Storie di materassi e di fughe

agosto 14, 2019

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Che magnifico pittore era Orazio Gentileschi, oscurato in parte dalla fama planetaria del suo maestro più giovane (Caravaggio), e poi dallo scandaloso caso di cronaca che coinvolse sua figlia Artemisia. Le sue opere che preferisco sono la Madonna in adorazione del bambinol’Annunciazione sabauda, che mettono in scena un dialogo muto (con protagonista la stessa modella) pieno di citazioni e riferimenti colti. 220px-Annunciazione_(1623_circa)_-_Orazio_GentileschiPenso che nessun altro artista del XVII sec. riuscì a trattare questi soggetti con altrettanta originalità, grazia e consapevolezza, e sembra impossibile che un analfabeta come lui (nel processo intentato dal Baglione a Caravaggio e i suoi sodali, rei di aver scritto dei componimenti ingiuriosi nei suoi confronti, Gentileschi fu scagionato perché non sapeva scrivere) fosse dotato di una così raffinata cultura formale. Ma al di là di Orazio, questa mostra che si inaugurerà a Cremona fra un paio di mesi mi attrae molto per l’impostazione di comparatistica tematica, il fatto cioè che si potranno ammirare tante opere (non solo pittoriche) che declinano ognuna a modo suo lo stesso soggetto, il Riposo nella fuga in Egitto. Io ho sempre avuto un debole per i cataloghi, le tassonomie, il gioco delle varianti su un tema prefissato, e anche questo post, nel suo piccolo, riflette questa mia passione, gira intorno a degli elementi costanti visti in situazioni differenti nel corso del tempo.

Uno di questi motivi mi riguarda personalmente, nel senso che ha a che fare con mia madre e la sua infanzia a Barcellona. Negli anni 30, figlia di un povero pescatore senza barca, cioè che lavorava per altri, mia madre viveva in una baraccopoli sulla spiaggia. Si chiamava paradossalmente la Mar Bella, ed era una succursale del Somorrostro, un caotico agglomerato di catapecchie che arrivò a contare quasi ventimila abitanti, posto di fronte al quartiere operaio del Poble Nou. Quella baraccopoli fu ritratta, proprio nell’anno in cui mia madre nacque, dalle fotografie di Dora Maar, la futura musa di Picasso. Mamma ci parlava spesso di quei primi anni indigenti, e ci teneva sempre a chiarire che non furono anni infelici. Era molto libera di muoversi e aveva diversi amici coi quali si divertiva con “i giochi di chi non ha giochi”, come quelli che si fanno appunto sulla spiaggia. Uno dei dettagli che più mi colpirono dei suoi racconti era che dormiva su un materasso imbottito di foglie di pannocchie di granturco cheimg-20170427-wa0000doveva mettere in salvo in caso di mareggiate improvvise. Diceva che era un grande sacco di tela a strisce con due spacchi laterali nei quali si allungava la mano per risistemare le foglie che col peso tendevano ad ammassarsi ai lati. A distanza di tanti anni, quando volle tornare a morire nella sua terra natale, ancora si ricordava bene dell’intenso odore di mais e del rumore croccante che facevano quelle foglie schiacciate, e di quanto si divertivano lei e le sue sorelle a rotolarcisi sopra poco prima di addormentarsi. 

Da sempre, il materasso per i poveri ha rappresentato la cosa più preziosa che si poteva possedere, quella di cui prendersi cura per prima durante i traslochi, a maggior ragione se avvenivano in modo precipitoso, come nel caso di queste “fughe”. Basta vedere il Riposo durante la fuga in Egitto di Caravaggio, IMG_20190814_112017il particolare del sacco su cui è seduto San Giuseppe, che contiene lo stesso “matarazo” che compare nel Bacco adolescente sdraiato sul triclinio. In entrambi i quadri spicca infatti una riga verde, e sapendo quanto lui fosse abituato a dipingere dal vero, non è azzardato ipotizzare che quel materasso fosse proprio quello del pittore, citato dall’ufficiale giudiziario che redasse l’inventario dei beni di casa sua il 26 agosto 1605. Oltretutto una casa, questa di Caravaggio, che si trovava nel vicolo di San Biagio, ossia la strada dei materassai di Roma in quell’epoca. IMG_20190814_112318 Ma anche nei riposi di Orazio Gentileschi e del Cavalier d’Arpino c’era un materasso arrotolato usato come giaciglio o cuscino da San Giuseppe, e nella celebre foto che immortala il trasloco parigino di Amedeo Modigliani nell’estate 1913, quando deve sgomberare in fretta la comune di rue Delta, sul carretto caricato dal suo mercante Paul Alexandre c’è posto solo per materassi e quadri, gli unici beni posseduti da un artista nullatenente come il livornese.download

