Le vite degli altri nei libri usati

dicembre 5, 2018

Luisa, in L’impero dei segni, di Roland Barthes, edito da Einaudi. Luisa 1991, l’anno in cui è morto mio padre. Chi eri? Perché ora il tuo libro sta qui? Che fine hai fatto? Le macchie di caffè sulla costa sono tue? Luisa.

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La politica al negativo

dicembre 5, 2018

Tempo fa avanzai la proposta di una legge elettorale che prevedeva un voto oppositivo basato sulla contrarietà, il cui oggetto della scelta era appunto l’avversario, e quindi indirizzato a ciò che non ci piace, un po’ sul modello del referendum abrogativo, e ora vedo che il reclutamento per una grande manifestazione della Lega a Roma avviene con la stessa logica, ossia facendo leva sulle assenze, schierandosi contro un nemico reso grottesco e caricaturale già dal ritratto fotografico. 

il panino giusto sbagliato

dicembre 4, 2018

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Una volta io e Marco ci siamo dati appuntamento a pranzo al panino giusto, ma non ci siamo trovati perché io avevo capito che era il panino giusto di porta Venezia, mentre lui intendeva il panino giusto di Ticinese (o viceversa, non mi ricordo).

Le immagini di ieri e di oggi

dicembre 3, 2018

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Una sera fredda come questa, proprio qui in via Ciovassino – sono passati tanti anni, ero un ragazzo – m’incantai a osservare Lalla Romano che usciva da un ristorante a piccoli passi incerti sulla rizzada, tenuta sottobraccio da un’amica. Sempre più spesso, ovunque mi trovi, le immagini del passato si mangiano all’improvviso quelle del presente, e mi lasciano smarrito e con lo sguardo perso, come chi non appartiene più al suo tempo, o non sa più nemmeno quale sia.

casa Testori

dicembre 2, 2018

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Com’è bella casa Testori a Novate Milanese. Il davanti è proprio da Novate: il precetto borromeiano di non ostentare diventa quasi ascetico, potrebbe essere la casa di un tappezziere brianzolo, anzi il suo laboratorio, poi entri e scopri il retroprospetto, la parte a cui accedono solo gli intimi, il giardino spettacolare, insospettabile, il vialetto sinuoso di ghiaia, l’architettura che osa rompere l’ortogonalità…

la figurina sul sentiero

dicembre 1, 2018

Andrea del Sarto - Carità
“Non ricordo quando fu ma certo a Roma, alla galleria Barberini, stavo analizzando un Andrea del Sarto, quello che si dice analizzare, ed ecco che mi sono accorto. Non chiedermi che te lo spieghi. Me ne sono accorto, ho visto chiaramente (e non tutto il quadro, solo un piccolo particolare, una figurina lungo un sentiero). Mi sono venute le lacrime agli occhi, ecco tutto”.

A pag. 499 di Rayuela c’è questo passo illuminante di Julio Cortázar, proprio nel senso dell’illuminazione, di qualcosa che non è spiegabile né analizzabile a parole, ma che all’improvviso ti fa vedere le cose più chiaramente, arrivando addirittura a commuoverti. Julio racconta questa storia in modo un po’ criptico ma con riferimenti precisi, è sicuro che si trovasse a Roma, alla Galleria Barberini, e che il quadro a cui apparteneva quel dettaglio che lo colpì tanto, la figurina lungo il sentiero, fosse opera di Andrea del Sarto. Ora, io ho controllato, prima in rete poi di persona, andando al museo, e i due dipinti di Andrea del Sarto della Barberini non hanno figurine sullo sfondo. Sono due soggetti religiosi (una sacra conversazione e una madonna) privi di comparse. Allora ho pensato che l’argentino si fosse sbagliato, in fondo l’ultima volta che era stato a Roma risaliva al ’52, con la fidanzata Aurora Bernardez, quando viveva in una stanza in affitto in via di Propaganda Fide 22, vicino a piazza di Spagna, mentre Rayuela è del ’63, e anche considerando che quel brano Cortázar l’abbia scritto prima del suo capolavoro, dato che la stesura di quel romanzo durò parecchio, io quasi due lustri in mezzo ce li vedo lo stesso. Si sarà confuso, avrà fatto un errore sul “pittore senza errori”, come Vasari chiamava Andrea del Sarto con ammirazione per le sue abilità tecniche ma anche con un pizzico di ironia per la freddezza dei risultati, per quelle composizioni così algide e poco transitive, che spesso restano sulla tela e non riescono a toccare lo spettatore. Se così fosse, si potrebbe ipotizzare uno scambio con un’altro dipinto di Andrea, la Carità al Louvre, che lui doveva per forza aver visto abitando a Parigi ed essendo un amante del Rinascimento italiano, quadro che un paio di figurine lungo un sentiero di campagna le ha, in alto a sinistra alle spalle della Madonna. Oppure no, magari non è Andrea del Sarto ma un altro pittore il cui quadro effettivamente si trova alla Barberini, e a quel punto qualsiasi ricerca è inutile, è impossibile decifrare di chi parli, e quell’illuminazione resterà solo sua, di un istante a noi precluso, come forse è giusto che sia, o come non poteva non essere.

Il mondo sub specie Murgiae

novembre 30, 2018

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Il Sundance Film Festival 2019 ha annunciato di aver selezionato 112 lungometraggi che rappresentano 33 paesi e 45 cineasti esordienti, il 53% dei quali donne, il 41% persone di colore e il 18% che s’identifica come LGBTQIA +.

