Posts Tagged ‘Walter Benjamin’

o l’assenso o la vita

aprile 15, 2017

Walter-Benjamin

Le citazioni, nel mio lavoro, sono come briganti ai bordi della strada, che balzano fuori armati e strappano l’assenso all’ozioso viandante” (Strada a senso unico, Walter Benjamin)

Colmar e gli scrittori di lingua tedesca

aprile 1, 2017

grun

Paul Celan andò a vedersi l’altare di Colmar nella pasqua del 1970, poco prima di uccidersi, e restò commosso e impressionato dalla vista di quel Cristo che stilla resina. Elias Canetti da giovane aveva un poster di quel dipinto nella sua cameretta, come dice ne Il frutto del fuoco (Adelphi, pag.322), e lo tenne con sé anche più tardi, mentre scriveva l’Auto da fé. Walter Benjamin nel suo studio parigino di rue Dombasle aveva una riproduzione dell’opera di Grunewald, per procurarsi la quale era andato appositamente a Colmar.

castelli in Spagna

marzo 19, 2017

tempesta east coast

Non lo sapevo. L’ho scoperto a cinquant’anni, leggendo un libro su Baudelaire. “Castelli in Spagna” è un modo di dire comune in francese, e pure antico, infatti risale al Roman de la rose. Un po’ l’equivalente del nostro “castelli in aria”.

Chissà perché proprio in Spagna, come se non potessero esistere dei castelli lì. Ad ogni modo l’espressione “castelli in Spagna” per i francesi allude ai progetti chimerici, e quando lo lessi mi suonò una campanella, come se all’improvviso qualcosa andasse a posto da solo, s’incastrasse alla perfezione con un altro pezzo spaiato che avevo accantonato tempo addietro. (more…)

accoppiamenti giudiziosi?

novembre 8, 2016

mazarine

Io mi annoto sempre che negozi ci sono sotto le case dove abitavano i miei miti letterari. Per esempio a fianco al portone del civico 10 di rue Dombasle, l’ultima dimora parigina di Walter Benjamin, ci sono un centro estetico che fa la depilazione col laser e un pet shop.

il turismo dell’orrore letterario

ottobre 23, 2016

lister

Esiste un turismo dell’orrore che non suscita riprovazione e sarcasmo nei confronti di chi lo pratica. Al contrario, è visto come qualcosa di nobile, un segno di elezione spirituale, eppure si nutre della stessa attrazione morbosa per la cronaca nera. Riguarda la letteratura, in particolare gli scrittori suicidi, ecco perché viene inteso come una sorta di  pellegrinaggio laico. Per i suoi adepti, l’aura scomparsa dell’opera risorge più luminosa dalle ceneri delle biografie omaggiate nel luogo del loro tragico epilogo. C’è chi sosta in raccoglimento di fronte all’albergo torinese di Cesare Pavese, e chi nella stessa città indugia assorto sulle scale delle case di Primo Levi e di Franco Lucentini. Chi preferisce la meditazione sul prato intorno all’abbazia di Chiaravalle per Antonia Pozzi, chi fa tappa in via del Corallo a Roma per Amelia Rosselli e chi, come me, fotografa il cortile in cui finì riversa Mia Cinotti. C’è pure chi va all’estero a far trekking espiativo sui Pirenei, ripercorrendo la route Lister (nella foto), il sentiero lungo il quale s’incamminò Walter Benjamin nelle sue ultime ore per sfuggire ai nazisti; e chi attraversa l’oceano per visitare la Ketchum di Ernest Hemingway, o la californiana Clermont di David Foster Wallace. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, l’importante è sfoderare al  momento giusto la moleskine d’ordinanza. Armati delle migliori intenzioni, certo, e tuttavia armati, non per niente il taccuino è “d’ordinanza” come uno strumento poliziesco, ed è “sfoderato” come uno strumento d’offesa. Operazione non innocente, dunque, ma vi è letteratura ove si dia innocenza?

p.s.

