Try again

aprile 22, 2019

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INTERVIEWER:
Some people say they can’t understand your writing, even after they read it two or three times. What approach would you suggest for them?

FAULKNER:
Read it four times.

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forme di diffusione

aprile 17, 2019

herzog“Piracy is the most successful form of distribution,” says Werner Herzog

Dieci anni dalla morte di Vivian Maier

aprile 16, 2019

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L’ultima abitazione di Vivian Maier si trovava a Chicago, al 7755 di North Sheridan road. Quel monolocale al primo piano per cui pagava 695 dollari al mese di affitto gli fu trovato dai fratelli Gensberg, che erano molto affezionati alla loro ex tata tanto da assisterla nei suoi ultimi anni e scrivere il necrologio che apparve sui giornali quando morì. In quella casa Vivian visse dal 2004 al novembre 2008, quando ebbe un incidente al Rogers Beach Park, un parchetto in riva al lago dove si recava tutti i giorni a leggere e guardare l’acqua seduta su una panchina, una panchina che meriterebbe di figurare inIMG_20190415_010512

quel bellissimo catalogo di panchine famose steso tempo fa da Beppe Sebaste. Un suo vicino di casa e uno dei pochissimi cui Vivian rivolgeva la parola in quei giorni, Patrick Kennedy, racconta che nel quartiere molti la credevano una senzatetto, perché vestiva sempre allo stesso modo e perché spesso la vedevano rovistare nei cassonetti. In realtà nei cassonetti cercava giornali da leggere, ma non per indigenza, dato che alla sua morte il suo conto corrente vantava un attivo di più di 20.000 euro. Pare che facesse sempre lo stesso tragitto a piedi da casa al parco, incamminandosi verso nord e svoltando in Eastlake Terrace fino a raggiungere l’entrata del Rogers Beach Park. Negli ultimi mesi, dal novembre 2008, quando fu ricoverata in ospedale a Evanstone per aver sbattuto la testa in seguito a una caduta all’entrata del parco, al 21 aprile 2009, quando morì, cominciava a scoppiare “il caso Maier”, con la pubblicazione su Flickr da parte di John Maloof delle sue meravigliose foto di strada acquistate a un’asta per pochi dollari, ma lei di tutto questo non ne seppe mai niente.

Mia anima

aprile 14, 2019

IMG_20190417_122751.jpgLettera di Artemisia Gentileschi a Francesco Maria Maringhi, Roma, 20 marzo 1620

intrecci

aprile 12, 2019

340-riverside-drive

Nel 1973, nell’attico di questo palazzo di fronte all’Hudson river (340 Riverside drive), abitava Susan Sontag mentre scriveva On photography. Qualche piano più sotto, ventun’anni prima, ci viveva e lavorava Vivian Maier come tata.

lì dentro Einstein non basta

aprile 11, 2019

blackhole

“Ho studiato i buchi neri tutta la vita, ma non credevo sarei arrivato a vederne una vera immagine. Ricordo il mio libro di testo universitario, che nel capitolo sui buchi neri diceva che tutto sommato non ci si credeva che i buchi neri esistessero davvero… Ricordo il direttore del centro di ricerca dove sono andato a lavorare nel 2000. Durante la nostra prima conversazione anche lui era molto scettico che i buchi neri fossero reali. E invece… eccolo lì. (…) Un piccolo dischetto sì, ma è a 55 milioni di anni luce di distanza: la luce che ci porta l’immagine che oggi guardiamo tutti noi incantati è partita da là molto prima che comparisse sulla Terra la nostra inquieta e fragile specie. E dentro questo gigante del cielo cosa succede? Cosa c’è? Ancora non lo sappiamo, perché lì dentro Einstein non basta. Stiamo studiando. Lo scopriremo”.

Carlo Rovelli, Corriere della Sera, 11 aprile 2019

la madonna del lattex

aprile 10, 2019

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come può essere perversa l’arte sacra, dalla guaina in lattex dei cherubini al seno rifatto della madonna.

la stanza dei sogni

aprile 4, 2019

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“When film is not a document, it’s a dream. That is why Tarkovsky is the greatest of them all. He moves with such naturalness in the room of dreams. He doesn’t explain. What should he explain anyhow?” Ingmar Bergman su Andrei Tarkovsky, nato in questo giorno del 1932.

