far parlare i libri

gennaio 15, 2017

voyage

Quanti anni sono passati? Diciotto, diciassette? Molti di sicuro, eppure nonostante le tante trasmissioni di libri che si sono succedute alla RAI, quelle di Baricco sono rimaste insuperabili, forse anche in termini di ascolto, oltre che di qualità. In confronto, i programmi di Augias tipo Babele sono vecchi e polverosi come un materasso abbandonato per strada. Quello che aveva di bello e vivo Totem era che non parlava di libri, come succede in tutti gli altri, ma faceva parlare i libri. Potrà sembrare una formuletta vuota, un’inversione furba ma insensata “far parlare i libri” anziché “parlare di libri”, e invece è esattamente quello che gli riuscì e che ora sembra impossibile ripetere. Come esempio basta rivedere questo pezzo del programma, quando lui, Gabriele Vacis e Stefania Rocca declamarono (non lessero) un brano famoso del Viaggio al termine della notte, quello americano su Molly, con le tre voci che si inseguono e rettificano a vicenda pescando da traduzioni diverse.

aprite quella porta

gennaio 14, 2017

antonia

la porta della camera di Antonia Pozzi a Pasturo.

le passioni di un madonnaiolo

gennaio 13, 2017

castelfranco

modelli

gennaio 12, 2017

pisanello

Pisanello non disegna soltanto in funzione di un’opera pittorica da realizzare, ma tende a costruirsi un repertorio di immagini da utilizzare al momento opportuno, a cui attingere in seguito. (in parallelo con l’uso e la funzione dei taccuini tenuti dagli scrittori)

le cose importanti

gennaio 11, 2017

nostalgia-lamadonnadelparto

Lo so, tu vuoi essere felice, ma ci sono cose più importanti“, dice un uomo a Domiziana Giordano di fronte alla Madonna del Parto di Piero della Francesca, in una scena del film Nostalghia di Tarkovsky.

omaggi

gennaio 9, 2017

eduardolabarca

 

 

Buona fine e buon inizio

dicembre 31, 2016

ma6

Fra poche ore finirà il 2016. In teoria dovrei essere contento di archiviare quest’anno di merda, il più brutto della mia vita, l’anno in cui è morta mia madre, eppure un po’ mi spiace di lasciarlo andare. Il 2016 è stato sì l’anno in cui è morta, ma anche l’ultimo anno della sua vita, e domani, nel 2017, dovrò dire “l’anno scorso è morta mia madre“, come di un evento remoto, sbiadito dal passare del tempo. Invece quest’anno è morta ma è stato anche l’anno in cui l’ho vista spesso, proprio perché sentivo che la sua fine era imminente, e per sette mesi lei c’è stata, lo ha vissuto, commentato, detestato per il suo aspetto terminale, e in alcuni momenti ci si è pure aggrappata con le forze residue sperando in qualche miracolo impossibile. A volte questo la rendeva triste e malinconica, pensierosa come in quella foto rubata che le feci sul dondolo, in cui dava l’idea di una solitudine inscalfibile, a volte invece ci scherzava su, e io ho cercato di starle vicino, nella sua casa, per parlare, farle compagnia, mentre lei mi diceva ma esci un po’, ti annoierai, e invece restavo per guardarla e imprimermi nella memoria i tratti del suo viso, il suono della sua voce, i suoi gesti quotidiani, perché temevo di scordarmela presto com’è successo con mio padre, che ogni tanto guardo nelle foto e stento a riconoscerlo come fosse un estraneo; e le chiedevo della sua giovinezza, di prima che si sposasse, di quando non era mia madre, cercavo d’immaginarla come una ragazza qualsiasi, una bella mora piena di sogni e paure che partì da una baracca sulla spiaggia di Barcellona e che lì è tornata ottantatrè anni dopo, con le sue ceneri.