ottobre 21, 2016

nut

Tempo fa qui avanzavo il sospetto che l’unico libro che Walter Benjamin si portò appresso, durante la sua fuga verso la Spagna, fosse stato scelto soprattutto per le affinità spirituali col suo autore, e ora ne ho avuto la conferma. Come ho appreso dalla biografia critica di Howard Eiland e Michael Jennings (edita da Einaudi), tre settimane dopo il suo arrivo a Lourdes Benjamin scrisse ad Hannah Arendt che la descrizione di La Rochefoucauld del cardinale Retz era un ritratto adeguato di lui stesso: «La sua indolenza lo ha sorretto in gloria per molti anni, nell’oscurità di una vita errabonda e appartata».

i senza nome

luglio 18, 2016

be

Se casa tua stesse bruciando e potessi salvare un solo libro, quale sceglieresti?” Prima o poi ogni scrittore si sente rivolgere una domanda del genere, e l’unica risposta adeguata sarebbe: “quello più vicino alla porta”. Ma nel giugno 1940 Walter Benjamin dovette rispondere seriamente, perché ebbe la disgrazia di trovarsi in una situazione simile. L’incendio lo avevano appiccato i nazisti e stava divampando in mezza Europa. Quando le fiamme lambirono la sua abitazione parigina al 10 di rue Dombasle, Benjamin scappò in treno verso il sud della Francia ancora libero e la prima tappa del suo calvario fu a Lourdes. Lì, in una pensione con vista sui Pirenei, aspettò due mesi i documenti per espatriare. Ma Lourdes non fece il miracolo, Benjamin non si salvò. Nell’ultima lettera del 18 luglio all’amica Gretel Adorno scrisse: “J’ai emporté un seul livre: les Mémoires du cardinal de Retz. Ainsi, seul dans ma chambre, je fais appel au Grand Siecle” (Correspondance 1930-1940, Le Promeneur, pag. 396). La cultura intesa come rifugio, talismano, testamento, il linguaggio e il retaggio degli spiriti eletti. Quel libro andò perduto, come tutto ciò che Benjamin portava con sé, compresi i suoi poveri resti, che cinque anni dopo finirono in una fossa comune a Portbou. Ma che c’entrava lui con Retz, il cardinale che si oppose a Mazzarino, e poi fu sconfitto e imprigionato a Vicennes, dove scrisse le sue memorie? Uno che morì a Parigi e fu inumato nella basilica di Saint-Denis, sulla cui lapide, per volere di Luigi XIV, non venne scritto alcun nome? Ah, ecco.

calore

giugno 24, 2016

b

Il romanzo non è significativo perché ci presenta, in modo magari esemplare, un destino estraneo, bensì perché quel destino estraneo, in virtù della fiamma che lo consuma, ci offre un calore che non otterremmo mai dal nostro stesso destino. Ciò che trascina il lettore verso il romanzo è la speranza di riscaldare la propria vita tremante grazie alla morte di chi legge” (Walter Benjamin)

Le parole e il corpo

marzo 4, 2016

 

Tiziano Scarpa

Il nuovo romanzo di Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco (Einaudi, pp.321, 20 euro), presenta la consueta struttura binaria. La trama segue le vicende alternate di due personaggi, un uomo e una donna a cui sono dedicati nove capitoli ciascuno, più una prefazione, un lungo capitolo finale dove s’incontrano e infine l’epilogo. Ma la struttura binaria non ha a che fare con le due vite parallele, bensì con i due motivi ricorrenti del veneziano: le parole e il corpo. Quella è la linea di basso pulsante che sostiene tutte le sue narrazioni da vent’anni a questa parte, e la maestria di Scarpa sta proprio in questo effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa, nel saper raccontare storie sempre diverse adoperando gli stessi semplici elementi.

I due personaggi principali sono Federico Morpio, un artista di trentanove anni, e Adele Cassetti, un’impiegata di dieci anni più giovane. Entrambi vivono da soli in un piccolo appartamento a Milano e sono in crisi. Morpio si sente un fallito, non ha un soldo e il suo nome stenta a imporsi, mentre la crisi di Adele è spirituale, la sua vulnerabile solitudine “non aspettava altro che un indizio d’infinito passasse a prendersela, come un centauro vestito di cuoio nero che smarmitta sotto casa”.

