Posts Tagged ‘Walter Benjamin’

Perdersi

giugno 1, 2017

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Per me il paradiso è un posto pieno di strade alberate, di panchine, di pasticcerie, di abbaini, di libri e reminiscenze letterarie. Ecco perché torno sempre volentieri a Parigi.

Ieri già col taxi preso a Orly mi sarei fermato a ogni angolo: riconoscevo la fermata del metro di Alesia e avrei voluto deviare per lo studio di Giacometti, o per la casa di Walter Benjamin in rue Benard 23, o per il leone di place Denfert Rochereau tanto caro a Cortazar, che abitava anche lui nei paraggi. Non ho potuto fermarmi, ovviamente, ma mi son rifatto dopo esser passato in albergo, zigzagando a piedi per ogni traversa fino a rinunciare del tutto alla passeggiata che mi ero prefissato. (more…)

Tre volte Dora

aprile 30, 2017

treppe kafka

Se avessi avuto una figlia l’avrei chiamata Dora. Mi piace, è un nome semplice e pulito che ricorre spesso nella mia vita. Una volta ci provammo seriamente ad avere un figlio, io e la mia fidanzata, alla fine del 2002. Avevamo appena comprato una casa con una camera in più, stavamo insieme da tempo e presto avrei compiuto quarant’anni. Era insomma il momento giusto, ma nonostante gli sforzi non venne, e dopo un po’ scoprii che lei insisteva perché in realtà sperava che un figlio le impedisse di scappare ancora, dato che dopo tre anni con un uomo sentiva il bisogno di mollare tutto e cominciare una nuova vita altrove, cambiando compagno, nome, città. (more…)

o l’assenso o la vita

aprile 15, 2017

Walter-Benjamin

Le citazioni, nel mio lavoro, sono come briganti ai bordi della strada, che balzano fuori armati e strappano l’assenso all’ozioso viandante” (Strada a senso unico, Walter Benjamin)

Colmar e gli scrittori di lingua tedesca

aprile 1, 2017

grun

Paul Celan andò a vedersi l’altare di Colmar nella pasqua del 1970, poco prima di uccidersi, e restò commosso e impressionato dalla vista di quel Cristo che stilla resina. Elias Canetti da giovane aveva un poster di quel dipinto nella sua cameretta, come dice ne Il frutto del fuoco (Adelphi, pag.322), e lo tenne con sé anche più tardi, mentre scriveva l’Auto da fé. Walter Benjamin nel suo studio parigino di rue Dombasle aveva una riproduzione dell’opera di Grunewald, per procurarsi la quale era andato appositamente a Colmar.

castelli in Spagna

marzo 19, 2017

tempesta east coast

Non lo sapevo. L’ho scoperto a cinquant’anni, leggendo un libro su Baudelaire. “Castelli in Spagna” è un modo di dire comune in francese, e pure antico, infatti risale al Roman de la rose. Un po’ l’equivalente del nostro “castelli in aria”.

Chissà perché proprio in Spagna, come se non potessero esistere dei castelli lì. Ad ogni modo l’espressione “castelli in Spagna” per i francesi allude ai progetti chimerici, e quando lo lessi mi suonò una campanella, come se all’improvviso qualcosa andasse a posto da solo, s’incastrasse alla perfezione con un altro pezzo spaiato che avevo accantonato tempo addietro. (more…)

accoppiamenti giudiziosi?

novembre 8, 2016

mazarine

Io mi annoto sempre che negozi ci sono sotto le case dove abitavano i miei miti letterari. Per esempio a fianco al portone del civico 10 di rue Dombasle, l’ultima dimora parigina di Walter Benjamin, ci sono un centro estetico che fa la depilazione col laser e un pet shop.

