure molto conosciuto, dato che non figurava nell’omonima raccolta di Bompiani e non si trovava neppure in rete.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’antologia sui ringraziamenti uscì pure il mio secondo romanzo. Era il 4 settembre di quest’anno, ed io ero molto emozionato. Ci avevo messo quasi due anni a scriverlo, ma alla fine ce l’avevo fatta, la scommessa l’avevo vinta. Un nuovo romanzo, con un’altra storia, stavolta molto poco autobiografica. Come ogni autore, riponevo grandi speranze nel mio libro, ero certo che avrebbe venduto più del mio romanzo precedente, ma quando chiesi al mio editor la tiratura rimasi di stucco, fu una doccia gelida. L’avevano stampato con un numero di copie molto inferiore al precedente, quasi un terzo. E infatti il libro non c’era, non esisteva. In molte librerie non figurava neppure, e nelle più grosse se ne trovavano al massimo un paio di copie, quasi sempre impilate di dorso negli scaffali alfabetici a parete, quelli che si consultano solo se si ha già idea di cosa comprare. In queste condizioni era molto difficile, se non impossibile, venderne più del precedente. Mi spiaceva un casino, soprattutto perché questo romanzo aveva degli atout commerciali di cui il primo era privo. Un titolo più accattivante, una copertina più attraente (grazie al disegno di Lorenzo Mattotti), una fascetta di Tiziano Scarpa, che mi considera “una delle penne più felici oggi in Italia”, e infine una storia più lineare, meno frammentaria, con un linguaggio depurato dagli sfoggi muscolari del primo. Le ragioni addotte dall’editore erano quelle economiche. Dal 2011 ad oggi erano cambiate molte cose nell’editoria. In soli tre anni un quarto delle librerie aveva chiuso, si vendevano molti meno libri, ergo la tiratura del precedente era impensabile. Insomma, mentre ero avvolto in pessimi presagi e il libro era appena uscito ricevetti una notizia sorprendente. La notte del 7 settembre, solo tre giorni dopo l’uscita del romanzo, ero a casa con la mia compagna. Dato che non c’era nulla d’interessante in tivù accesi il pc e controllai il mio blogghettino. Non aveva molto senso che lo controllassi, dato che negli due anni l’avevo trascurato parecchio per scrivere il libro e il numero dei suoi visitatori era crollato a cifre risibili, circa 20 persone al giorno, ma lo feci lo stesso e notai subito un’allerta di wordpress, una spia che mi segnalava un insolito picco di accessi. Guardai le statistiche e c’era una torre che svettava in mezzo al deserto. Un migliaio di persone nel giro di un’ora era passato dal mio blog. Controllai da dove arrivavano e risultava che provenivano tutti da twitter. Lo dissi subito alla mia compagna e sbirciando dal suo profilo su twitter, dato che io lì non c’ero, mi accorsi che il responsabile era nientepopodimeno che Jovanotti. Aveva scritto che gli era piaciuto molto, e ci aveva messo pure la foto della copertina. Un endorsement di Jovanotti, su twitter, dove vantava più di due milioni di followers, non ci potevo credere! Eccolo, il punto di svolta che attendevo, il mio treno! Ora tutto sarebbe stato diverso. Mi chiamarono subito molti amici per congratularsi. Uno di loro mi disse: “in confronto, con La Lettura del Corriere ci s’incarta il pesce”. Insomma, io e la mia compagna ci abbracciammo, eravamo al settimo cielo, tanto che faticai ad addormentarmi, cullato da mille sogni di gloria, ma nei giorni successivi purtroppo non cambiò nulla. L’editore non ristampò e non cambiò neppure la fascetta. Quell’endorsement produsse una piccola fiammata di vendite, come mi disse l’editor, ma non convinse Ponte alle Grazie a rimpolpare le poche copie distribuite. Neppure un mese dopo, quando apparve un video di Jovanotti della durata di 10 minuti sul mio libro, si smosse, e presto anche i miei entusiasmi si spensero.