Questo indizio d’infinito si manifesta una notte in casa di Adele con le sembianze di un geco, attirato lì dalle tignole della farina, delle farfalline che le infestavano i muri. La sua conversione al cristianesimo avviene per gradi. Il primo stadio è l’ammirazione per quell’animaletto capace di arrampicarsi ovunque, prova evidente di un disegno superiore, ma anche la gratitudine a Dio per aver donato all’uomo l’intelligenza per inventare il teflon, l’unica superficie che il geco non può scalare. Il secondo stadio sono le lunghe passeggiate nel Parco Agricolo Sud, un corridoio naturalistico in mezzo a capannoni e quartieri abitati. Lì, in quella biomassa pullulante di animali e piante intrecciati alla città, Adele contempla la varietà della Creazione intessuta alla presenza umana. L’ultimo stadio avviene ad Abbiategrasso, alla fine di una delle sue escursioni nel parco, entrando nella chiesa illuminata dai neon policromi dell’artista americano Dan Flavin, come una specie di Vangelo cromatico che le indica il cammino e con chi intraprenderlo. Qui infatti incontra Ottavio Garella, un fedele inquieto e dubbioso come lei assieme al quale concepirà un piano audace e rivoluzionario denominato i Cristiani Sovversivi.

Adele vive insomma la nascita di una vocazione religiosa, mentre Morpio inizia a dubitare della sua vocazione artistica. Si chiede angosciosamente se i suoi videoritratti, appartenenti alla nobile tradizione della Vanitas, ingranditi fino a mostrare i vermi microscopici che vivono sulla faccia delle persone, non piacciono perché non ha talento o perché non ha gli agganci giusti. In ogni caso, il risultato è che a furia di stringere la cinghia s’è ridotto a mangiare a sbafo nei vernissage dei colleghi di successo, ed è stato pure lasciato dalla donna con cui conviveva da quattro anni. Grazie all’eredità che riceve con la morte del padre, Morpio decide di cambiar vita e di rinunciare definitivamente ai suoi videoritratti, ma un’ultima occasione lo farà ancora sperare di realizzare la propria vocazione e di ottenere il riconoscimento ambito, portandolo a Venezia in occasione della Biennale Arte. Qui il suo destino s’intreccerà con quello di Adele, in una resa dei conti finale piena di colpi di scena.

Uno di questi è la rivelazione circa la natura de L’Interrotto, cioè dell’io narrante che sin dall’inizio ha contrappuntato tutta la narrazione, un’entità incorporea fatta di parole perché “noi parole ci mettiamo in fila e diamo corpo a chi corpo non ha”. Una sorta di voce dell’increato quindi, come un’omissione originaria, a ricordarci che la vera scrittura è sempre un atto compensatorio, e insieme la nostalgia di tutto ciò che non ha più cittadinanza nell’Essere, o che non l’ha mai avuta.

Se il finale tradisce delle risonanze moreschiane, l’incipit ricorda invece Houellebecq, con l’avvertenza che “la storia raccontata in questo libro è un preambolo o un prequel della Nuova Sovversione Cristiana e delle vicende che hanno occupato i media di tutto il mondo”.

In un’appassionata videorecensione, Jovanotti ha lodato “con fervore” la straordinaria capacità dell’autore di raccontare il mondo dell’arte, e in effetti quella è la parte più avvincente del libro. I riferimenti, veri e inventati, non si contano e sono uno più brillante dell’altro, soprattutto perché messi in bocca a un invidioso, che per ogni opera che vede trova sempre qualche precedente simile in grado di vanificarne il senso. È il caso della performance endoscopica di Micaela Maer, che Morpio liquida come epigonale paragonandola all’orazione funebre di Marco Antonio nel Giulio Cesare della Socìetas Raffaello Sanzio, “recitata da un laringectomizzato che inghiotte una microcamera fino alle corde vocali”.