(A proposito di quel +, io proporrei di estendere l’acronimo anche alle categorie dei rosci, degli astemi e dei figli adottivi, spesso bersaglio di dileggio gratuito).

Racchette

novembre 29, 2018

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Questa è una racchetta da pallacorda dipinta dal Tiepolo ne La morte di Giacinto (Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid). Sembra una Donnay Allwood, come quella che usava Bjorn Borg, o una Wilson, insomma quelle racchette da tennis che ora espongono i negozi chic di abbigliamento sportivo per far credere che hanno una tradizione. Roba vintage insomma, di fine anni 70 o primi Ottanta. Invece la racchetta è del XVIII secolo, e probabilmente Caravaggio ne adoperò una simile il fatidico 28 maggio 1606 (cioè circa un secolo prima) contro Ranuccio Tomassoni da Terni, poco prima di ammazzarlo.

In senza Out

novembre 28, 2018

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A me piace molto il prefisso “in” con valore negativo o privativo. Mi piace la sua furba allusività, l’ironia snob, il finto understatement, mi fa l’effetto di una piccola litote o dell’antipasto di una litote. Noto inoltre che lo usano spesso e in modo originale soprattutto autori settentrionali come Guido Morselli (inescusabile, insuscettibile, incontroverso) e Giorgio Manganelli (incongeniale, inaggettivabile), a volte addirittura preceduto da una negazione (“la parte del reprobo non mi è incongeniale” – e qui la litote ci sta tutta).

la malattia della casa

novembre 24, 2018

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In questo palazzetto giallo abitai per quasi tre anni, dal primo gennaio 2000 a fine novembre 2002. Vivevo in un appartamentino di 50 mq situato al primo piano sopra la farmacia. L’edificio non disponeva di un’entrata propria, vi si accedeva dal portoncino del palazzo grigio sulla destra. Il suo maggior pregio era l’ampio soggiorno, ideale per ricevere amici e far festa, ma il resto della casa era minuscolo: un bagnetto con vasca-tinozza in cui si stava solo rannicchiati, un cucinotto indipendente seppur ridotto ai minimi termini, e una camera da letto essenziale ma con l’affaccio verso l’interno, quindi molto silenziosa. In più c’era un balconcino che dava sulla strada principale di Monza, via Vittorio Emanuele, nei pressi dell’area pedonale e del ponte romano. Il palazzetto risaliva al Seicento, e infatti, durante i lavori di ristrutturazione delle cantine, in un’intercapedine furono trovate delle lettere di credito coeve appartenute a un usuraio. Io e Nicole – la mia fidanzata olandese, la mia prima convivenza – a volte ci scherzavamo su, riferendoci alla tirchieria del padrone di casa, come se fosse una tara genetica trasmessasi attraverso i secoli e le generazioni dei proprietari di quelle mura.

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A quel tempo io gestivo un negozio a 200 mt da casa, in via Carlo Porta, lo raggiungevo a piedi e l’auto la usavamo solo la sera o nei weekend, per vederci con gli amici di Milano. Nicole lavorava in uno studio di architettura in corso di porta Nuova, prendeva il treno diretto alla stazione Garibaldi e in pochi minuti era arrivata. I soldi per fortuna non ci mancavano, poi condividevamo tante passioni, dai libri alle mostre d’arte, e avevamo un sacco di progetti per il futuro, sembrava tutto così a portata di mano. Quando nel 2002 lasciammo quella casa in affitto per trasferirci in un trilocale di via Toti acquistato col mutuo, lo facemmo perché ci serviva una camera da letto in più, volevamo un figlio. Io ero alla mia prima convivenza e non avevo dubbi che sarebbe stata anche l’ultima, invece il nostro soggiorno nella nuova casa durò soltanto pochi mesi, e da tre che speravamo di diventare alla fine ci rimasi solo io. Ricordo che al rogito Nicole aveva detto che quello era un legame più forte del matrimonio, dato che il mutuo sarebbe durato 25 anni e noi stavamo per compierne 40, ma poi finì che s’innamorò di un altro e il nostro vincolo indissolubile si sciolse come neve al sole.

brauNon so chi abita ora in quell’appartamento di via Vittorio Emanuele, e non credo che ci rimetterò mai più piede. Il coraggio di chiedere a uno sconosciuto di farmi entrare lo trovo solo per le case degli artisti che amo, non per le mie. Però è un peccato che con le case ci si lasci sempre così, in modo brusco e definitivo: si riconsegnano le chiavi e via, ognuno per la propria strada senza neanche voltarsi, come con un’ex diventata insopportabile. Le case sono contenitori di storie, la nostra memoria più duratura e preziosa, forse anche per questo si chiamano “stabili” gli edifici che le ospitano. Di recente, leggendo Civiltà materiale, economia e capitalismo di Fernand Braudel, ho scoperto una bella consuetudine cinese che non conoscevo. Pare che fosse ancora viva ai tempi in cui lo storico francese scrisse quel saggio (gli anni 70), e in sostanza consentiva all’ex proprietario di una casa di poter tornare a visitarla in qualunque momento volesse. Scommetto che in cinese è come per l’inglese e il tedesco, cioè che la parola “nostalgia” ha a che fare con la casa, come in “homesickness” (la malattia della casa) o in “heimweh” (il dolore per la casa).