il turismo dell’orrore letterario

ottobre 23, 2016

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Esiste un turismo dell’orrore che non suscita riprovazione e sarcasmo nei confronti di chi lo pratica. Al contrario, è visto come qualcosa di nobile, un segno di elezione spirituale, eppure si nutre della stessa attrazione morbosa per la cronaca nera. Riguarda la letteratura, in particolare gli scrittori suicidi, ecco perché viene inteso come una sorta di  pellegrinaggio laico. Per i suoi adepti, l’aura scomparsa dell’opera risorge più luminosa dalle ceneri delle biografie omaggiate nel luogo del loro tragico epilogo. C’è chi sosta in raccoglimento di fronte all’albergo torinese di Cesare Pavese, e chi nella stessa città indugia assorto sulle scale delle case di Primo Levi e di Franco Lucentini. Chi preferisce la meditazione sul prato intorno all’abbazia di Chiaravalle per Antonia Pozzi, chi fa tappa in via del Corallo a Roma per Amelia Rosselli e chi, come me, fotografa il cortile in cui finì riversa Mia Cinotti. C’è pure chi va all’estero a far trekking espiativo sui Pirenei, ripercorrendo la route Lister (nella foto), il sentiero lungo il quale s’incamminò Walter Benjamin nelle sue ultime ore per sfuggire ai nazisti; e chi attraversa l’oceano per visitare la Ketchum di Ernest Hemingway, o la californiana Clermont di David Foster Wallace. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, l’importante è sfoderare al  momento giusto la moleskine d’ordinanza. Armati delle migliori intenzioni, certo, e tuttavia armati, non per niente il taccuino è “d’ordinanza” come uno strumento poliziesco, ed è “sfoderato” come uno strumento d’offesa. Operazione non innocente, dunque, ma vi è letteratura ove si dia innocenza?

p.s.

ottobre 21, 2016

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Tempo fa qui avanzavo il sospetto che l’unico libro che Walter Benjamin si portò appresso, durante la sua fuga verso la Spagna, fosse stato scelto soprattutto per le affinità spirituali col suo autore, e ora ne ho avuto la conferma. Come ho appreso dalla biografia critica di Howard Eiland e Michael Jennings (edita da Einaudi), tre settimane dopo il suo arrivo a Lourdes Benjamin scrisse ad Hannah Arendt che la descrizione di La Rochefoucauld del cardinale Retz era un ritratto adeguato di lui stesso: «La sua indolenza lo ha sorretto in gloria per molti anni, nell’oscurità di una vita errabonda e appartata».

i senza nome

luglio 18, 2016

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Se casa tua stesse bruciando e potessi salvare un solo libro, quale sceglieresti?” Prima o poi ogni scrittore si sente rivolgere una domanda del genere, e l’unica risposta adeguata sarebbe: “quello più vicino alla porta”. Ma nel giugno 1940 Walter Benjamin dovette rispondere seriamente, perché ebbe la disgrazia di trovarsi in una situazione simile. L’incendio lo avevano appiccato i nazisti e stava divampando in mezza Europa. Quando le fiamme lambirono la sua abitazione parigina al 10 di rue Dombasle, Benjamin scappò in treno verso il sud della Francia ancora libero e la prima tappa del suo calvario fu a Lourdes. Lì, in una pensione con vista sui Pirenei, aspettò due mesi i documenti per espatriare. Ma Lourdes non fece il miracolo, Benjamin non si salvò. Nell’ultima lettera del 18 luglio all’amica Gretel Adorno scrisse: “J’ai emporté un seul livre: les Mémoires du cardinal de Retz. Ainsi, seul dans ma chambre, je fais appel au Grand Siecle” (Correspondance 1930-1940, Le Promeneur, pag. 396). La cultura intesa come rifugio, talismano, testamento, il linguaggio e il retaggio degli spiriti eletti. Quel libro andò perduto, come tutto ciò che Benjamin portava con sé, compresi i suoi poveri resti, che cinque anni dopo finirono in una fossa comune a Portbou. Ma che c’entrava lui con Retz, il cardinale che si oppose a Mazzarino, e poi fu sconfitto e imprigionato a Vicennes, dove scrisse le sue memorie? Uno che morì a Parigi e fu inumato nella basilica di Saint-Denis, sulla cui lapide, per volere di Luigi XIV, non venne scritto alcun nome? Ah, ecco.

calore

giugno 24, 2016

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Il romanzo non è significativo perché ci presenta, in modo magari esemplare, un destino estraneo, bensì perché quel destino estraneo, in virtù della fiamma che lo consuma, ci offre un calore che non otterremmo mai dal nostro stesso destino. Ciò che trascina il lettore verso il romanzo è la speranza di riscaldare la propria vita tremante grazie alla morte di chi legge” (Walter Benjamin)