Archive for giugno 2009

La voce delle cose

giugno 6, 2009

bambola

C’è un aneddoto della biografia di Kafka che mi ha sempre affascinato. Riguarda il tempo in cui viveva a Berlino con Dora Diamant, l’ultimo periodo della sua vita. Pare che un giorno lui e Dora stessero passeggiando nel parco di Steglitz quando incontrarono una bambina in lacrime. Le domandarono il motivo del pianto e lei rispose che aveva perduto la sua bambola. Allora Kafka le chiese l’indirizzo di casa, dicendole che se l’avesse trovata gliel’avrebbe portata, e nei giorni seguenti le scrisse delle lettere come fosse la bambola perduta. In queste lettere la bambola raccontava alla bambina la sua vita senza di lei, le avventure che aveva. Purtroppo non se n’è conservata nessuna, solo il ricordo di Dora. Molti anni dopo vennero affissi dei manifesti per cercare di trovare la destinataria di quelle missive, una bambina che doveva essere nata nel 1917, ma fu tutto vano.

A ben vedere questo non è solo un racconto edificante sulla sensibilità di quell’uomo straordinario, che concepì un’opera per un solo lettore, ma è anche un apologo formidabile sulla volontà dell’artista di reificarsi fino a dar voce a chi non ce l’ha, fino a scoprire l’anima di ciò che definiamo comunemente inanimato. E ci insegna che la dicotomia oppositiva fra soggetto e oggetto, il primo attivo e il secondo passivo, è in fondo un’illusione di superiorità. Forse non c’è mai stato un periodo storico come questo in cui il soggetto è stato tanto assoggettato, tanto privato della propria volontà da ridursi a marionetta. E in ogni caso si tratta di un’illusione perché non vi è opposizione, soggetto e oggetto sono categorie relazionali, ciascuna detiene il senso dell’altra.

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La società adiaforica

giugno 5, 2009

ninfeo

Una delle foto pubblicate da El Pais relative alla festa di Capodanno a Villa Certosa di Berlusconi in Sardegna. Che il premier sia un caso clinico non ci piove, ma, a proposito di tempo meteorologico, vorrei far notare il particolare significativo della ninfetta desnuda, una delle tante che circolavano in quel parco (pare alcune decine), debitamente oscurata nel volto per la minore età. Tenete presente che siamo a Capodanno, e non a Rio de Janeiro, ma in Sardegna, la Sardegna settentrionale, per essere precisi. Cioè, se c’erano 10 gradi faceva un caldo anomalo, tant’è che i vecchi satiri immortalati in queste immagini sono tutti bardati con golfoni a collo alto. Ecco, mi chiedevo: non è un sintomo inequivoco della nostra società adiaforica, dell’indifferenza morale, che non solo molti non si scandalizzino, ma che addirittura ci sia la fila di padri, come il Sig. Letizia, pronti ad offrire con entusiasmo le proprie figlie minorenni in pasto al drago?

I sei minuti più belli della storia del cinema

giugno 4, 2009

don chisciottedi Giorgio Agamben

Sancho Panza entra in un cinema di una città di provincia. Sta cercando Don Chisciotte e lo trova che sta seduto in disparte e fissa lo schermo. La sala è quasi piena, la galleria – che è una specie di loggione – è interamente occupata da bambini chiassosi. Dopo qualche inutile tentativo di raggiungere Don Chisciotte, Sancho si siede di malavoglia in platea, accanto a una bambina (Dulcinea?), che gli offre un lecca lecca. La proiezione è cominciata, è un film in costume, sullo schermo corrono dei cavalieri armati, a un tratto appare una donna in pericolo. Di colpo Don Chisciotte si alza in piedi, sguaina la sua spada, si precipita contro lo schermo e i suoi fendenti cominciano a lacerare la tela. Sullo schermo compaiono ancora la donna e i cavalieri, ma lo squarcio nero aperto dalla spada di Don Chisciotte si allarga sempre piú, divora implacabilmente le immagini. Alla fine dello schermo non resta quasi piú nulla, si vede soltanto la struttura di legno che lo sosteneva. Il pubblico indignato abbandona la sala, ma nel loggione i bambini non smettono di incoraggiare fanaticamente Don Chisciotte. Solo la bambina in platea lo fissa con riprovazione.

Che cosa dobbiamo fare con le nostre immaginazioni? Amarle, crederci a tal punto da doverle distruggere, falsificare (questo è, forse, il senso del cinema di Orson Welles). Ma quando, alla fine, esse si rivelano vuote, inesaudite, quando mostrano il nulla di cui sono fatte, soltanto allora scontare il prezzo della loro verità, capire che Dulcinea — che abbiamo salvato — non può amarci.