Ma gli esempi che si potrebbero fare sono tantissimi. Personalmente sono rimasto incantato da uno dei più semplici, quello del foglio di cartoleria con i bollini rossi che si appongono sulle opere vendute (e si usano pure come indicazione di luogo, il “voi siete qui” a una fiera), ma che dire dell’idea di suicidarsi gettandosi dalla cima del Pirellone, aggrappato a 175 ombrellini colorati acquistati da un ambulante con gli ultimi risparmi? Dalle tragiche provocazioni di Cattelan all’analisi della Cena in Emmaus di Caravaggio a Brera, fino al “colpo del cosciotto” raccontato da Zola nei suoi Taccuini o alla “installazione” di Gaudenzio Ferrari al Sacro Monte di Varallo, l’intero romanzo brulica di una miriade di riferimenti artistici, vecchi e moderni, che a raccoglierli tutti in un indice dei nomi ne uscirebbe un saggio corposo.

E qui viene in mente il vecchio rimprovero di Alfonso Berardinelli, secondo il quale Scarpa era miglior saggista che narratore, ma la verità è che oggi quella distinzione non ha più senso. Forse l’appunto poteva valere quando apparve Kamikaze d’Occidente, il diario erotico con le finestrelle di digressioni saggistiche (alcune anche di arte), ma nel Brevetto del geco la narrazione è talmente lineare e trascinante che è tutto fuso insieme, non si distinguono più i vari registri espressivi (narrazione, riflessione, poesia); e del resto questa unità stilistica se l’era posta come obiettivo già ai tempi di Verbale n.2847 (come dichiarò nell’intervista a Lorenzo Pavolini).

Non mancano i brani poetici e struggenti, come il racconto surreale e asciuttissimo della morte del padre di Morpio, risolto con una battuta messa in bocca al cane Gas; o i contatti notturni pudichi di Adele e Ottavio a forma di A; o ancora la loro lettura delle richieste di grazia disseminate fra i teschi di San Bernardino alle Ossa; o infine il sesso tra Federico e la collega Mariella, e le loro parole che si ripetono proiettate sul muro. Se c’è un banco di prova infallibile per un narratore, qualcosa di veramente difficile da dire in un modo non scontato, questo è proprio la classica scena di sesso. Si legga allora con che maestria e tatto Scarpa racconta la prima volta di Federico con Livia (pag.94), la curiosità del giovane che scopre il mondo attraverso l’intimità della sua ragazza (“la boccetta di collirio”).

In questo senso, i due protagonisti vivono l’esperienza dell’amore come qualcosa di opposto e inconciliabile, non a caso per Adele amare una persona significava riservargli in esclusiva il meglio di sé, mentre per Morpio, completamente assorbito da se stesso e dai suoi guai, era l’esatto contrario.

A leggere attentamente la prefazione de L’Interrotto, si noterà che a un certo punto espone un’intenzione precisa, raccontare la storia in modo “ambivalente: nel senso letterale del termine, qualcosa che vale doppio, che vale in entrambi i sensi”. Lo dice a proposito della mescolanza di verità e finzione, che preferisce non separare, ma a lettura finita viene il sospetto che si tratti di una vera e propria strategia di complicazione semantica, perché non solo i due protagonisti a volte sono portatori di concezioni diverse (come il significato di amare), ma tutta la storia è costellata dalla presenza antagonistica di ossimori, paradossi e antinomie. Ecco una selezione di esempi cominciando dalla fine (il che, in un certo senso, costituisce un’applicazione del metodo):

“il vuoto è il segno della sua pienezza. La disperazione è l’accesso alla speranza” (pag.260);

“se ti converti, le cose che prima pensavi ti convenissero, poi capisci che ti danneggiano” (pag.239);

“come si fa a ostentare qualcosa che consiste nella mancanza di segni di ostentazione?” (pag.183);

“vorrei divertirmi anch’io vivendo la sua stessa noia” (pag.140);

“piango senza lacrime, senza piangere” (pag.82);

“la causa era il rimedio” (pag.52);

“quella donna era indimenticabile, nell’essere impossibile da ricordare” (pag.42);

“diceva la sua faccia, senza dirlo” (pag.36);

ecc. ecc.

