espatri

luglio 3, 2015

lagioiaHo chiesto asilo politico alla letteratura spagnola.

le lettere di Julio

giugno 30, 2015

garufi cortazar

Vip, nessuno e centomila post: la mistica della bêtise

giugno 12, 2015

eco

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Questo ha dichiarato Umberto Eco, ricevendo la laurea honoris causa in Comunicazione dall’Università di Torino. Ovviamente molti, sia su facebook che su twitter, sentendosi chiamati in causa hanno replicato con toni risentiti, sebbene Eco non fosse nuovo a uscite del genere. Tempo addietro infatti aveva detto che “il bello dell’anarchia di internet è che chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza”, mentre prima ancora su diverse Bustine di Minerva aveva denunciato gli svarioni dilettanteschi di Wikipedia e la proliferazione delle bufale in rete. Liquidare il tutto come fosse uno sfogo dell’età o un rigurgito di luddismo verso un mondo che non comprende più sarebbe sbagliato. La sua presa di posizione e le polemiche che ha suscitato non sono il frutto di uno conflitto generazionale o la riedizione di apocalittici e integrati, ma l’ultima frontiera della lotta di classe. Una lotta di classe sui generis, con nuovi attori e nuove armi, in cui non si fronteggiano classi sociali separate dal censo, dai natali illustri o dal grado d’istruzione, bensì due categorie umane all’apparenza diversissime: quella dei personaggi famosi e quella dei comuni mortali. I primi sarebbero gli unici aventi diritto di parola, inteso come diritto di parlare a un vasto uditorio, mentre i secondi dovrebbero limitarsi ad ascoltare. Ma l’erosione del principio di autorità è cominciata ben prima dell’avvento della rete. Fu in televisione che apparvero i primi tuttologi con un linguaggio da bar come Luca Giurato, perché era la simpatia l’unica qualità indispensabile, e se c’era quella il resto non serviva. Ma quel tipo di rapporto col pubblico non rimase confinato nel piccolo schermo. Oggi al corsivista del quotidiano non si chiede di essere scomodo o di provocare, ma d’incarnare la vox populi; basta leggere i pezzi di Francesco Piccolo. La figura dell’intellettuale come coscienza critica del Paese è sparita ed è inutile lamentarsi troppo, perché l’intellettuale somiglia al coniuge ricco, che non è mai così benaccetto come quando se ne può denunciare la scomparsa. È la sua funzione precipua, il mancare. Se la “rilevanza” sociale è questa, e si misura sul pubblico a disposizione, allora i social network che Eco tanto deplora si basano sulla medesima gerarchia, come dimostrano le classifiche dei vip con più followers su twitter. Il problema è che ora i Pinco Pallini non parlano più a una decina di avventori del bar, ma possono rivolgersi anche a un migliaio di contatti, e quel che è davvero intollerabile possono sfruttare parassitariamente l’uditorio del vip, commentando un suo articolo sulla versione on line del giornale o replicando a un suo tweet. In questo scontro, conviene rammentare che i vip e i nessuno sono categorie relazionali. Ciascuna detiene il senso dell’altra e insieme vivono un rapporto osmotico, in cui entrambi hanno bisogno degli altri per esistere sebbene ne diffidino fortemente, come fossero uniti dalla reciproca avversione e dal mutuo sospetto (il vip teme sempre che l’adulazione sia interessata, ma senza fan non sarebbe tale). A riprova di ciò ricordo che una domenica pomeriggio, di ritorno da una passeggiata in centro, in piazzale Flaminio a Roma sentii un uomo che parlava a voce alta al cellulare. Mi voltai per vedere chi fosse ma questi portava gli occhiali scuri e un cappello da baseball schiacciato sulla fronte, come a volersi nascondere, però il timbro baritonale e quello che diceva (l’organizzazione di uno spettacolo teatrale che stava per andare in onda in televisione) lo tradivano senza esitazioni. Era l’attore Enrico Brignano, che temeva e al contempo sperava di essere riconosciuto. In questo gioco delle parti l’imbecillità non è il lato oscuro della fama, il prezzo della notorietà, ma la sua essenza, e la frequentazione dei social network lo ha reso ormai evidente. Un fondo di stupidità bestiale riguarda in egual misura chi gode di quel privilegio e chi vi aspira, ecco perché la bêtise è la forza motrice della storia e del progresso, tanto che “tutti i grandi uomini sono bêtes”, come sapevano bene quei grand’uomini di Flaubert e Baudelaire. Umberto Eco in questo senso non fa eccezione, lui appartiene totalmente al nostro tempo, non foss’altro per la costante preoccupazione di distanziarsene. I saggi del primo e secondo Diario minimo dopo tanti anni restano ancora attuali perché dimostrano che tutto può nutrire la curiosità e offrire pretesto per soddisfarla: il memorabile e l’insignificante, il sublime e la paccottiglia, il paradosso arguto e la tautologia spicciola, e solo facendoci i conti si può sperare di capirci qualcosa.