Un sabato mattina, che scesi a portare il cane passando davanti all’edicola dove compravo sempre gli inserti letterari del weekend, decisi di non comprare più Tuttolibri de La Stampa. In fondo mi aveva ignorato fino a quel momento, perché spendere dei soldi per leggere recensioni di libri altrui? Rincasai, e mentre la mia compagna si stava facendo la doccia sentii il trillo del suo cellulare. Le era arrivato un sms. Mi chiese dal bagno di leggerlo e vidi che un suo amico torinese, assiduo lettore de La Stampa, le comunicava che oggi quel giornale aveva incensato il mio libro. Mi precipitai giù a comprarlo e lo lessi correndo verso casa. Angelo Guglielmi, l’arpagone degli elogi, diceva delle cose bellissime. “Una scrittura che ha introiettato una consapevolezza, un’attitudine critica che le conferisce una splendida purezza e agilità. L’autore spinge avanti la trama del racconto guardandola a distanza, mettendole a disposizione, come un dono, il suo sguardo. Uno sguardo reso sapiente dalla lettura degli straordinari autori cui Garufi esclusivamente si dedica – certo Cortazar, ma prima Flaubert, Kafka, Céline, Cioran e soprattutto Perec”. Ero commosso. Dopo il celebre cantante pop, il mio libro era piaciuto pure a un critico colto ed esigente come lui, cosa potevo pretendere di più? Il successo, solo quello mi mancava, e quello non è arrivato. Ancora non conosco i dati di vendita degli ultimi due libri, ma è quasi certo che non supereranno le tremila copie, cioè quanto vendetti all’esordio. Questo significa che la scommessa l’ho persa, che non sono uno scrittore. Al pubblico non l’ho data a bere. Su questo punto la penso come Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, quando chiede a George Peppard: “Ma sei uno scrittore vero?”, e lui risponde “in che senso?”, al che lei replica: “ci campi con quello che scrivi?”. Ecco, io non ci campo. Se non vivessi con la mia compagna, che ha una casa di proprietà tutta pagata, non potrei mai permettermi un affitto da solo, neppure mettendo insieme i guadagni delle traduzioni e delle collaborazioni giornalistiche. E a 50 anni non è un gran risultato. Anche lei, la mia compagna, ha perso la sua scommessa, quando ha creduto in me, nella possibilità che io diventassi uno scrittore. Se penso che una delle categorie del libro sui ringraziamenti s’intitolava “febbre da cavallo”, e prendeva in giro gli scrittori che ringraziavano chi aveva scommesso su di loro, capisco quanto il destino possa essere beffardo e vendicativo. Ma pure la mia famiglia ci aveva creduto, e ora è un po’ delusa. Viviamo tutti lontano. Mia madre e mio fratello minore in Spagna; mio fratello maggiore in Brasile, dove fa l’export area manager per la Perfetti, la multinazionale dei chewing gum, e infine mia sorella a Milano, col suo bel negozietto in centro. Mi seguono tutti con affetto, seppur distanti, s’informano sull’andamento delle vendite e delle recensioni, speravano che almeno uno di loro diventasse famoso. A volte, quando ci riuniamo a Natale, gli leggo in volto la delusione, e io stesso mi sento un po’ Calimero, quello che non possiede nulla e guadagna meno di tutti. Poi per consolarmi penso che non è stato tutto vano, che qualcosa mi è rimasto, che la stima di Guglielmi, l’apprezzamento di Umberto Eco, di Jovanotti e di Tiziano Scarpa non me lo toglierà nessuno finché campo. E non è cosa da tutti i giorni. Certo non ci paghi l’affitto, ma riscalda il cuore.

la difficoltà di scrivere poco

luglio 7, 2015

kfSe solo la signorina Lindner sapesse come è difficile scrivere così poco come faccio io!

(Franz Kafka, lettera a Felice Bauer, 23/12/1912)

espatri

luglio 3, 2015

lagioiaHo chiesto asilo politico alla letteratura spagnola.