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No TAV

agosto 13, 2019

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le domeniche d’estate a Roma

luglio 28, 2019

io e PPP

La crudeltà della periferia romana durante le immobili domeniche d’estate. Nell’essere così abituati a far caso ai silenzi da volerne carpire ogni sfumatura, c’è il rischio di ricevere la propria voce intenta a imitare quelle che vorremmo sentire. Come quelle dei senza soldi, dei senza compagnia, dei senza mare con i loro pensieri ruminanti e le loro solitudini inviolate, che cercano un po’ di refrigerio, guardano la tv e non vedono l’ora che arrivi lunedì, quando è meno evidente che si è soli, poveri, inutili, non cercati da nessuno.

Saul Steinberg nel ventennale della morte

luglio 18, 2019

saul

Che tipo, Saul Steinberg. Strano che di un personaggio come lui non si sia parlato molto sui giornali in questi mesi in cui ricorreva il ventennale della sua morte. A me è sempre piaciuta la sua cartografia interiore, al punto che suggeriva di  sostituire la parola “autobiografia” con “autogeografia”, come se la vita fosse essenzialmente una questione di luoghi, di collocazioni e prospettive, come nella celebre copertina del New Yorker che mostrava il mondo visto dalla Ninth Avenue. NYorkSteinberg non offrì l’indicazione precisa dell’incrocio in cui aveva fissato il suo punto di vista, cioè con quale street di Manhattan s’intersecava la Nona avenue. All’inizio avevo pensato che potesse essere l’indirizzo di casa sua, anche se ulteriori ricerche lo hanno collocato altrove, sulla 75esima fra Park e Lexington,casasaulsteinberg  ma la copertina è del 1976, e quello poteva essere un indirizzo di casa precedente. Poi ho pensato che magari in quell’incrocio c’era la sede del New Yorker, la rivista che commissionò l’illustrazione, ma anche quell’ipotesi si rivelò sbagliata. Forse in fondo speravo che fosse qualcosa di personale, come se quel disegno testimoniasse il suo amore per un angolo di mondo al quale finalmente sentiva di appartenere, dove lui, ebreo errante nato in Romania, passato dall’Italia e approdato negli States, avesse messo radici e avesse voluto dichiarare la centralità, al pari del crocevia di Brooklyn fotografato tutte le mattine da Harvey Keitel nel film Smoke scritto da Paul Auster, e che poi ho scoperto essere l’indirizzo di casa proprio di Auster (o quasi, come spiega Raffaella De Santis in un’intervista allo scrittore americano pubblicata su Robinson).smoke_keitelSteinberg visse anche a Milano dal 1933 al 1940, e se ne andò in USA solo a causa della promulgazione delle leggi razziali, per le quali prima fu anche rinchiuso in un campo di detenzione a Tortoreto, in Abruzzo. A Milano giunse dal natio borgo selvaggio in Romania per studiare al Politecnico, alla facoltà di architettura, e prese alloggio a Città Studi, in una camera in affitto sopra il bar del Grillo in via Pascoli 59, vicino all’università. Anche di questo suo angolo di mondo ci ha lasciato dei disegni, sia dell’esterno, bargrill cioè la vista sulla strada, che oggi sembra molto cambiata, come se quell’edificio fosse stato demolito e rimpiazzato poco dopo da un palazzone razionalista, che dell’interno, la sua cameretta disordinata con la scrivania ingombra di matite e righelli e la vista sul “Cremlino”, il palazzo art decò chiamato così  per le sue forme fantastiche con cupole e pinnacoli, che fu costruito negli Anni 20 e oggi è la sede della Facoltà di ricerche chimiche e biomediche.bargrilIl disegno sembra fondere insieme la celeberrima cameretta di Van Gogh ad Arles, ed anche il suo dipinto con la vista sui tetti di Montmartre che eseguì dalla stanza in rue Lepic dove era ospite del fratello Theo. lepicMa a guardare le sue illustrazioni con attenzione si scoprono molti dettagli incongrui, per questo parlo di cartografia interiore, come se in realtà fossero metafore o simboli di qualcos’altro (la copertina del New Yorker intitolata View of the World from 9th Avenue rappresenta il mondo come se fosse solo le propaggini vaghe e indistinte di Manhattan). Il tempo stesso nei suoi disegni ha una disposizione spaziale, di attraversamento, come una terra incognita da esplorare che riserva sempre sorprese steinb. Ma il tratto leggero, ironico e svagato della sua matita non deve trarre in inganno. Al fondo c’è un cuore nero che si manifesta con quelle figurette allucinante tra Hieronymus Bosch e George Grosz IMG_20190727_194012e che probabilmente in parte ha reminescenze personali, come nei disegni di quelle famiglie che si gettano unite dal tetto di grattacieli, e che non possono non ricordare la triste fine di Sigrid Spaeth, la proto hippy con cui ebbe una tempestosa relazione durata trentacinque anni, alla fine della quale lei si gettò dal tetto del palazzo dove lui le aveva comprato un appartamento. Che ne è stato di quell’uomo che in un famoso fotomontaggio teneva per mano un sé stesso bambino spaurito e confuso, quell’uomo consacrato dalla critica come uno dei graphic designer più importanti del XX sec.? Un ebreo che durante il fascismo si manteneva disegnando per due periodici satirici sostanzialmente conniventi col regime, come il Settebello (dove collaboravano Campanile, Zavattini e Maccari) e il Bertoldo (dove collaboravano Guareschi, Marcello Marchesi e Fellini), e che disegnò il mondo come  se stesse facendo il suo autoritratto? Forse la vera natura di Steinberg la colse solo la moglie Hedda Sterne, anche lei di origine romena, la sola donna artista che comparve sulla copertina di Life nel 1951 assieme ai protagonisti dell’Espressionismo Astratto americano. Un bel giorno, dopo vent’anni d’infedeltà a volte anche sfacciate, Hedda gli disse: «Sai perché siamo rimasti amici così a lungo noi due?». E di fronte al suo silenzio scocciato e condiscendente si rispose da sola: «Perché siamo le due persone che ti amano di più al mondo».