L’impressione, insomma, è che l’ambivalenza elevata a sistema non fosse così necessaria, soprattutto se ottenuta con contrasti di significato a volte un po’ meccanici. Ma è pur vero che nel lungo capitolo finale ambientato a Venezia, in cui confluiscono le due storie parallele, Scarpa riprende il filo di tutti i discorsi senza mai imbrogliarli, ma tessendoli e dipanandoli e rendendo a ciascuno di essi giustizia.

Unde origo inde salus, nell’origine la salvezza, ci ricordava l’autore in Venezia è un pesce, la bellissima guida turistica sui generis che dedicò alla propria città. Chissà se è vero. In ogni caso, come diceva Walter Benjamin, si scrive e si viaggia soprattutto per conoscere la propria geografia.  E questa geografia interna non sta mai ferma, ridisegna continuamente i suoi confini, è attraversata da un reticolo di percorsi sghembi e tortuosi che fanno dei giri strani, partono da dentro, poi si allontanano sempre più fin quasi a smarrirsi e a perdere ogni riferimento conosciuto, a ritrovarsi in posti con dei nomi improbabili come Pasturago di Vernate, Merembate, Fossate sul Naviglio, Garambate, e infine, quando meno te lo aspetti, ritornano miracolosamente al punto di partenza.

Perché che parli di un’orfanella del Settecento o di un universitario che si mantiene agli studi vendendo il suo sperma, di uno scrittore gigolo o di una coppia di cristiani sovversivi, la fantasia di Tiziano Scarpa è sempre la stessa, quella di un uomo che pur di non staccarsi dalla sua città natale preferisce usarla come sfondo per gli appuntamenti col destino delle maschere più diverse, alla luce di un eterno tramonto rosato intravisto per sempre quand’era piccolo, e da allora rimasto impresso nella sua memoria come una cornice splendente che racchiude tutti gli istanti e le storie del mondo.

laura pausini e walter benjamin

ottobre 17, 2012

Ci sono due scuole di pensiero riguardo alla tragica fine di Walter Benjamin. La prima sostiene che sbagliò a suicidarsi, tant’è che la mattina seguente la polizia di frontiera spagnola lasciò liberi gli altri transfughi. La seconda è convinta che il dramma fu causato dalle condizioni in cui si trovarono, e che dati quei presupposti (l’assenza del visto, la legislazione sui passaggi di confine che cambiò il giorno dopo), Benjamin non poteva fare altrimenti, quindi il suo sacrificio non favorì la sorte degli altri. Io credo invece che fu proprio la sua morte volontaria a far impietosire le guardie spagnole e a consentire ai suoi compagni di viaggio di salvarsi. Quest’ultima ipotesi forse è meno condivisa perché è più facile ragionare per dicotomie, piuttosto che cogliere le connessioni e il rapporto di causalità che legano eventi diversi.

La stessa difficoltà l’ho avvertita giorni fa ascoltando un’intervista radiofonica a Laura Pausini. Si parlava del suo esordio, la celeberrima canzone sulla solitudine. Ha spiegato che il testo fu scritto da Pietro Cremonesi e che lei lo adattò alle proprie vicende biografiche: «Inizialmente il brano cominciava con Anna se n’è andata invece di Marco se n’è andato, ma per il resto la storia era la fotografia della mia vita fino a quel momento, perché io andavo veramente a scuola con il treno delle sette e trenta. Cambiai solo il nome, Marco, perché lo svolgimento della canzone pareva copiato da quello che succedeva a me. Marco era il mio fidanzatino dell’epoca e per questo, quando cantavo quel brano, mi emozionavo tanto». A questo punto i deejay e Laura hanno ironizzato su Marco, secondo loro uno sfigato per il tempismo con cui l’abbandonò, cioè poco prima che lei avesse un successo planetario, e hanno ipotizzato quale misera fine potrebbe aver fatto. Per me lei dovrebbe essergli grata. Se  non l’avesse lasciata non ci sarebbe stata quella canzone.