le lettere di Julio

giugno 30, 2015

garufi cortazar

Vip, nessuno e centomila post: la mistica della bêtise

giugno 12, 2015

eco

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Questo ha dichiarato Umberto Eco, ricevendo la laurea honoris causa in Comunicazione dall’Università di Torino. Ovviamente molti, sia su facebook che su twitter, sentendosi chiamati in causa hanno replicato con toni risentiti, sebbene Eco non fosse nuovo a uscite del genere. Tempo addietro infatti aveva detto che “il bello dell’anarchia di internet è che chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza”, mentre prima ancora su diverse Bustine di Minerva aveva denunciato gli svarioni dilettanteschi di Wikipedia e la proliferazione delle bufale in rete. Liquidare il tutto come fosse uno sfogo dell’età o un rigurgito di luddismo verso un mondo che non comprende più sarebbe sbagliato. La sua presa di posizione e le polemiche che ha suscitato non sono il frutto di uno conflitto generazionale o la riedizione di apocalittici e integrati, ma l’ultima frontiera della lotta di classe. Una lotta di classe sui generis, con nuovi attori e nuove armi, in cui non si fronteggiano classi sociali separate dal censo, dai natali illustri o dal grado d’istruzione, bensì due categorie umane all’apparenza diversissime: quella dei personaggi famosi e quella dei comuni mortali. I primi sarebbero gli unici aventi diritto di parola, inteso come diritto di parlare a un vasto uditorio, mentre i secondi dovrebbero limitarsi ad ascoltare. Ma l’erosione del principio di autorità è cominciata ben prima dell’avvento della rete. Fu in televisione che apparvero i primi tuttologi con un linguaggio da bar come Luca Giurato, perché era la simpatia l’unica qualità indispensabile, e se c’era quella il resto non serviva. Ma quel tipo di rapporto col pubblico non rimase confinato nel piccolo schermo. Oggi al corsivista del quotidiano non si chiede di essere scomodo o di provocare, ma d’incarnare la vox populi; basta leggere i pezzi di Francesco Piccolo. La figura dell’intellettuale come coscienza critica del Paese è sparita ed è inutile lamentarsi troppo, perché l’intellettuale somiglia al coniuge ricco, che non è mai così benaccetto come quando se ne può denunciare la scomparsa. È la sua funzione precipua, il mancare. Se la “rilevanza” sociale è questa, e si misura sul pubblico a disposizione, allora i social network che Eco tanto deplora si basano sulla medesima gerarchia, come dimostrano le classifiche dei vip con più followers su twitter. Il problema è che ora i Pinco Pallini non parlano più a una decina di avventori del bar, ma possono rivolgersi anche a un migliaio di contatti, e quel che è davvero intollerabile possono sfruttare parassitariamente l’uditorio del vip, commentando un suo articolo sulla versione on line del giornale o replicando a un suo tweet. In questo scontro, conviene rammentare che i vip e i nessuno sono categorie relazionali. Ciascuna detiene il senso dell’altra e insieme vivono un rapporto osmotico, in cui entrambi hanno bisogno degli altri per esistere sebbene ne diffidino fortemente, come fossero uniti dalla reciproca avversione e dal mutuo sospetto (il vip teme sempre che l’adulazione sia interessata, ma senza fan non sarebbe tale). A riprova di ciò ricordo che una domenica pomeriggio, di ritorno da una passeggiata in centro, in piazzale Flaminio a Roma sentii un uomo che parlava a voce alta al cellulare. Mi voltai per vedere chi fosse ma questi portava gli occhiali scuri e un cappello da baseball schiacciato sulla fronte, come a volersi nascondere, però il timbro baritonale e quello che diceva (l’organizzazione di uno spettacolo teatrale che stava per andare in onda in televisione) lo tradivano senza esitazioni. Era l’attore Enrico Brignano, che temeva e al contempo sperava di essere riconosciuto. In questo gioco delle parti l’imbecillità non è il lato oscuro della fama, il prezzo della notorietà, ma la sua essenza, e la frequentazione dei social network lo ha reso ormai evidente. Un fondo di stupidità bestiale riguarda in egual misura chi gode di quel privilegio e chi vi aspira, ecco perché la bêtise è la forza motrice della storia e del progresso, tanto che “tutti i grandi uomini sono bêtes”, come sapevano bene quei grand’uomini di Flaubert e Baudelaire. Umberto Eco in questo senso non fa eccezione, lui appartiene totalmente al nostro tempo, non foss’altro per la costante preoccupazione di distanziarsene. I saggi del primo e secondo Diario minimo dopo tanti anni restano ancora attuali perché dimostrano che tutto può nutrire la curiosità e offrire pretesto per soddisfarla: il memorabile e l’insignificante, il sublime e la paccottiglia, il paradosso arguto e la tautologia spicciola, e solo facendoci i conti si può sperare di capirci qualcosa.

La stanza dei joystick

giugno 1, 2015

renzi-playstationQuesta foto suggella un fallimento, il fallimento di quelli che oggi hanno circa 50 anni. Quando pubblicai il mio primo romanzo ne avevo 48 ed era il 2011. Il governo lo presiedeva Berlusconi, i potenti che conoscevo erano suoi coetanei. Fui invitato a una trasmissione televisiva sulla lingua italiana, e mi presentarono come “un giovane scrittore”. Era un finto complimento, un complimento consolatorio. Il giovane voleva tranquillizzare, come a dire: aspetta, non aver fretta, è ancora presto ma verrà il tuo momento. Non era vero. Dopo i settanta-ottantenni sono arrivati al potere i trenta-quarantenni, una generazione intera, la mia, è stata saltata. Ora comandano questi qui, che nella stanza dei bottoni hanno messo i joystick della playstation, una roba che associo al figlio dodicenne della mia compagna. Vederli con in mano quell’aggeggio e lo sguardo calamitato dallo schermo me li fa sentire estranei quanto una foto con Mario Monti e la Fornero che giocano a burraco.