 

consigli di libraio

luglio 9, 2019

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“Chiunque nel corso dei prossimi dieci anni verrà interpellato sui libri tedeschi più pregevoli e più convincenti dovrà citare le opere di Thomas Mann e di Robert Musil, che rendono doppiamente superflua, ben al di là di quell’intervallo di tempo, gran parte di una letteratura comunque superflua”.

Così scriveva Hermann Broch nel dicembre del 1933 per il catalogo natalizio della libreria Martin Flinker, situata al 2 di Wiedner Hauptstraße, a Vienna. E pensare che Musil considerava “una copula indecente” l’accostamento del suo nome a quello di Mann.

Picasso al cesso

luglio 8, 2019

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Un anno dopo aver regalato a Dora Maar un casale antico in Provenza come buonuscita per la loro separazione (si veda Sans Picasso. Dora Maar a Ménerbes, di Stephan Levy-Kuentz, Editions Manucius), Picasso le chiede le chiavi di casa per passare un weekend assieme a Françoise Gilot, la donna con cui l’aveva sostituita. Per ringraziarla, alla fine del soggiorno le lascia alcuni disegni della camera e le ridipinge l’asse del water, verde a piccoli fiori, ma quel cimelio “degno della piscia di un papa” (a detta di Pablo) Dora non lo conserva, perché “c’è un limite anche alla idolatria”.

In memoria di Laureen Bird

giugno 28, 2019

lauriebird

Un suicida non se ne va mai da solo. Questa sentenza risulta particolarmente evidente conoscendo la storia familiare dell’attrice e fotografa Laureen Bird, che scelse di andarsene una notte di giugno di quarant’anni fa. L’avevo conosciuta poco prima, in una brevissima comparsata in Annie Hall di Woody Allen, un film pieno di cameo di saranno famosi come Christopher Walken, Sigourney Weaver, Shelley Duvall e Jeff Goldblum, dove recitava la parte della fidanzata di un celebre cantante californiano interpretato da Paul Simon. Nella realtà Laureen stava con Art Garfunkel, e proprio nel suo penthouse sulla 79th East si tolse la vita con un’overdose di valium. Non aveva ancora 26 anni. Come sua madre, che morì nello stesso modo e alla stessa età.  

non solo motori di ricerca

giugno 26, 2019

google

le nespole

giugno 25, 2019

nespole

Amo le nespole che danno il meglio di sé e acquistano le ali cadendo. Quelle che maturano soltanto nel breve spazio tra il ramo e il suolo; che si staccano acerbe, maturano violentemente nel tempo di un respiro e trasmigrano come anime, lasciando sul terreno solo una poltiglia silenziosa.

ride ride, che mamma l’ha fatta gnocca

giugno 24, 2019

ann