I libri di Lorenzo

marzo 30, 2019

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Gli artisti-medici

marzo 29, 2019

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Io ho un debole per gli artisti-medici. Non so, secondo me hanno una marcia in più rispetto agli altri. Vedi Burri, Céline, Cechov, Lobo Antunes. Deve essere per una caratteristica peculiare che ha studiato molto un critico-medico, e cioè la cenestesi, cioè quella forma di autocoscienza che ci permette di percepire il nostro corpo attraverso i segnali che ci giungono dagli organi interni. Il critico-medico che si occupò di queste cose era Jean Starobinski, morto di recente, e in molti suoi saggi la cenestesi ha un posto di riguardo. Penso a la Scala delle temperature, un libriccino edito dal Melangolo il cui sottotitolo, che purtroppo nell’edizione italiana si è perso, era Lecture du corps dans Madame Bovary, perché analizzava il capolavoro di Flaubert attraverso la dominante calorica, le sensazioni di calore o di freddo provate dai protagonisti.

Ma cos’è la letteratura, se non un’elaborata auscultazione di sé? Alla base di tutto c’è il bilinguismo arte-scienza, una naturale vocazione multidisciplinare, e in Starobinski anche un posto che l’ha favorito, la sua città, Ginevra, luogo di confine, centro cosmopolita ma insieme ai margini delle usuali tratte turistiche (tanto che non esiste una guida specifica che la riguardi), nonché sede della prima cattedra di letteratura comparata della storia della letteratura. Battiti, palpitazioni, vertigini, brividi, sono indagati come indizi di una personalità, espressioni di un linguaggio più profondo e privo di infingimenti, non contaminato dalle convenzioni, che estende il terreno di studio alla dimensione “intracorporea” come se la sensazione, rifluendo sul soggetto, cercasse di percepirsi incorrotta alla fonte.

Non fa qualcosa del genere anche Mauro Covacich, in Di chi è questo cuore, riferendo ogni accadimento della sua vita alla coscienza elementare del corpo, che gli ricorda i propri limiti? Sarà per questo, e per il mio bisogno compulsivo di “collocare” le scritture, di assegnargli delle precise coordinate spaziali, che ora sento un gemellaggio ideale tra il Villaggio Olimpico di Roma, dov’è ambientato il romanzo del triestino, e rue de Condelle 12 a Ginevra, dove viveva Starobinski? Ricordo che da ragazzo mi colpiva tanto l’abitudine del giornalismo politico televisivo di parlare per indirizzi: Piazza del Gesù per dire Democrazia Cristiana, via delle Botteghe Oscure per il PCI, come se in quei toponimi si celasse una formula magica e misteriosa che mi sforzavo di decifrare. La Renault 4 rossa col corpo di Moro parcheggiata dai brigatisti in via Caetani, proprio a metà strada dei due interlocutori più intransigenti, come un atto d’accusa topografico alla linea della fermezza. 

E poi da adulto l’amore per i libri di Peter Altenberg, la cui proverbiale asciuttezza espressiva lo aveva portato a scrivere della donna amata solo il nome e l’indirizzo, e per i romanzi di Mercè Rodoreda, in cui l’indirizzo acquista il rango di titolo, come Piazza del Diamante, o Via delle Camelie. E infine i brividi miei, nello scoprire gli aneddoti apparentemente senza senso che “legano” due autori amati solo perché i loro destini si sfiorarono in un momento e in un luogo preciso. Come il padre di Starobinski, medico, che constatò il decesso di Robert Musil, suo vicino di casa a Ginevra, il 15 aprile 1942, o la madre di uno dei migliori amici e compagno di classe del piccolo Jean che si chiamava Felice Bauer (“Purtroppo lo seppi tardi, dopo aver tradotto e commentato La colonia penale. E pensare che ci aveva preparato tante buone merende”).