Una recensione

maggio 19, 2015

https://deborahdonato.wordpress.com/2015/05/19/il-superlativo-di-amare/

La vita in tempo di guerra

maggio 13, 2015

bel

Per capire un libro non serve leggerlo da cima a fondo. I libri, più saggi degli uomini o forse solo più scaltri, cedono prima l’anima del corpo, tanto quella, si sa, è immortale. A volte la esalano così in fretta che non si fa neppure in tempo a toccarli. Non è difficile. Per cogliere lo spirito di un libro basta sfogliarlo, annusarlo un po’, leggerne qualche brano, e se vale davvero ne saremo subito conquistati. Succede così con La Vita Gueresca, le memorie dal fronte dell’agricoltore trentino Giacomo Beltrami. All’apparenza è il classico diario di un reduce della Prima Guerra Mondiale, che racconta i bombardamenti e gli assalti con una lingua elementare, ma è sufficiente scorrerne poche righe in un’antologia e fra mille errori si scoprirà un verso immortale, di quelli che si studiano a memoria nella scuola dell’obbligo. La perla è la celebre similitudine della poesia Soldati, solo che Beltrami la scrisse due anni prima di Ungaretti, nel 1916, osservando che il nemico “cadeva come le foglie deli alberi lautuno”. Non si tratta di plagio, sebbene l’analoga circostanza bellica autorizzi il sospetto, intanto perché il manoscritto di Beltrami non fu mai pubblicato, e poi perché i versi di Ungaretti valgono più per la struttura, con i due settenari ritmati dall’enjambement, che per la similitudine, tutto sommato ovvia. Però è il segno evidente di una sensibilità estetica non comune, dell’appartenenza a una grande tradizione, difatti la stessa immagine si trova, con motivazioni diverse, in Omero, Virgilio e Dante, volendo citare solo i maggiori. Per Ungaretti il motivo dell’accostamento tra uomini e foglie era la precarietà umana, quel “si sta” sempre in bilico tra la vita e la morte, mentre per Beltrami significava la caduta, la sconfitta, non a caso riservata al nemico; e il nemico di un suddito dell’impero austroungarico erano anche gli italiani, tanto che i trentini venivano mandati a combattere lontano, contro i Russi, temendo che lo scontro coi fratelli di lingua li potesse indurre a disertare.

