Rileggendo Danubio

maggio 25, 2017

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La scena è la seguente. Siamo nell’estate del 1983, a Kierling, un piccolo paese vicino a Vienna. Claudio e alcuni suoi amici stanno facendo un viaggio in macchina seguendo il corso del Danubio.

Claudio è l’io narrante di tutta la storia, ha quarantasei anni e insegna letteratura tedesca all’università di Trieste. Era da un po’ che voleva fare questo viaggio, ma ha dovuto attendere che i figli diventassero grandi per concedersi questo lusso. Dei suoi amici invece non sappiamo granché.

Uno si chiama Gigi, ed è un saggista e un gastronomo. Poi c’è Amedeo, uno scienziato, più precisamente un sedimentologo, che sta stendendo una relazione sulle sorgenti del grande fiume mitteleuropeo, per cui nel suo caso quel viaggio riveste anche un interesse professionale. Ha la corporatura massiccia ma la sua penna non è priva di grazia, “si posa lieve e precisa sui particolari come una farfalla sui fiori”.

Assieme a loro viaggiano due sorelle: Maddalena e Maria Giuditta. La caratterizzazione di queste donne è molto diversa da quella degli uomini. Gli uomini s’identificano con il sapere, la cultura, il loro ruolo pubblico, in sostanza sono ciò che fanno, e il dettaglio della corporatura massiccia di Amedeo serve solo a bilanciare l’ariosità della sua scrittura. Delle due sorelle invece non ci viene detto cosa fanno. Forse sono soltanto le mogli degli altri due. La descrizione con cui ci viene presentata Maddalena si sofferma sul suo aspetto: il rosa intenso del volto, l’oro un po’ spento dei capelli, le labbra imbronciate quando presta attenzione a qualcosa.

Di Maria Giuditta invece sappiamo poco o niente, eppure quel niente basta a farci capire lo spirito del gruppo. Questo per esempio è uno dei rari episodi che la riguardano. La compagnia di amici è riunita in un’osteria e conversa davanti a una bottiglia di Gutedel, un vino bianco locale. Discorsi alti, filosofici, intorno alla questione se esista ancora la natura o se sia stata esautorata dall’artificiale. A un certo punto Maria Giuditta interviene, “cercando di difendere, a dire il vero approssimativamente”, l’opposizione dei Verdi alla realizzazione di una grande centrale idroelettrica, che metterebbe a rischio il fragile equilibrio biologico del Danubio. Ma più che gli argomenti usati, è il lessico di Maria Giuditta, il suo ricorso a frasi fatte, ad automatismi verbali, a indispettire Gigi. L’espressione incriminata è “uscire dal tunnel”, e questo basta, come un riflesso pavloviano, a metterlo di cattivo umore.

Ogni tanto compaiono sulla pagina altre figure, semplici nomi, accompagnatori occasionali come Francesca, “misteriosa e leggera”, o la sessantenne Paola, o l’amico Roberto, e una volta un personaggio noto, il giornalista Alberto Cavallari, comunque tutti comparse prive di una personalità e una voce propria.

Dopo pranzo il gruppo visita il sanatorio in cui morì Kafka il 3 giugno 1924. Quello è il momento clou, ma meno per lo scrittore praghese che per la passione per le abitazioni degli scrittori, che ispira a Magris i brani migliori del suo libro. La memoria delle case, vedere gli edifici in cui hanno vissuto, scritto o sono morti gli autori amati, è un’ossessione trasmessami proprio da Danubio, che lessi appena ventenne, cioè nel periodo dell’imprinting letterario, quello più formativo.

E c’è un’altra cosa che ho preso da lì, quasi una visione del mondo, un modo di rapportarsi agli altri, ed è l’attenzione per la luce riflessa che circonfonde come un nimbo alcune esistenze marginali. Mi riferisco ai satelliti delle vite illustri, quelle figure che hanno accompagnato o incrociato i grand’uomini per qualche tempo, come le tre anonime pazienti del sanatorio di Kierling ricoverate negli stessi giorni dell’agonia di Kafka, i cui nomi Cavallari annota scrupolosamente sul proprio taccuino come un tributo postumo a queste donne che non lasciarono traccia del loro passaggio: Bianca Kovacs, Olga Kraus ed Etelka Kisfaludi.