Il vessillo di Robinson

giugno 4, 2009

cimitero

Nel lungo carteggio con Max Brod, per timidezza o scarsa autostima Kafka non parla quasi mai dei propri scritti, piuttosto interroga l’amico sui suoi, e Brod si sbrodola volentieri, non si fa certo pregare. E’ da Kafka che ho preso la definizione di “scrittore non praticante”. Nel cimitero di Monza ogni tanto mi attardo a guardare le lapidi altrui, quasi tutte con solo il nome e le date di nascita e morte, al massimo integrate con la professione del morto. Boltanski fece un’opera che riuniva tante lapidi laconiche, quasi che la vita di un uomo fosse soltanto quell’esile trattino che divide due cifre. Una delle lapidi monzesi che più mi hanno incuriosito è di una donna. C’è il suo nome, le date, e infine un breve epitaffio: “ero una scrittrice”. Tornando a casa digitai il nome su Google, per vedere cosa avesse scritto, ma non apparve nulla. Feci lo stesso tentativo nella biblioteca locale: niente. Forse non pubblicò mai, probabilmente fece un lavoro che non c’entrava con la letteratura, e tuttavia ciò che le premeva più di tutto era di far sapere al mondo che la sua vera essenza era stata lì, nella scrittura. Quella frase scolpita è un urlo afono, disperato, una rivendicazione orgogliosa che lacera per un attimo il velo di anonimato che tutt’oggi la protegge e la occulta. La scrittura, come diceva Kafka, è il vessillo di Robinson, la bandierina che il naufrago issa sul punto più alto dell’isola deserta nella speranza che qualcuno, nello sconfinato oceano di indifferenza, la veda e lo salvi.

Un manifesto poetico

giugno 4, 2009

Una volta ho letto sul Diario di Kafka un elenco di attività che aveva incominciato e abbandonato. E’ l’unica volta che mi sono sentito superiore a lui. Il mio elenco sarebbe molto più lungo e avvilente. Fra questi progetti concepiti con grande entusiasmo e mai portati a compimento c’era un piccolo saggio sul tema delle panchine nei racconti di Cechov. Mi ero segnato un sacco di appunti su come spesso lo scrittore russo concentrasse il momento culminante di una narrazione facendo sedere i suoi protagonisti su una panchina. In quella pausa di riflessione, o di diserzione dalle normali attività, e nella contemplazione del paesaggio circostante, può succedere che l’uomo si metta in discussione. Capita per esempio in La signora col cagnolino, quando Anna e Gurov guardano il mare e ripensano a ciò che sarebbero potuti essere se non avessero svenduto i propri ideali giovanili in cambio di un po’ di sicurezza economica. Le ambizioni frustrate, il presente meschino… Quello che favorisce il bilancio di una vita non è tanto lo stop alla corsa frenetica di tutti i giorni, quanto piuttosto l’isolamento e il misurarsi con l’eternità degli elementi, con la grazia e l’innocenza dell’inorganico che ci circonda. Quando lessi  il bellissimo Panchine di Beppe Sebaste mi ritrovai in molti dei luoghi che evocava, ma mi dispiacque per quell’assenza. Ecco, se dovessi citare un brano di un’opera d’arte che per me rappresenta una sorta di manifesto poetico, credo che ricorrerei a una scena del film American Beauty, quella in cui i due giovani protagonisti ammirano la danza del sacchetto di plastica trasportato dal vento in un angolo di una stradina isolata. Scoprire tutta la poesia, la vita, il senso, la lezione di umiltà che si cela nel miracoloso incontro fra l’assoluto e l’insignificante, dietro le piccole cose fortuite che sono sotto i nostri occhi e alle quali non diamo quasi mai importanza, questo mi piacerebbe fare.

Pria col bel viso

giugno 1, 2009

mazzafirra250

Rivedendo il finale di Blade Runner, e in particolare l’ovale purissimo di Rachel, mi è venuto in mente il capolavoro di Cristofano Allori Giuditta con la testa di Oloferne. La versione autografa (datata e siglata 1618) è esposta nella Galleria Palatina a Firenze, ed ebbe una così vasta fortuna da essere subito replicata in numerose varianti anche dall’Allori stesso (l’elenco di 30 pezzi fornito da Chappell nel 1984 era già il frutto di una selezione). Nel 1620 Giovan Battista Marino avvertiva che gli amatori d’arte parigini si accontentavano di copie anche “goffe” pur di gustare “le maraviglie dell’originale”. Alla sua straordinaria notorietà molto contribuirono i risvolti autobiografici tramandati da Michelangelo Buonarroti il Giovane a Filippo Baldinucci, in cui si diceva che l’autore “ritrasse al vivo nella faccia di lei l’effigie della Mazzafirra, e dipinse se stesso per Oloferne”. Lo sguardo meduseo dell’incantevole amante di Cristofano (Maria di Giovanni Mazzafirri, una celebre cortigiana per la quale il pittore perse la testa, e che morì proprio nel 1618) ha affascinato parecchi studiosi nel corso del tempo. Claudio Pizzorusso (ne Il Seicento fiorentino, edito da Cantini) racconta che “di lei si sono cercati babbo e mamma, se ne sono ripercorsi i lineamenti di bocca, mento e scatola cranica, tanto che oggi se ne potrebbe fare un ologramma”. Seguendo la lettura data dal Marino, l’opera allude al subdolo agguato teso a Oloferne con l’arte della seduzione, e rappresenta la tormentosa bellezza femminile che colpisce “di strale” e uccide “pria col bel viso”.

Chi vince non sa cosa si perde

giugno 1, 2009