Ma il ricorso alla similitudine in Ungaretti e Beltrami non fu un caso isolato. A leggere le tante testimonianze dal fronte pubblicate per il centenario, come quelle incluse nella Storia intima della Grande Guerra di Quinto Antonelli (Donzelli editore), fu soprattutto con la similitudine, la più semplice e diretta delle figure retoriche, che i poeti nei versi e i fanti nelle lettere provarono a raccontare gli orrori del conflitto. Evidentemente, una violenza così cieca e distruttiva, frutto della prima guerra davvero mondiale per dimensione, uomini e Stati coinvolti, doveva essere ricondotta a qualcosa di noto per renderla comprensibile a chi era rimasto a casa. A parte questo tratto comune però, la scrittura dei soldati e quella degli ufficiali appartenevano a due mondi totalmente diversi. Gli ufficiali si arruolarono volontari, perché fu il partito degli intellettuali e dei giornalisti, come i futuristi di Marinetti e i seguaci di D’Annunzio, a trascinare in guerra una nazione titubante. Secondo loro l’Italia era fatta ma non compiuta, e serviva un lavacro di sangue per riconquistare le terre irredente e cementare lo spirito identitario del popolo. Nel voluminoso epistolario degli ufficiali curato da Antonio Monti, la retorica patriottica della bella morte che anima quelle lettere è finalizzata a sostenere la bontà della causa italiana. Anche considerando la mano pesante della censura, i veri destinatari sembrano essere i posteri, più che i familiari. Le similitudini usate dagli ufficiali restano lugubri e angosciose ma sono sempre riscattate dallo scopo eroico, dal sacrificio consapevole, al punto che a volte, come nelle parole del sottotenente Annibale Calini, s’invitano i genitori a benedire la guerra perché “come il fuoco mi ha distrutto, ma ha coronato di luce la mia fine”. Al contrario, il soldato semplice in genere era un contadino, un artigiano o un manovale obbligato a combattere. Molti ufficiali lo ritrassero in modo paternalistico e indulgente, come fosse un bambino sperduto, in alcuni casi lodandone addirittura la beata ignoranza. Giani Stuparich (in Guerra del ’15, fresca ristampa di Quodlibet), notando un contadino sul treno per il fronte, ne rimarcava l’espressione terrorizzata e ammutolita da animale condotto al macello; e forse fu proprio per ridargli voce che l’interesse degli storici col tempo s’è concentrato sulla scrittura popolare dei combattenti. L’emersione di uno sterminato corpus di epistolari e memorie ha favorito una storiografia “dal basso” che intendeva porre l’accento sui veri protagonisti della guerra. Sembrerà strano che in quelle condizioni bestiali, dentro trincee infestate da topi e pidocchi e in mezzo a cadaveri insepolti, i soldati sentissero ugualmente il bisogno di scrivere, ma quello era l’unico modo che avevano per fuggire l’orrore del presente. Filippo Guerrieri, un giovane tenente, in una lettera ai genitori spiegò l’importanza di quel rapporto: “Difficilmente mandiamo delle maledizioni, perché a tutto siamo abituati, non ci si arrabbia se piove e non abbiamo da cambiarci, se il rancio non arriva, se il fuoco infuria, siamo alla guerra e deve essere così, ma guai se la posta non arriva, è l’ira di Dio che si scatena”. Molte lettere esprimono la nostalgia di casa, la paura di morire, la speranza in una rapida fine delle ostilità; ma in alcune regna lo sconforto più nero, come le parole agghiaccianti che il fante Andrea Pistoia rivolse alla moglie: “non pensare troppo a me, considerami perso, io non sono più niente, non esisto più, non spero neanche più di vederti”. La sintassi è spesso impacciata, rasenta l’afasia, quasi che la necessità e l’impossibilità di raccontare l’inferno non fossero due principi opposti, bensì due facce di un unico processo. In una lettera del calzolaio trentino Angelo Poli, coinvolto nella terribile battaglia di Rawa-Ruska, questo ossimoro suggella un lungo elenco di atrocità. Dopo aver tratteggiato dettagliatamente un panorama apocalittico da “finizione del mondo”, Poli conclude dichiarando: “era una roba che non si può nemmeno deschrivere”. In queste lettere si avverte spesso lo sforzo di abbandonare il dialetto, e tuttavia è grazie a quei goffi tentativi che la lingua risulta più aderente ed efficace nel registrare lo choc della guerra.

Anche la scrittura di Beltrami risente della sua formazione vernacolare, oltre al fatto che compila le sue memorie a quarant’anni, ben lontano dai ricordi scolastici, eppure i frequenti errori non affaticano il lettore, che si sente totalmente immerso nella storia grazie allo stile diretto e partecipe. Spedito nell’agosto 1914 a combattere in Galizia, Beltrami scrisse queste memorie due anni dopo, durante la prigionia in Uzbekistan. Da quel gelido finisterrae raccontò il tramonto della sua civiltà con grande tenerezza ma senza infingimenti, sapendo che le contraddizioni di quella civiltà erano insuperabili, ma sapendo pure di affondare le proprie radici in quelle contraddizioni. In questo senso, La Vita Gueresca è il resoconto di una disfatta personale e collettiva, il testamento di un’esistenza che si scopre infine abbandonata a se stessa. Al ritorno a casa, dissolto l’impero asburgico, Beltrami diventerà il suo nemico fraterno: un cittadino italiano. Farà in tempo a sposarsi, ad avere una figlia, a vedere un’altra guerra e a morire poco dopo, nel ’48, senza più riprendere in mano la penna. Quel bellissimo manoscritto resterà un unicum, tenuto nascosto perfino ai familiari. Consegnato postumo all’Archivio della scrittura popolare di Trento, oggi lo si può leggere integralmente solo in rete, in allegato alla bella tesi di laurea che Federico Manica gli ha dedicato. Descritto dai discendenti come un uomo basso e schivo, dedito unicamente ai frutti del suo orto e alla coltivazione del tabacco, Beltrami visse l’esperienza della scrittura come una breve parentesi, qualcosa che cominciò e finì con la guerra.

Chi manca

aprile 28, 2015

salin“Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto Maurice. E’ buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.” Questo è il finale del Giovane Holden. Quindi il “Mi manca chiunque” di David Foster Wallace è il destino di chiunque scriva.


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