Vico Crema

maggio 24, 2017

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Vico Crema, l’indirizzo di una delle case chiuse più note di Savona, frequentata anche dal giovane poeta Camillo Sbarbaro, un eldorado infantile e goloso dove ai primi del Novecento si davano appuntamento i desideri e le vergogne degli uomini.

come se io fossi ancora qua

maggio 23, 2017

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Domani e poi domani quei giorni continueranno a splendere per conto loro, come se io fossi ancora qua o come quando morirò, ora o tra mille anni indifferenti e uguali, e per ogni domani separati da me, irrecuperabili come il suo sguardo

(Raffaele La Capria, Ferito a morte)

il miglior assolo vocale della storia della musica

maggio 19, 2017

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«Il 21 gennaio 1973 venni invitata allo studio 3 di Abbey Road. A malapena avevo sentito parlare dei Pink Floyd. La canzone che dovevo eseguire si sarebbe chiamata The Great Gig in the Sky e l’album – forse! – The Dark Side of the Moon. La band mi fece sentire questa sequenza scritta dal tastierista Richard Wright. “Non cantare nulla“, mi dissero. “Improvvisa“. Immaginai la mia voce come una chitarra solista e mi sentii come una Gospel Mama. Dopo poche registrazioni il gruppo era soddisfatto e potei tornare a casa con la retribuzione che mi spettava. Era domenica e presi paga doppia: per tre ore di lavoro, 30 sterline […] A parte David Gilmour, gli altri componenti della band sembravano terribilmente annoiati da tutta quella storia del disco. Mi dissi: “Questa registrazione non vedrà mai la luce!“»

(Claire Torry)

Il primo giorno che ebbi la moto

maggio 19, 2017

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Ventotto anni fa comprai questa moto, una Honda Revere 650 grigio antracite. Il pomeriggio che me la consegnarono faceva un caldo orribile, l’asfalto ribolliva ma io mi sentivo al settimo cielo. La moto era bellissima, tutta lucida da specchiarsi, e appena aprivo il gas partiva a razzo. Allora chiamai un’amica che mi piaceva e facemmo un giretto insieme. Appena acceleravo lei si stringeva a me, sentivo il suo seno appoggiarsi alla mia schiena, così presi ad andare un po’ a singhiozzo apposta, finché assetati ci fermammo in un bar a bere qualcosa e chiacchierare. Dopo pochi minuti venne il cameriere a chiedermi se la moto scura parcheggiata fuori fosse per caso la mia. Annuii con un sorriso orgoglioso, sicuro che mi volesse fare i complimenti, e invece mi disse che il cavalletto aveva bucato l’asfalto e la moto era caduta.

Da allora ho cambiato casa, città, fidanzata, lavoro, sono diventato orfano, ho preso quasi venti chili, ma quella Honda Revere è ancora con me, e insieme abbiamo percorso oltre centomila chilometri, più di quanti era programmata per contarne.

codici e decodifiche

maggio 18, 2017

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Riporto questo post di Gilda Policastro dato che l’ha già pubblicato Giulio Mozzi su Vibrisse, il bollettino letterario che cura da anni. Mi interessa perché trovo molto rivelatori alcuni suoi passaggi. Penso a parole come “sforzarci“, “godimento facile“, “facilitare la comprensione“, “decodificare“, “lettori impreparati“, e infine all’affermazione (contenuta in una domanda retorica) sulla lettura (di libri non commerciali) come “un’esperienza intellettuale” che necessita di “qualche spazio di riflessione, approfondimento e […] di un dizionario?

La mia impressione è che qui Gilda, parlando di godimento facile, ce l’abbia soprattutto col mito dell’intuizione, quello che Adorno attribuiva al lettore occasionale, un po’ sprovveduto, per il quale lo scopo di un’esperienza estetica non è la ricerca di un senso, ma il desiderio di evasione e di facili emozioni (“dietro il culto dell’intuibilità è in agguato la convenzione piccolo borghese del corpo che resta sul canapè mentre l’anima si slancia in alto: l’approccio all’arte deve essere rilassamento che non costa fatica“).