Buona fine e buon inizio!”, auguravano oggi le cassiere del Carrefour. Ma non tutto ricomincia subito dopo essere finito. Non la morte di una madre, per esempio. Però bisogna tirare avanti lo stesso, far buon viso a cattivo gioco, perché il mondo non aspetta nessuno, e dopo le parole di circostanza ti volta le spalle e prosegue il suo corso. Morto un anno se ne fa un altro, sì, e domani anche il 2016 finirà nei libri di storia, con le sue piccole e grandi tragedie, le sorprese i progetti le illusioni i lutti, tutto tranne i nostri sensi di colpa, che ci seguono fin nella tomba.

la domus dei tappeti di pietra

dicembre 24, 2016

domus

Nel 1993, durante gli scavi per la realizzazione di un parcheggio nel centro di Ravenna, hanno trovato il più esteso edificio privato di epoca bizantina. Le stratificazioni erano diverse, riguardavano case dal 1600 al 1300, poi un’abitazione medievale, una necropoli dell’VIII  e IX sec., quindi il complesso bizantino, che comincia nel V sec. e prosegue per tutto il VI sec., più sotto un impianto termale del III sec., e prima ancora un edificio di epoca augustea. La cosa più rilevante della domus bizantina è il mosaico con la splendida danza delle stagioni, eseguita con paste vitree e tessere d’oro, dove risaltano il verde del mantello che avvolge l’inverno, il rosa albicocca della tunica della primavera e i violacei dei grappoli d’uva dell’autunno. I mosaici coprono una superficie di 700 mq. Il proprietario doveva essere un alto funzionario imperiale con notevoli contatti con Bisanzio. Da lì infatti provengono i disegni in base ai quali fu eseguito il mosaico della danza delle stagioni, che secondo gli esperti deriva sicuramente da un dipinto bizantino, un quadro a cavalletto di origine ellenistica (ecco perché sembra più antico di quel che è). La rappresentazione è insolita. Generalmente le stagioni danzano in fila, perché il tempo ha uno sviluppo lineare, qui invece si muovono con un girotondo, e filosoficamente alludono al ritorno ciclico del tempo. L’edificio alla fine bruciò, ma ci sono rimasti i suoi tappeti di pietra, come li chiamava Federico Zeri, che fu fra i primi ad ammirarli.

Forse, di tutti i possibili soggetti artistici, quello del ciclo delle stagioni o dei mesi è il mio preferito, ne avrò visti a decine. Quello dipinto nel Castello del Buonconsiglio a Trento, con la prima rappresentazione pittorica della neve nel mese di gennaio; quello di Schifanoia, la delizia estense a Ferrara, commissionato da Borso d’Este a Cosmé Tura, Francesco del Cossa ed Ercole de Roberti, con anche i riquadri zodiacali; quello scultoreo di Benedetto Antelami nel Battistero di Parma; quello sbalzato sulla patera romana di Parabiago, il gioiello del museo archeologico milanese, per altri versi così povero di opere; quello del pavimento musivo della Cattedrale di Otranto e tanti, tanti altri, che non mi stanco mai di rivedere perché sotto sotto spero che sia vera la storia del tempo ciclico (a differenza di Woody Allen).

l’uomo e il posto ideale

dicembre 23, 2016

pienza_piazza_duomo

L’atmosfera metafisica, quell’aura dechirichiana che si respira nelle città ideali, dalle tavolette di scuola pierfrancescana alla piazza dei tre poteri di Brasilia fino al centro di Pienza, mi suscita ogni volta un senso di agorafobia e mi dà l’impressione di essere totalmente refrattaria a qualsiasi presenza umana, come se le sue geometrie purissime esigessero il deserto. La città ideale la fa l’uomo ma non è fatta per l’uomo, deve essere vuota e muta, perché nel vuoto i suoni non si propagano, come nello spazio siderale, dove anche i drammi più violenti si consumano in perfetto silenzio.

matrimoni falliti

dicembre 22, 2016

zabriskiepointvalley

Us and them dei Pink Floyd era stata scritta come colonna sonora del film Zabriskie Point di Antonioni, ma al regista non piacque perché la giudicò troppo triste.