La stanza dei joystick

giugno 1, 2015

renzi-playstationQuesta foto suggella un fallimento, il fallimento di quelli che oggi hanno circa 50 anni. Quando pubblicai il mio primo romanzo ne avevo 48 ed era il 2011. Il governo lo presiedeva Berlusconi, i potenti che conoscevo erano suoi coetanei. Fui invitato a una trasmissione televisiva sulla lingua italiana, e mi presentarono come “un giovane scrittore”. Era un finto complimento, un complimento consolatorio. Il giovane voleva tranquillizzare, come a dire: aspetta, non aver fretta, è ancora presto ma verrà il tuo momento. Non era vero. Dopo i settanta-ottantenni sono arrivati al potere i trenta-quarantenni, una generazione intera, la mia, è stata saltata. Ora comandano questi qui, che nella stanza dei bottoni hanno messo i joystick della playstation, una roba che associo al figlio dodicenne della mia compagna. Vederli con in mano quell’aggeggio e lo sguardo calamitato dallo schermo me li fa sentire estranei quanto una foto con Mario Monti e la Fornero che giocano a burraco.

Una recensione

maggio 19, 2015

https://deborahdonato.wordpress.com/2015/05/19/il-superlativo-di-amare/

La vita in tempo di guerra

maggio 13, 2015

bel

Per capire un libro non serve leggerlo da cima a fondo. I libri, più saggi degli uomini o forse solo più scaltri, cedono prima l’anima del corpo, tanto quella, si sa, è immortale. A volte la esalano così in fretta che non si fa neppure in tempo a toccarli. Non è difficile. Per cogliere lo spirito di un libro basta sfogliarlo, annusarlo un po’, leggerne qualche brano, e se vale davvero ne saremo subito conquistati. Succede così con La Vita Gueresca, le memorie dal fronte dell’agricoltore trentino Giacomo Beltrami. All’apparenza è il classico diario di un reduce della Prima Guerra Mondiale, che racconta i bombardamenti e gli assalti con una lingua elementare, ma è sufficiente scorrerne poche righe in un’antologia e fra mille errori si scoprirà un verso immortale, di quelli che si studiano a memoria nella scuola dell’obbligo. La perla è la celebre similitudine della poesia Soldati, solo che Beltrami la scrisse due anni prima di Ungaretti, nel 1916, osservando che il nemico “cadeva come le foglie deli alberi lautuno”. Non si tratta di plagio, sebbene l’analoga circostanza bellica autorizzi il sospetto, intanto perché il manoscritto di Beltrami non fu mai pubblicato, e poi perché i versi di Ungaretti valgono più per la struttura, con i due settenari ritmati dall’enjambement, che per la similitudine, tutto sommato ovvia. Però è il segno evidente di una sensibilità estetica non comune, dell’appartenenza a una grande tradizione, difatti la stessa immagine si trova, con motivazioni diverse, in Omero, Virgilio e Dante, volendo citare solo i maggiori. Per Ungaretti il motivo dell’accostamento tra uomini e foglie era la precarietà umana, quel “si sta” sempre in bilico tra la vita e la morte, mentre per Beltrami significava la caduta, la sconfitta, non a caso riservata al nemico; e il nemico di un suddito dell’impero austroungarico erano anche gli italiani, tanto che i trentini venivano mandati a combattere lontano, contro i Russi, temendo che lo scontro coi fratelli di lingua li potesse indurre a disertare.