Ciò che mi ha sempre un po’ inquietato in questa immagine è il sospetto che Adorno in fondo aderisca alla stessa convenzione, assumendo senz’altro, seppur per farsene beffa, che il soggetto esperiente (il lettore impreparato di cui parla Gilda), sia ancora l’animula garrula librantesi verso il sublime ormai scevra da onere di carni, e non invece quella spoglia e inerme che, stretta al suo canapè come a un banco di scuola, già va educandosi all’urbanità del cadavere. E’ appunto questa etica della fatica che non mi convince e che mi sembra soltanto una maniera di risarcirsi. Opporsi all’idea che solo ciò che richiede uno sforzo di comprensione è arte non significa negare valore artistico a ciò che non si comprende – e proprio perché non lo si comprende -, con l’istintiva ostilità del villico verso il latinorum, ma svalutare l’apprensione intellettuale in sé come momento privilegiato dell’esperienza estetica. In questo senso, capire o non capire l’espressionismo astratto di Rothko o il Finnegans Wake non fa alcuna differenza, perché è lo stesso sistema binario della comprensione/incomprensione a risultare fuorviante. L’oscurità o la trasparenza del discorso letterario, nella loro infinita reversibilità, sono soltanto le due facce di un medesimo equivoco che ne disconosce il carattere costitutivamente allusivo, vale a dire non suscettibile di alcuna decodifica o decifrazione.

Altrove Gilda denuncia “un’emergenza di tutt’altro tipo“, cioè “quella che chiede oggi al lettore di capire da solo come funziona un testo, di saperlo leggere, e di poterlo scegliere“, ma risulta evidente che le due cose sono strettamente collegate. Le opere complesse hanno bisogno secondo lei di essere decodificate, e in quest’epoca di disintermediazione l’assenza di filtri qualificati ha favorito il proliferare di una paraletteratura rassicurante e consolatoria che in certi casi (come l’ultimo romanzo di Teresa Ciabatti) ha buone chance di aggiudicarsi addirittura lo Strega. Questi “libri-chiacchiera, birignao“, scritti con una “sintassi elementare e un lessico vieto“, sono deleteri perché vengono spacciati per opere importanti e stanno emarginando chi si ostina ancora a difendere un’idea alta di letteratura intesa come disordine, disturbo, veleno (e qui viene in mente Il farmaco, l’esordio narrativo della Policastro, che è sia rimedio che sostanza tossica).

Stranamente, perché è un autore che Gilda conosce bene e sul quale ha scritto spesso, fra i nomi che lei cita come esempi di maestri del pensiero da cui trarre insegnamento (“vuoi mai che impariamo parole nuove“) c’è Giorgio Manganelli, i cui libri potrebbero essere letti addirittura con un dizionario a fianco. Il tapiro viene così associato a un’idea virtuosa e pedagogica della letteratura che in verità lui contestava radicalmente, tanto da considerarla “decidua“. Ricordo in particolare una polemica con Beniamino Placido (ripresa nel Rumore sottile della prosa), il quale sosteneva che “i libri dovrebbero servire a pensare, capire“, cui Manganelli rispose chiedendo (e chiedendosi): “e non piuttosto fantasticare, non capire?“. La verità è che per Manganelli il discorso letterario si apparentava alle sentenze degli “antichi oracoli, che dicono la verità e la occultano“, perché la letteratura è ambigua, elusiva, “discorso che non può essere spiegato“.

Botte della madonna

maggio 18, 2017

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le radici della poesia universale

maggio 17, 2017

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Profonde strade, rapide fra le case senza luce, dei poveri di Masaccio. Io le percorro ogni giorno, sono le strade del quartiere di San Frediano. Ma nell’affresco sono le strade dei poveri: Firenze o Gerusalemme, Roma o Palmira. E tuttavia non lo sarebbero se non fossero, prima di tutto e fino all’ultima crepa della pietra, le strade di San Frediano. Non conosco poesia universale senza una precisa radice, una fedeltà, un ritorno.

(Cristina Campo, Gli Imperdonabili)

il paese di Utopia

maggio 15, 2017

marth

Tout le monde a émigré. On se sent peu à peu mal à l’aise à Genève. Ma fille est à Philadelphie, mon fils à Rome, et mon génial époux en Utopie

(Martha Musil, 1940)

Obiit

maggio 13, 2017

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Oggi, 29 anni fa, moriva il James Dean del jazz.