Ma il ricorso alla similitudine in Ungaretti e Beltrami non fu un caso isolato. A leggere le tante testimonianze dal fronte pubblicate per il centenario, come quelle incluse nella Storia intima della Grande Guerra di Quinto Antonelli (Donzelli editore), fu soprattutto con la similitudine, la più semplice e diretta delle figure retoriche, che i poeti nei versi e i fanti nelle lettere provarono a raccontare gli orrori del conflitto. Evidentemente, una violenza così cieca e distruttiva, frutto della prima guerra davvero mondiale per dimensione, uomini e Stati coinvolti, doveva essere ricondotta a qualcosa di noto per renderla comprensibile a chi era rimasto a casa. A parte questo tratto comune però, la scrittura dei soldati e quella degli ufficiali appartenevano a due mondi totalmente diversi. Gli ufficiali si arruolarono volontari, perché fu il partito degli intellettuali e dei giornalisti, come i futuristi di Marinetti e i seguaci di D’Annunzio, a trascinare in guerra una nazione titubante. Secondo loro l’Italia era fatta ma non compiuta, e serviva un lavacro di sangue per riconquistare le terre irredente e cementare lo spirito identitario del popolo. Nel voluminoso epistolario degli ufficiali curato da Antonio Monti, la retorica patriottica della bella morte che anima quelle lettere è finalizzata a sostenere la bontà della causa italiana. Anche considerando la mano pesante della censura, i veri destinatari sembrano essere i posteri, più che i familiari. Le similitudini usate dagli ufficiali restano lugubri e angosciose ma sono sempre riscattate dallo scopo eroico, dal sacrificio consapevole, al punto che a volte, come nelle parole del sottotenente Annibale Calini, s’invitano i genitori a benedire la guerra perché “come il fuoco mi ha distrutto, ma ha coronato di luce la mia fine”. Al contrario, il soldato semplice in genere era un contadino, un artigiano o un manovale obbligato a combattere. Molti ufficiali lo ritrassero in modo paternalistico e indulgente, come fosse un bambino sperduto, in alcuni casi lodandone addirittura la beata ignoranza. Giani Stuparich (in Guerra del ’15, fresca ristampa di Quodlibet), notando un contadino sul treno per il fronte, ne rimarcava l’espressione terrorizzata e ammutolita da animale condotto al macello; e forse fu proprio per ridargli voce che l’interesse degli storici col tempo s’è concentrato sulla scrittura popolare dei combattenti. L’emersione di uno sterminato corpus di epistolari e memorie ha favorito una storiografia “dal basso” che intendeva porre l’accento sui veri protagonisti della guerra. Sembrerà strano che in quelle condizioni bestiali, dentro trincee infestate da topi e pidocchi e in mezzo a cadaveri insepolti, i soldati sentissero ugualmente il bisogno di scrivere, ma quello era l’unico modo che avevano per fuggire l’orrore del presente. Filippo Guerrieri, un giovane tenente, in una lettera ai genitori spiegò l’importanza di quel rapporto: “Difficilmente mandiamo delle maledizioni, perché a tutto siamo abituati, non ci si arrabbia se piove e non abbiamo da cambiarci, se il rancio non arriva, se il fuoco infuria, siamo alla guerra e deve essere così, ma guai se la posta non arriva, è l’ira di Dio che si scatena”. Molte lettere esprimono la nostalgia di casa, la paura di morire, la speranza in una rapida fine delle ostilità; ma in alcune regna lo sconforto più nero, come le parole agghiaccianti che il fante Andrea Pistoia rivolse alla moglie: “non pensare troppo a me, considerami perso, io non sono più niente, non esisto più, non spero neanche più di vederti”. La sintassi è spesso impacciata, rasenta l’afasia, quasi che la necessità e l’impossibilità di raccontare l’inferno non fossero due principi opposti, bensì due facce di un unico processo. In una lettera del calzolaio trentino Angelo Poli, coinvolto nella terribile battaglia di Rawa-Ruska, questo ossimoro suggella un lungo elenco di atrocità. Dopo aver tratteggiato dettagliatamente un panorama apocalittico da “finizione del mondo”, Poli conclude dichiarando: “era una roba che non si può nemmeno deschrivere”. In queste lettere si avverte spesso lo sforzo di abbandonare il dialetto, e tuttavia è grazie a quei goffi tentativi che la lingua risulta più aderente ed efficace nel registrare lo choc della guerra.

Anche la scrittura di Beltrami risente della sua formazione vernacolare, oltre al fatto che compila le sue memorie a quarant’anni, ben lontano dai ricordi scolastici, eppure i frequenti errori non affaticano il lettore, che si sente totalmente immerso nella storia grazie allo stile diretto e partecipe. Spedito nell’agosto 1914 a combattere in Galizia, Beltrami scrisse queste memorie due anni dopo, durante la prigionia in Uzbekistan. Da quel gelido finisterrae raccontò il tramonto della sua civiltà con grande tenerezza ma senza infingimenti, sapendo che le contraddizioni di quella civiltà erano insuperabili, ma sapendo pure di affondare le proprie radici in quelle contraddizioni. In questo senso, La Vita Gueresca è il resoconto di una disfatta personale e collettiva, il testamento di un’esistenza che si scopre infine abbandonata a se stessa. Al ritorno a casa, dissolto l’impero asburgico, Beltrami diventerà il suo nemico fraterno: un cittadino italiano. Farà in tempo a sposarsi, ad avere una figlia, a vedere un’altra guerra e a morire poco dopo, nel ’48, senza più riprendere in mano la penna. Quel bellissimo manoscritto resterà un unicum, tenuto nascosto perfino ai familiari. Consegnato postumo all’Archivio della scrittura popolare di Trento, oggi lo si può leggere integralmente solo in rete, in allegato alla bella tesi di laurea che Federico Manica gli ha dedicato. Descritto dai discendenti come un uomo basso e schivo, dedito unicamente ai frutti del suo orto e alla coltivazione del tabacco, Beltrami visse l’esperienza della scrittura come una breve parentesi, qualcosa che cominciò e finì con la guerra.

Chi manca

aprile 28, 2015

salin“Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto Maurice. E’ buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.” Questo è il finale del Giovane Holden. Quindi il “Mi manca chiunque” di David Foster Wallace è il destino di chiunque scriva.

Il Bianciardi a colori

aprile 26, 2015

io-rossari

C’è stato un periodo, qualche anno fa, in cui il miglior supplemento letterario italiano era il Corriere della Salute. Usciva il giovedì e non me ne perdevo uno, perché ci scriveva Marco Rossari. Quando gli chiesi cazzo ci faceva lì mi rispose che non sapeva dove altro scrivere. L’unico aggancio che aveva con un giornale cartaceo era il caporedattore di quell’inserto, così aveva cominciato a buttar giù dei pezzi-ponte dai titoli curiosi come “Philip Roth e i disturbi alla prostata”, “Curarsi coi libri” o “le emorroidi nei racconti di Cechov”. Le prime righe dell’articolo di solito erano impeccabili, descrivevano la sintomatologia dei vari disturbi e indovinavano a colpo sicuro l’eziologia (tipo le lunghe chiacchierate dei personaggi di Cechov seduti in panchina o i rapporti sessuali non protetti con partner a rischio nei romanzi di Roth), ma subito dopo l’autore partiva per la tangente letteraria e non ce n’era più per nessuno. Io lo consigliavo a destra e a manca ma non venivo preso molto sul serio, probabilmente pensavano fosse solo un paradosso simpatico. Da un lato ero dispiaciuto, mi sembrava di rivivere il periodo in cui feci il fattorino in una libreria, una quindicina di anni fa. Era l’epoca d’oro di Ronaldo all’Inter, il fenomeno, e al mio collega milanista in magazzino ogni tanto consigliavo entusiasta un libro, al che lui scuoteva la testa dicendo: “sì, sì, tutti fenomeni”. Per altri versi invece era bello che solo in pochi conoscessero Rossari, mi gustavo un piacere semiclandestino, da samizdat. Adesso la pacchia è finita (la pacchia da happy few, che la sua è appena cominciata); adesso in tanti si sono accorti del suo talento e lo si può leggere da varie parti, come il mensile IL del Sole 24 Ore, Wired, la Rivista Studio ed altre ancora. Sfogliando questi periodici si riconoscono subito i suoi pezzi. Marco ha una scrittura graffiata inconfondibile, insieme improvvisata e precisissima, visionaria e trasparente, piena di ombre, di rimpianti e di momenti di felicità che irrompono all’improvviso fra le pagine come il Lazzaretto inondato di luce fra le sagome scure dei palazzi di Porta Venezia. Riesce a dire peste e corna di Milano (vedi qui), della sua aria irrespirabile e delle sue apericene, e al contempo a far sentire che ne è irresistibilmente attratto, che non la cambierebbe con nessun’altra. L’ossimoro è la sua cifra stilistica, la forma verbale più adatta a sintetizzare la dialettica delle contrapposizioni irrisolte, che dà vita a un processo di chiaroscurificazione del mondo in cui il registro dolente si accompagna sempre a quello comico, come le passioni alle idiosincrasie. Rossari è un Bianciardi a colori, senza Mulas, il Jamaica e le velleità rivoluzionarie da maremmano incazzato. Nei suoi racconti, quell’incazzatura si è talmente stemperata e metabolizzata nell’alcool e nelle cartelle di traduzione che se ne trova traccia solo in alcuni personaggi stralunati (come Tuoné il bello e il timido Spino di Invano veritas) e in certi lividi scorci (Vetra, l’Arci Tristezza) di questa città “appestata, invivibile, bellissima”. Perché se c’è qualcuno che può cantargliene quattro a Milano, magari in un bel Contromano Laterza, questo è Marco Rossari.

consigli di lettura

aprile 22, 2015

http://www.letteratura.rai.it/articoli/consigli-di-lettura-sergio-garufi/28554/default.aspx

il Superlativo sul Corriere del Ticino

aprile 22, 2015

dic


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